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Ricostruire la decostruzione
Ricostruire o sopra(v)vivere
Se prima o poi noi scompariremo, le nostre tracce ci sopravviveranno, perché il
futuro è documentato, come vaticinato da Jacques Derrida nel prefigurare un
dilagare della scrittura che avrebbe segnato lo scarto dal logocentrismo.
Assunto ampiamente articolato, e in tempi non recentissimi parzialmente
trasvalutato da Maurizio Ferraris, il quale non di rado, e con animo alterno
(penso ai mutamenti di codice che si percepiscono lungo le commosse pagine del
suo Jackie Derrida. Ritratto a memoria, in ricordo del
maestro e amico), ha avuto modo di commisurarsi e di dissimilarsi al lascito
derridiano. La scrittura è una germinazione di fantasmi, sia che si estrinsechi
in una configurazione letteraria, sia nella forma di uno scontrino fiscale. E in
primo luogo essa è ciò che marca la nostra identità sociale documentata nei
papiers quotidiani con i quali “lasciamo tracce”, cioè registrazioni
comprovanti il nostro essere stati in questo stesso mondo nel quale ora stiamo
dando vita alla nostra immagine spettrale. Giacché, è in qualità di
registrazione che la scrittura implica una dilazione temporale che le
attribuisce una conservazione oltre la morte. C’è dunque un nesso tra scrittura
e tempo: la registrazione, la cui peculiarità, il differire, è in relazione al
futuro, e dunque alla condizione postuma.
Nei cinque brillantissimi saggi (lievemente disomogenei – avverte l’autore –
“per occasione e per stile”, ma tutt’altro che eccentrici l’un l’altro) che
compongono Ricostruire la decostruzione Ferraris si intrattiene su un
Derrida interlocutore privilegiato anche quando si tratta di testi meno
frequentati, sui suoi spettri filosofici, su quei tratti specifici dell’opera
derridiana assumibili in direzione ricostruttiva e realistica, sui quali fondare
l’“avvenire della decostruzione”. Un procedere, scrive l’autore in apertura del
libro, che inevitabilmente si confronta “con la difficile eredità del
postmoderno” filosofico e con i suoi esiti insolventi e diffrattivi. Il libro
verte infatti sulla circostanza cruciale di abdicare o meno alla verità e sulle
conseguenze che ne deriverebbero: meglio l’indifferentismo o la ricostruzione?
L’indifferenziazione delle categorie di vero e falso o l’accertamento – benché
lavoro impervio e vincolante – di una più vasta percentuale di proposizioni
vere? Come si usa dire, qualora non siano consentite soluzioni compromissorie,
tertium non datur. Ora, l’anomalia non è la decostruzione in sé,
inclinazione anzi consustanziale alla filosofia nella sua configurazione critica
e tendente a problematizzare, ma il suo deviare verso – se così è possibile dire
senza ombra di ossimoro – l’irrealismo speculativo, rischio cui si incorre
allorché ci si allontani dai fatti per seguire il diffrangersi e il
sovrammettersi delle interpretazioni.
Del resto, la vocazione realistica di Ferraris non è una novità, se già in
Invecchiamento della “scuola del sospetto” (uno dei saggi
appartenenti a Il pensiero debole) egli osservava che la tendenza al
dubbio infinito che nulla distingue finirebbe per estendere il dubbio fino al
momento della validazione della stessa verità, la quale viene esposta al rischio
di esser trattata alla stessa stregua del falso. Ma cosa resterebbe da
interpretare, si chiederà in tempi più recenti Ferraris, se non vi fosse come
fondo una realtà stabile alla quale riferirsi? Rimettendosi alla responsabilità
di ristabilire un criterio metodologico all’altezza di discriminare il mondo
vero dall’immaginazione di esso, nonché di marginare l’ambito delle cose
abilitate a essere inscritte in schemi concettuali, il filosofo sembra obbedire
a un obbligo morale oltre che teoretico. Dunque, l’imperativo è tornare alle
cose, non trascenderle, e tornarvi attraverso una disposizione di tutt’altro
rango, atta a riabilitare la stessa cognizione di realtà anch’essa fortemente
pregiudicata in seguito alla piega delegittimante assunta da un decostruzionismo
epigonico e volgarizzatore che talora tende a operare alla maniera di un
erratico déraillement, ora disseminativo ora ermetizzante. Ferraris ci
propone allora un Derrida senza decostruzione? Ovviamente no: piuttosto mira a
focalizzarne gli aspetti propositivi. Derrida stesso, nota Ferraris, dà forma
alla decostruzione come immediato ritorno a un luogo significativo, come
tempestiva “costruzione di qualcosa di diverso”, principio che ha poi trovato
espressione nel termine différance in luogo di différence,
introdotto a designare il carattere relazionale e non radicalmente dualistico
dei valori. La différence al gerundio comporta l’immissione del tempo e
diviene la segnatura del differire, del prorogare, della rimandatività. Scrive
Ferraris: “l’alterazione ortografica esprime in modo economico il pensiero di
Derrida: i termini delle coppie oppositive che fanno parte della nostra
tradizione non esistono autonomamente ma si generano l’uno in relazione
all’altro, e il tempo è chiamato a mostrare la complicità che sta sotto
l’opposizione”. Il che non significa teorizzare una forma di relativismo, quanto
riconoscere l’inaccessibilità a ogni sapere assoluto.
Uno degli argomenti più rilevanti che emerge in questo libro è il nesso tra
morale e decostruzione, che si centralizza a partire dalla definizione
derridiana di giustizia, aggettivata come “indecostruibile”, ovvero
sostantivizzata come “l’indecostruibile”, in tal modo caricando di un’intenzione
etica il decostruire quale moto di smascheramento degli elementi di
mistificazione. “Giustizia” non differisce, ed è il termine contro il quale si
infrange l’esercizio filosofico del decostruire. Ed è in questo arrestarsi del
gesto decostruttivo che viene posta la questione della filiazione dell’etica e
dell’epistemologia dall’ontologia. Autonomizzare l’etica, svincolarla da una
ontologia e da una epistemologia a essa attinente, è moralmente inaccettabile. E
inoltre pone dei problemi, dal momento che qualcosa è da considerare giusto solo
se reale e corrispondente al vero. Altrimenti, quale altro criterio di
riferimento, se non la realtà, potremmo adottare per verificare la fondatezza
della cognizione di giustizia? E su cosa altro, se non sulla giustizia,
edificare la democrazia? Quindi nella morale sono massimamente in gioco la
realtà e la verità delle cose anziché le loro interpretazioni. La giustizia si
radica nella realtà, nella memoria e nell’iscrivere, e nelle possibilità
tecniche di registrare, perché è attraverso la tecnica che le cose, una volta
scritte, acquisiscono l’attitudine a essere ripetute e iterate.
La giustizia è indecostruibile in quanto – scrive Ferraris – “si appoggia
su qualcosa di ancora più fondamentale, ed è l’ontologia, quello che c’è come
inemendabile”. L’indecostruibilità della giustizia postulata da Derrida si
accorda allora con la nozione di quella che nel Mondo esterno Ferraris
aveva designato “inemendabilità”, cioè il riconoscimento della autonomia di un
mondo “incontrato” che ci preesisteva e che a noi sopravvivrà, un larghissimo
margine di realtà resistente alle nostre interpretazioni e prescindente sia da
noi che dai nostri schemi concettuali (dirà Ferraris, in Nuovo Realismo FAQ,
in “Nóema”, 2, 2011: “l’esistenza di un mondo esterno indipendente dalle nostre
interpretazioni è la garanzia della verità delle nostre affermazioni”. E ancora:
se il paradigma della inemendabilità potrebbe costituire un fattore limitante,
esso tuttavia “ci fornisce proprio quel punto di appoggio che permette di
distinguere il sogno dalla realtà e la scienza dalla magia”). Indecostruibile –
nell’incastro, in direzione rifondante, dei due paradigmi – è pertanto
l’evidenza delle cose del mondo, del fuori testo che rende possibili verità e
giustizia. Difettando di un referente oggettivo e incontestabile, e di una
ontologia che a esso si riferisca, insieme al nostro mondo esondante di
iscrizioni che danno luogo agli oggetti sociali (i quali, ricordiamolo,
differiscono da quelli naturali nella misura in cui non esistono
indipendentemente dai soggetti ma solo perché i soggetti pensano che esistano, e
in quanto tali sono passibili di un inquadramento concettuale) dire “etica”
risulterebbe una infigurabile astrazione linguistica. E “un’etica senza mondo è
la migliore premessa di un mondo senza etica”, scrive Ferraris con pregnante
antimetabole che sinteticamente configura le ragioni della sindrome di una
contemporaneità vacillante nelle reificazioni di una semiotica irrealistica.
La ricostruzione auspicata e lungamente praticata da Ferraris passa
attraverso tre “imbarbarimenti del salotto derridiano”, tre precetti energici e
risolutivi, benché potrebbero rivelarsi fattori di sliricizzazione (nel loro
distogliersi dalla ambigua fascinazione del significato trascolorante) o
quantomeno di contaminazione di quello charme decostruzionista insito nella sua
diffratta e sofisticata fabulazione a libito. Il primo “imbarbarimento”
sottolinea il dato di fatto che “senza ontologia non ci possono essere né
epistemologia né etica, perché la realtà (l’ontologia) è il fondamento della
verità (l’epistemologia) e la verità è il fondamento della giustizia (etica)”.
