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Niímptem. Un diario

Niímptem. Un diario è un e-book che riunisce i testi italiani del Diario online tenuto da Massimo Sannelli nel corso del 2018. vuol dire niente, nel personale petèl dell’ex bambino che fondò un regno in una stanza di Albenga – e l’adulto non romperà l’incantesimo che non c’è mai stato. Sembrerebbe un’opera non destinata ad aprire ad altro, dove Sannelli lascia intuire che il suo tempo di poeta, per dirla con Pasolini, è abbastanza finito. È una delle ultime opere del sé letterato, come ha detto. Ma non ci scommetterei, lui non è davvero il tipo per cui valga il «Nevermore», per lo meno per certe forme di arte.

Niímptem definisce molte contraddizioni, e contestualmente rinsalda l’idea di un caso Sannelli, come dicevo anni fa nell’omonimo e-book: «C’è davvero un caso Massimo Sannelli? A prima vista, è un autore ben pubblicato e ben inserito, ha lavorato nell’editoria e nel cinema, e come poeta figura nelle antologie militanti, quelle che contano. Quindi non è uno sconosciuto. Se vuole pubblicare, pubblica, e se vuole apparire, appare, anche in scena. L’idea del caso fa pensare a un problema. E allora dov’è il caso?Qual è il problema? È nella singolarità: è un autore molto versatile, dà l’impressione di essere fuori del tempo, non sembra appartenere al 2016, né fisicamente né fisiognomicamente.Sannelli è una delle ultime propaggini del poeta-intellettuale, una coda molto autoironica, ma perfettamente consapevole. Come si ricava da queste pagine, dove non ci sono sconti né ambiguità». E per pagine alludevo in particolare ai dialoghi dove era Sannelli ad avere la parola. Solito ad ostentare una posizione antagonistica con il proprio tempo, con il lettore persino, talora provocato o chiamato subliminalmente in causa. Passano gli anni e il caso si complica, insieme alla vita, come in ognuno di noi.

Dopo l’inusuale Nota enfatica di Silvia Marcantoni Taddei, Niímptem, intervallato da grafiche di Sannelli, si divide in due parti: prima vengono i testi «non datati», poi quelli datati, i quali vanno a ritroso, con alcune sfasature da rendere il diario in alcuni punti infedele alla data indicata. Sicché la spartizione in due potrebbe anche passare inosservata. Meglio, come dichiara la Nota, «tutto scorre eccetto il tempo. Il tempo è il cerchio della meditazione, che può essere letta indifferentemente avanti ed indietro, mantenendo un senso in entrambe le direzioni. Non ci si perde finché non ci si percepisce perduti».

Niímptem, niente. Ma non è niente «musicare una nudità e anche una ferita e una mancanza». Sannelli vi flette i propri stilemi anche comportamentali a stilare una continuità tra le proprie origini – da cui nessuno può esulare – e il sé di ora. Si guarda retrospettivamente, pago di quello che ha perduto e di ciò che ha conseguito in cambio.

La notte è fatta per lavorare, nel pomeriggio è possibile «un pieno di niente». Niímptem di fatto documenta il momento di passaggio a Neuromelò, il momento cioè delle opzioni radicali. Anche in questo diario c’è sempre e solo un personaggio, prevaricante direi, e se le altre figure non sono convenzionali, sembrerebbero comunque pretestuose, assoldate strumentalmente ad enfatizzare il soggetto reagente. Ma chi risalta veramente in questo diario è il sé bambino «che fondò il suo regno»: una predizione. Sannelli ne è l’evoluzione e la risultante, smorzata sí dall’esperienza, ma dove i tratti salienti dell’ex bambino sono fissati in un carattere, in un destino. Asocialità e insofferenza verso le consuetudini. Perfezionismo, il fruire rigorosamente di uno spazio lontano dagli altri, togliersi dalla mischia, essere nomade nelle proprie stanze. Una distanza mentale, emotiva, sentimentale da tutto ciò che non porta ad opere o che interferisce negativamente con l’opera in corso. Non c’è spazio per lui nella Camerata de’ Bardi, in un qualche concilio intellettuale o di artisti: la sua può essere solo una «camerata informale», perché Sannelli non è una storia borghese, il suo spazio è tanto forte quanto informale. La cosa piú importante, nel regno segreto, è non involgere i tratti, cioè lo stile, e quindi la connessione corpo-mente, disciplinata dalla «magique étude du Bonheur» , attraverso il dettato di Rimbaud. Il primo giorno del 2019 Sannelli ha scritto: «I tratti del viso possono essere deformati? Sí, ma solo per ragioni attoriali. E nella vita? No: sarebbe volgare, e anche la volgarità è una buona ossessione, per noi nervosi, qui presenti».

Ancora, quindi: una «orgogliosa solitudine», la nausea, e piú ancora l’oscenità, che si combinano nel fare le cose in compagnia. Il rifiuto delle discipline scolastiche come «gradi di noia» anziché come un proprio «modo di essere», interrogante, non acquiescente. L’età adulta chiarisce, «caso per caso», idiosincrasie, rinnegamenti, separatezza, anche per la circostanza, Sannelli si chiede: «con chi puoi parlare veramente» e «senza imperativi»?. Con pochi in realtà, fideles in minimo.

Si insegue lo scioglimento dell’incompatibilità tra l’individuazione del silenzio («Io & il mio leggio stiamo bene insieme») e la necessità del palcoscenico (Silvia Marcantoni Taddei, in merito: «Il diario inizia là dove il monologo, pur continuando ad includere gli spettatori, si rivolge anche all’interiorità»). L’avversione, ancora, verso i contenuti concettuali e per tutto ciò che – come ogni contenuto – è parafrasabile («il contenuto parafrasabile amato dalla scuola»). Ciò che egli cerca è «il contenuto della forma», che può essere anche una «assenza formale» (è uno dei punti nodali, alla data 29 aprile). Solo il ritmo può significare. E il classico non è né il divo né l’antidivo, Sannelli dice, mentre professa il suo disegno di «cercare in vita qualche intesa con la Divinità». Ma da una posizione mediana tra la mediocrità e il sublime. E qui uno come lui – alla ricerca spasmodica di una singolarità, che spesso dimora nell’eccesso – continua a stupire.
Recensione
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