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Twilight. Filosofia della vulnerabilità

Commmisurare il vario atteggiarsi dell’uomo della postmodernità alle peculiarità della figura del vampiro è una iperbole? Sì e no allo stesso tempo, a seconda di quale generazione di vampiri si parli e in che misura si trasvaluti la figura dell’irremissibile parassita della vita allegorizzata dal Conte Dracula e si prenda in esame il vampirismo attuale, la cui tendenza a non vampirizzare fornisce l’ipotesi per una dimensione comunitaria emotivamente intenzionalizzata. “Controfigure fantastiche dell’umanità occidentale divenuta consapevole di se stessa a partire dalla modernità” non ignara di “una vulnerabilità comune”, gli attuali vampiri rendono insieme il senso e la prospettiva del superamento di quella che Judith Butler definiva “comunità della perdita”. È l’oggetto della finissima analisi che incrementa le pagine dell’ultimo lavoro di Monia Andreani, Twilight. Filosofia della vulnerabilità, che sottilmente interagisce con la saga di Twilight di Stephenie Meyer.

Vampiro è per definizione emblema del vitalismo e dell’immunità al disfacimento organico e raffigura quella nozione di vita che è stato l’obiettivo della hybris scientista dalla modernità a oggi. E l’uomo che fruisce del differimento della morte naturale somiglia a sua volta al vampiro, nel suo stazionare nel preagonico stallo di una vita mummificata molto prossima alla morte. È simile al vampiro di vecchia generazione nella visione hobbesiana della diserzione dell’altro, nella configurazione veterovampiresca – trasponendo le riflessioni di Elias Canetti sulla sopravvivenza – come dominio sulla morte altrui, che implica la fruizione di un incremento di potere in seguito alla assimilazione delle facoltà del morto o dello schiavizzato. Diversamente, il vampiro, in qualità di “corpo senza organi”, mostra analogie con l’uomo vulnerato: sarà possibile – si chiede la Andreani – il riempimento di una nuova trama vitale, nella fattispecie, traducendo in termini di pienezza lo svuotamento successivo all’esperienza della trafittura e del suo riflesso nella sfera esistenziale? Una emblematica affinità tra la dimensione umana e quella vampirica è rinvenibile in quel vagolare nell’attesa che ipersegna la popolazione di Twilight, esito – facendo un salto nella contemporaneità – del venir meno del principio di autorità che ha promosso nelle giovani generazioni il senso dell’insussistenza di vincoli e il conseguente indebolirsi delle condizioni per una costituzione identitaria, rendendo loro la percezione di una soggettività sconfinata, dispersa e incapace di discriminare il confine tra sé e l’alterità, e che si risolve in un andare alla ricerca di un limite da autoimporsi quale percorso di soggettivazione.

L’uomo differisce dal vampiro in quanto feribile nella misura in cui si espone esprimendosi narrativamente. La nostra identità è fuori di noi, possiamo narrarla ma non conoscerla. Viceversa, conosciamo il sé narrabile dell’altro. Dunque, il nostro corpo è vulnerabile in quanto è esposto all’altro, è in vista, pertanto indifeso e defraudato della propria singolarità. Tuttavia, anche in questa gradazione, l’individuo ha qualcosa in comune con il vampiro, il quale nella sua dimensione arelazionale è in pari misura condannato a una solitudine e a una malinconia infinite. È questo lo status del vampirismo attuale, che presenta trasparentissime analogie con la postmodernità, questo esperire di un senso di feribilità a causa dell’antinomizzarsi – dice la Andreani – di “vita” e “condizione esistenziale”. Cognizione di una vulnerabilità che è allusa dalle stesse immagini di Marko Tardito in apertura e in chiusura del libro, alle quali si potrebbe attribuire un titolo derivandolo da un significativo capitolo dell’autrice: “diversamente vulnerabili”.

La dimensione vampiresca è assunta dalla Andreani come metafora della crisi, una crisi globale, relazionale, una precarizzazione in “forme di soggettività globalizzate”, nelle quali l’individuo progredito nell’onnipervasivo “io globale” è contestualmente irresponsabile “consumatore, spettatore, creatore”, in una confusione di ruoli che ha finito per ingenerare sia estraneità e abbandono di ogni prospettiva critica e progettuale sia un contegno hybristico paragonabile all’estremizzazione del tradizionale modello vampirico. I vampiri sono morti viventi, passivi e privi di aspettative, vivono dal punto di vista di un dilazionato presente che sembra prolungarsi senza che tuttavia si prefiguri una alternativa futura, condizione assimilabile allo stato di marginosità in cui versano le nuove generazioni, fluttuanti nella incertezza di un avvenire avvertito come fatto nebuloso e imprevedibile.

In particolare, lo status vampiresco è riferibile alla sfera umana in virtù dell’ipotesi (che trova espressione nei Cullen di Twilight, i quali al cospetto del diverso trasformeranno in fondazione dinamica della differenza la loro inerte apatia) di una convivenza tra diversi, di un farsi incontro alla vita di qualcuno diseguale dall’io. Opzionare per una “etica della cura” equivale – osserva la Andreani – a impegnare le risorse inconsumate dopo il naufragio dell’illusione della moderna e speciosa fiducia nel progressismo e nella perfettibilità. Su tale etica, che sorge dall’esperienza e dall’apprentissage della vulnerabilità, si costruisce la persona. Persona come maschera, ma nel senso di differenziazione, luogo dell’eventuale e cognizione della pluralizzazione di volti e delle referenze emozionali, ricettiva ed edotta della propria complessità e dei propri limiti. Una interpretazione del “crepuscolo”, quella della Andreani, atta a configurare il lasciarsi dietro l’ora labile del dileguare e della evanescenza. Perché “l’oscurità è troppo prevedibile”, dice Edward a Bella nella prima parte della saga della Meyer.
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