Non è sufficiente pensare alla moralità di una azione perché essa possa
considerarsi tale: l’etica è qualcosa di estremamente diverso da un vago
moraleggiare sulla scorta di formule astraenti e suppone una realtà di fatti che
promuovono e orientano le nostre azioni. Diversamente, ogni distinzione tra la
legittimità e la non legittimità dell’azione morale non sarebbe affatto
localizzabile. Il secondo “imbarbarimento” verte sulla “differenziazione tra
tipi di oggetti”, la stessa che statuisce la divaricazione tra la decostruzione
(che non fa differenza tra oggetti sociali e naturali) e la documentalità (sorta
di “grammatologia come scienza positiva”) che si fonda su iscrizioni idiomatiche
che certificano mozioni dei soggetti inverando gli oggetti sociali. Infine muove
l’intenzione di Ferraris rettificare l’idea della derridiana filosofia della
scrittura secondo cui la lettera sarebbe la condizione dello spirito: il quale,
per contro, risulta e si desume dalla lettera, nel senso che ne è l’esito, la
conseguenza, la condizione di possibilità. Ogni forma di comunicazione è
evanescente senza registrazione, la registrazione precede e istituisce la
comunicazione. In questa rifondante prospettiva, quello che comunemente
chiamiamo “spirito” è .doc, cioè la risultanza della lettera e del suo valore
documentale. Ed è in esso, vale a dire
nella lettera, che sono fissati i vincoli sociali insieme alle responsabilità
degli accadimenti storici. La formulazione “Geist
è .doc” era stato tema centralissimo nel capitale lavoro di Ferraris,
Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce: dove con
tutta evidenza emerge quantomeno che “reale” non è sinonimo di scarso spessore o
di prevedibilità o di semplificazione.
Se lo spirito
ha una consistenza materiale – perché nulla di spirituale sarebbe e
persisterebbe in assenza di iscrizioni –, cosa resta dell’anima? Ora,
all’origine dell’anima, come dicevano gli antichi filosofi, c’è una tabula,
un supporto scrittorio nel quale la memoria si imprime fissando i propri
contenuti. Inoltre, dice Ferraris con Vittorio Sereni, “l’anima, quello che
diciamo l’anima e non è / che una fitta di rimorso”, magari anche
soltanto per qualche venalissima mancanza, come disattendere alle così dette
chiamate non risposte registrate sul nostro telefonino. Ricostruire la
decostruzione (che solleva inoltre una vastissima serie di questioni, e si
inoltra nell’essenza della tecnica, della metafisica, della stessa
decostruzione)
si ferma
qui, e qualora volessimo saperne di più – o di meno, a seconda in che misura si
è realisti – sull’anima non rimane che rimettersi l’ultimo libro di Ferraris,
Anima e iPad, che a Ricostruire la decostruzione si rifà almeno nel
contornare l’evolversi della tabula in tablet, strumenti di
registrazione che tecnicamente hanno consentito lo scarto da quella scissura con
il coefficiente corporeo riferibile all’idea di anima. Nella scrittura sta
insomma la speranza – atto di fede di un culto tutto dell’aldiqua – della nostra
sopravvivenza alla finitezza e all’evanescenza. Lavoro, l’ultimo di Ferraris,
sempre di impostazione realistica, dove realismo è metodo e insieme una
prospettiva filosofica – sebbene in progress – già ampiamente concretizzatasi
attraverso un decorso annoso a partire da Estetica razionale,
anagraficamente termine a quo della svolta realistica (più esattamente,
“neo realistica”, giacché la determinazione “nuovo” indica una riflessione che
si pone come successiva rispetto al postmoderno filosofico). Come altrove in
Ferraris, anche in Anima e iPad – iperbolizzando solo esteriormente la
iunctura del titolo – l’analisi non assume il valore di un transfert, ma
resta rigorosamente adiacente alle cose che sono, benché sul filo dell’abîme
di riflessioni senza limiti che tuttavia si riallineano in nessi logici
razionali e conseguenti. In altre parole (e sta qui l’onestà nonché l’acuità del
filosofo), l’analisi di Ferraris è abissale, e confortante quasi mai, proprio in
quanto si riferisce al mondo reale.
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Recensione |
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Ricostruire la decostruzione. Cinque saggi a partire da Jacques Derrida
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saggistica
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| Autori |
| • | Maurizio Ferraris |
|
Edizione:
Bompiani
Milano 2010 |
|
| In copertina “Piccola torre di Babele” di Peter Bruegel il vecchio - pp. 108 |
| prezzo: € 10,90 |
|
| Recensione a cura di |
| • | |
Pubblicata su:
Literary nr.2/2012
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