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Addio. Piccola grammatica dei congedi amorosi

Partiamo dall’immagine di copertina, opera dello Studio grafico Tuna Bites. Raffigura una situazione all’apparenza distesa, ma non possiamo dirlo con certezza perché la donna in primo piano è ritratta di spalle. Non possiamo quindi indovinare le sue emozioni dall’espressione del volto. Davanti a lei si spalanca un lunghissimo viale, lei lo sta percorrendo, cappello in testa, mani dietro a reggere una borsa-valigia, sguardo e – molto probabilmente – obiettivi rivolti in avanti. Ai lati del viale non si intravedono bivi, né incroci, non sembra esserci possibilità di svoltare, a meno di ripercorrere all’indietro il tratto di strada già guadagnato, il che sarebbe fatale. Il libro che stiamo per aprire promuove un risveglio, ma la stagione che fa da sfondo, nella cover, è l’autunno, allegoria del declino delle cose. Una esortazione a far sí che anche i nostri giorni non siano caduchi? Ma l’autunno è anche emblema della maturazione e della profondità. Infatti non ci inganna mai. Ricordiamo Proust, nel Contre Sainte-Beuve: «quell’io che riconosco scorge talvolta dei rapporti tra due idee, allo stesso modo che d’autunno, quando piú non ci sono né foglie né frutti, sentiamo nei paesaggi gli accordi piú profondi».

Accordi che trapassano in noi. L’impossibilità di deviare dal sentiero dai colori autunnali metaforizza il fatto che nell’imboccare il viale la protagonista di questa immagine ha già svoltato, ha assimilato cioè gran parte delle questioni che Carola Barbero solleva nella sua «Piccola grammatica dei congedi amorosi», sottotitolo di Addio . E grammatica – come da dizionario – è un insieme di convenzioni, un complesso di norme. Qui, bandita l’astrazione concettuale, un insieme di ponderate considerazioni cui attenersi e su cui riflettere, per non regredire a spettatori della nostra vita.

Il passo della donna della cover è lento, la sua nuova condizione esige una sosta sul coacervo di pensieri che si addensano nella sua mente: come affrontare la solitudine? Dove ho sbagliato? Davvero ho sbagliato? E di interrogativi lungo questo libro ne incontriamo parecchi, a partire da quello di base per un discorso sull’addio: cos’è l’amore? Jacques Derrida rispondeva sulla utilità di rimettersi alla differenza tra il chi e il che cosa: amiamo una persona per se stessa o per alcune sue caratteristiche che ci affascinano? E se l’amore finirà potremmo credere che l’altro/a non possedesse quelle caratteristiche? Qualcuno potrebbe invece rispondere con enfasi romantica: tuttavia, molte storie ispirate all’amore romantico – quella passione che non conosce limiti, quella complicità assoluta che trascende la realtà, da costituire un oggetto letterario par excellence – sono finite miseramente. Sorge il sospetto se valga davvero la pena di annullarsi nell’altro. Ma l’amore romantico dove lui/lei è insostituibile non esiste, è stato detto. Marguerite Yourcenar diceva piuttosto che l’amore è una punizione per la nostra incapacità di stare soli. Esito di un modo di essere, di un temperamento? No, osserva l’autrice, «è la voglia di non vivere». Non a caso si ha paura non tanto degli effetti di una decisione estrema, quanto dei mutamenti che ogni definitiva separazione inevitabilmente comporta.

Non sempre accade, ma c’è un momento nelle storie d’amore in cui la fine giorno dopo giorno si fa sempre piú tangibile. Come si è potuti arrivare a tanto? Come in Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes – rispetto al quale Barbero dice di percorrere «contromano la strada là spianata e magistralmente percorsa» –, anche qui cooperano storia, letteratura, arte, filosofia e cinema ad incrementare un lemmario di quarantanove voci, da «Addio» a «Verità». E forse alla fine si avverte un ricongiungimento con l’esordio, nell’interrogativo: «qual è la verità di un amore che finisce?». Nel senso che di fronte alla verità, l’addio non è piú differibile.

