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A viso aperto

A viso aperto: già il titolo suggerisce emblematicamente il tono della raccolta, di una denuncia schietta della realtà e di un’autentica espressione del proprio sentire. Con coraggiosa presa di coscienza l’autore non distoglie lo sguardo dai mali del suo tempo, ma ne sviscera le cause e gli effetti, in un’impietosa diagnosi che non lascia spazio a infingimenti o accomodamenti posticci. Così, può prendere spunto da eclatanti avvenimenti di cronaca, per suscitare considerazioni che attengono all’umano (“nihil humani a me alienum puto”, come affermava Terenzio), come nel caso della donna disabile tenuta prigioniera nel bagno per trent’anni dalla madre - in una condizione animalesca-, descritta nella poesia intitolata, quasi come una beffa, 8 marzo: Festa della Donna: “Aspettava ogni giorno / la donna demente, / accucciata per terra / nella sua stanza-tana, / che la porta si aprisse / e qualcuno / le mettesse accanto / il piatto e la ciotola dell’acqua.” Il poeta mostra di avere a cuore le sorti degli uomini, con quella compassione che dovrebbe essere il tratto comune ad ogni individuo e con quella determinazione a combattere il principale e più subdolo nemico che è l’indifferenza, la quale conduce all’assuefazione anche dinanzi alle più grandi tragedie: “Passano, guardano, proseguono / i passanti, / non li interessa il corpo della donna / crollato per il pugno di un bruto / nella stazione della metropolitana. / Morirà dopo giorni in ospedale. / Passano, guardano, proseguono / i devoti della Dea Indifferenza.”

Vi sono intuizioni folgoranti che tradiscono la tristezza e l’insoddisfazione esistenziale che attanagliano: “È semplice / amare desiderare / la solitudine / sapendo che dietro / la porta della stanza / dove sei solo / c’è qualcuno che tu ascolti / vivere muoversi e / può chiamarti e / tu puoi chiamare. / La voragine / è quando dietro la porta / non senti / un passo né voce né respiro” ( È semplice); “Invento banalità / per ingannare / il silenzio del mattino, / la sua crudeltà - / eppure per noi ormai / l’unico miracolo / è il risveglio-.” (L’assillo); “ed ecco tornare / ad avvolgerci / il gorgo dei giorni / passati, / vissuti a rinnegare noi stessi, / odiati perché subìti, / giorni / di quella vita / ora sentita inutile, / opaca.” (Giorni). La solitudine è un doloroso strazio che non trova alcuna eco in un cuore amico: “Le sue strade sono deserte / ora, / chiama e gli ritorna la sua eco, / non gli risponde almeno un soffio. / Ogni voce da tanto tempo tace, / gli ricorda che è solo.” (La sua eco).

Ugualmente le situazioni socio-politiche vengono indagate con una lucidità e un’onestà intellettuale disarmante: “Isola, provincia di Agrigento, Sicilia, Italia, / luogo dove Caronte traghetta i corpi / (a volte li sevizia e stupra) / li abbandona inerti sulla battigia / o al largo perché anneghino. / I recuperati sono prima allineati / ognuno in un sacco bianco o scuro / simile a quello per la spazzatura, / poi in bare senza nome in belle file. / (…) Il ministro concede una visita, s’inginocchia, chiede scusa, / il commissario d’Europa si commuove. / (…) Lampedusa: girone dell’Inferno, Italia, Anno Domini 2013.” (Lampedusa).

C’è spazio per significative riflessioni sulla dimensione psicologica dell’individuo: “Siamo la nostra infanzia. / Una parola di nostro padre / un sorriso di nostra madre / un grido nelle stanze / un pianto notturno / un gioco felice / un regalo negato, / la paura del mondo. / Tutto resta. / Nel fondo. / Forse dimenticato. / Non cancellato. / E ci segna per sempre.” (Nel fondo). Con acutezza Ventola osserva la società odierna schiava della tecnologia, incapace di comunicare e d’instaurare relazioni genuine: “Sul treno dove sto viaggiando / mi siede di fronte e accanto / una compatta famiglia: / padre e madre ancora giovani / e una adolescente figlia. / Ognuno ha in mano il suo IPAD / che digita freneticamente, da tutto / assente, ignoti l’uno all’altro, / tre anacoreti immersi, fuori dal mondo, / nell’idolatria del loro oggetto / per tutto il viaggio, un esilio perfetto. / (…) Ecco l’umanità affetta da afasia / forse domani, che è già oggi, senza contatto, / una tebaide popolata di eremiti. / Dialoghi, confronti, scambi (forse) finiti.” (Assenti).

Ad una nuda sincerità sono improntati questi versi dedicati al padre scomparso: “Padre / che ogni giorno vedo / - gli stessi occhi e bocca - / quando mi guardo nello specchio, / uguale a te nell’età tua / di vecchio, / nella tua vita / vuota di voci / ma non di immagini. / Padre / che prima di andare mi lasciasti / il tuo silenzio, / tu che conoscesti / umiliata / la tua fatica / dai gesti dei forti / e sapesti resistere / per noi. / