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Questa raccolta poetica ha una struttura polifonica, dove “più voci”, appunto, sottentrano alla melodia di fondo. Lo stile, piuttosto aulico ed evocativo, richiama alla lussureggiante “foresta di simboli” di Mario Luzi. È un linguaggio intricato, in cui s’intravedono semi di luce di “illuminazioni” di verità profonde, solcate da ombre leggere. Sono contrasti, chiaroscuri, nuances dai colori forti e, al tempo stesso, evanescenti: “– cromosomi di luce da spazio – per infinite possibilità del possibile  | che tutto: ora spazio, ora tempo in pausa e onda | – qua spazio là tempo, qua tempo là spazio – | per alti e bassi vortici di fuoco e ombra | dove la notte e il giorno si scambiano i cerchi | per misure esatte di equilibrio e furore”; “sei così acqua e fumo e onda e immagine | che l’ombra dell’ombra tua si dissolve | in granuli di spazio e tempi decapitati | che resti un’orma d’aria sui pantani.” Un’immagine sofisticata e arcana è quella del mare, che s’inalbera nel mito e nell’epos: “Il mare accumula corde d’interiora | su risacche giganti dove dormono i naufraghi | e ulisse raccoglie il suo indomabile spirito | dall’ira di nettuno furioso | la sua favola che sempre narra e incomincia | da sempre è di carne e aroma osso e siepe.”

Queste valenze semantiche richiamano gli Ossi di seppia di Montale, così come il tema della memoria, che con le sue mareggiate riporta a galla reperti di ricordi: “come un vecchio libro dimenticato | che ha segni e ferite e brutte grinze | carico di stantia polvere e odore acre | il letto del tuo fiume è pieno di memorie | e nel remo ogni tanto strappi  brandelli | che emergono come scheletri disossati.”  Questi versi hanno il fascino dell’enigma che definisce quel mistero imperscrutabile che è l’uomo: “Il poeta è l’uomo | con cento bocche alle corde | lacera le sue vocali | allinea i suoni monotoni | quando è madre e lutto | (…) con le sue bocche alle corde | sospinto per ogni verso | deve scorrere nel suo mare | con tutte le corde in pugno | perché è un ottimo marinaio | che distrae l’equipaggio | verso sponde sconosciute | dove l’ombra in sé si perde.” Vi sono moti filosofici a fondamento della meditazione esistenziale: “niente è necessario se non il possibile: | infatti l’acqua s’avvita pel suo centro | salendo e scendendo le scale | del suo necessario possibile”; “perché il c’è si estrae in sé solo | pei varchi e i cerchi e le vertebre e i suoni | da spazio a tempo da tempo al suo spazio | in un giro di giallo e chiara brina | che è fuoco del suo proprio ardere.” Il destino dell’uomo è avvolto dall’incognita: “viviamo attaccati | alla voce, insieme | ai venti mutevoli | per sorprenderci | sulla bianca cima | della morte alata | noi siamo il germe | che la terra nutre e ama | ma lo richiede | subito, appena l’ora | l’avvince e l’innamora | l’aria.” La vicissitudine di ciascuno sembra un’incessante ricerca condotta in mezzo allo sterminato deserto della propria solitudine: “ognuno va per spazi bianchi | in cerca della sua identità | misurando il tempo delle pause | che vibra appena ma è eterno | e chiude i pori ad uno ad uno | con le forti peci dei giorni.” Pur in mezzo alla folla si avverte questo senso di abbandono: “e si resta nascosti | sulla pagina della piazza | nel pieno degli occhi che guardano | per conoscere i vuoti segni.” Si prova una sorta di smarrimento cosmico: “mi raccolgo come un cardo | intorno ai secchi petali | per domandarmi dove crescono | i semi sempre durevoli | è grande il sogno e l’ora | che sorpassa i limiti visibili | la tua liscia linea di fuga | per scendere in ogni dove.” La vita umana appare segnata da un’endemica precarietà, minata da una fondamentale insicurezza: “perché l’uomo è un viandante | che inchioda migli e intaglia nomi | senza sapere che dietro dietro | qualcosa tutti li scardina | perché l’uomo è un uccello | che cerca il proprio nido | nelle mani del suo dolore | e lo trova sempre in sangue | perché ha perduto amore e lira | con le unghie strappate | e non può più risalire | a riaccendere il fuoco spento.”

Suggestivo è questo omaggio alla figura muliebre: “la donna è grano seminato | albero lievito brage | è composta d’acqua e di ponti | con camini e ruote e strade | (…) la donna ha il chiamo | candido dell’aria | chiusa, il grido spezzato | dal silenzio, è ramo | che si innesta, lieto | pomario continuo | latte diurno e uva | delle labbra, o ventre roseo.” In particolare, di una delicata grazia è questo scorcio sul mondo femminile: “quante ragazze ombra ilare | che scoppiano di fiori.” L’amore è come un doloroso attraversamento: “ti ho visto entrare nel cristallo | come lama e il sangue scorreva | dai raggi del tuo occhio violaceo | (…) tremi sulla corda dei giorni.”

Vi è il lirismo di vere e proprie rêveries paesaggistiche: “le polle delle nuvole | s’alzano da terra | con occhi terrestri | guardano in alto | come le cime o i torrenti | dei venti dalle mani | che precipitano nelle otri | dagli occhi perenni | vorticando i loro veli | di freddo e di mare.”

Il corpo, specialmente il volto, è un libro da leggere, per chi sa coglierne i segni: “così lo sguardo cogli occhi liquidi | che annegano nell’azzurro delle acque | trovando varchi e strette barriere | dove si scivola di continuo | fino al risucchio o lama di fuoco | che brucia gesti e liquefà parole | coi curvi scheletri delle onde | che muoiono nell’azzurro.”

Le immagini sono di notevole efficacia icastica: “i larghi bacini delle ombre | dove navigano neri gabbiani | coi loro stridi simili a feritoie | che ruotano intorno agli abissi | le loro sorgenti buie e perenni | mai inaridite mai arse mai greto | avvolgono le nostre tristi miserie | cementandole a rocce di lavagne”; “ora che il cielo ha steso i fantasmi | delle sue tele e i venti scrollano | l’inverno e il silenzio e la quiete”; “il mio ricordo è sabbia di gelsomino | dove la luna scuoteva le ombre | e le navi notturne oscillavano per lo Stretto | come cigno di tristezza o vele d’avorio | pei colli crescevano globi gialli | i densi aromi degli odori odorosi | e l’acqua al tonfo dei remi in argento | sollevava i cristalli dello sciaquio.” Le meditazioni sono di una folgorante profondità, con sentenze di verità drammatiche illuminate da sprazzi di luce: “il grande giro del mondo | si chiude sulla notte | con i polsi legati | prigioniero dell’eterno | (…) dai camini il cielo appena aperto | lungo le rive i primi gettiti d’oro | ancora le mandrie dormono quiete”; “niente è più piccolo dell’uomo | che si guarda senz’anima”, “tutto torna allora | nel cielo racchiuso dei principi | che seminano grani e banane | sul mais della luce.”

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