Il lemma «Addio» è introdotto dal fosco quadro tracciato da Emily Dickinson: un addio «È tetro – come la Morte», per altro talora invocata per scongiurarlo. Di sicuro la morte è un addio. Ma la figura in copertina con la piccola valigia dal colore che risalta sullo sfondo (cosa contiene? L’equipaggiamento per un nuovo inizio?) non sembra drammatizzare cosí tanto. Il dramma è stato razionalizzato, facendo affidamento sulla ragione piuttosto che sul fatto passionale. Quello che va assolutamente evitato è la negatività integrale e senza soluzione. Se dire addio implica l’irrevocabilità di una condizione, se è un performativo perché dà luogo per lo meno alla solitudine dell’altro/a, si è comunque infinitamente lontani dall’invocare la morte. Anche perché, se uno dei requisiti dell’amore è quello di infrangere la solitudine umana, quante volte è preferibile stare soli che essere ancora piú soli in due? Perché quando le illusioni svaniscono l’amato/a finisce per rivelarsi per quello che è. Allora, meglio prendere atto dei suoi difetti – visto che, come l’amore romantico, la perfezione non esiste –, e fare un passo indietro solo nel caso di contesti insostenibili.

La figura femminile che percorre il viale ha avuto il coraggio del tuffo nel vuoto e ha sperimentato la pena o il malessere dell’addio. Per Barbero dire addio – se vogliamo continuare ad essere credibili – implica l’impossibilità di ritrattare, come una volta tuffati è impossibile tornare indietro. In fondo, la solitudine che consegue a un addio non necessariamente sarà qualcosa di negativo, magari sarà un’occasione per la riscoperta di sé. E l’incedere lento della donna in copertina sembra voler dire proprio questo: voler tornare ad essere presente a se stessa.

Leggiamo nella quarta che Addio è «un tentativo per guardare dentro le scatole nere di quegli aerei che sembravano progettati per portarci in paradiso e invece si sono schiantati contro un muro qualsiasi, ai piedi del quale osserviamo i resti di ciò che eravamo quando credevamo di essere tutt’uno con un’altra persona». Ma qui non c’è traccia di vittimismo, e soprattutto vengono declinati in positivo tutti quei sentimenti lesivi e deleteri che destabilizzano all’idea dell’esaurimento di un amore. Ecco il punto nodale di questo libro: da ogni lemma che rimanda a fattori negativi si estrae la possibilità del positivo, utile ad elaborare l’esperienza del congedo amoroso. Ad esempio, l’angoscia per Kierkegaard «è la vertigine della libertà». Siamo angosciati in quanto scegliere una cosa non solo non rassicura sull’esito della scelta, ma preclude altre possibilità. L’angoscia può essere una circostanza favorevole in quanto ci libera da forme di passività prive di progetti, una vita è destituita di senso quando è priva di libertà.

Tradurre in positivo la presunta negatività, ma anche comprendere la ragione sottesa a certi atteggiamenti: non c’è altra modalità, a tale scopo, che misurarsi con una realtà non contaminata dai nostri desideri, dai sogni, dagli inganni dell’immaginazione. Che neutralizzare le interferenze della sfera emotiva per far riemergere il proprio io. La parola-chiave «Attesa» (sull’attesa Carola Barbero ha scritto un libro) dice anche questo, dice come con l’«aspettare vuoto» successivo a un congedo tentiamo di risalire agli indizi di ciò che eravamo prima, perché quell’io non è definitivamente smarrito. È il nostro io che va riconquistato, che deve assumere di nuovo coscienza di se stesso. Scuotersi insomma dal compiacimento-alibi di alienarsi, «sedotti dal nostro stesso sconforto». Non vale allora il detto di don Abbondio, le cose non stanno esattamente cosí, la paura non è un tratto caratteriale, è ansia per la gestione del cambiamento, indisponibilità al nuovo, che resta impartecipato in una sorta di ascesi del distacco dal mondo.

Tra i pensieri della donna della cover non mancheranno ritorni nel passato, e ricordare è soffrire. Ma chi ci dice che i nostri ricordi potranno essere obiettivi e disinteressati quando la tensione rammemorante ci riguarda? O abbiamo anche falsi ricordi? Cosí, i rimorsi e i rimpianti cospirano nel farci affondare nel tempo perduto e nel convertirci in soggetti giudicanti del nostro passato. Nulla di anormale in tutto questo, e nulla di eccezionale: tranne l’unicità della nostra vita. E una volta detta la verità, sarà possibile il salto dal trampolino, un salto – con Baudelaire – nell’ignoto, dove poter incontrare, «nel fondo […], il nuovo». Forse, il nuovo è già alla fine del lungo viale dove l’anonima donna senza volto sia avvia in un viaggio indefinito, che ha l’universalità, l’indeterminatezza e insieme la fragilità del destino di tutti e di ciascuno.
Recensione
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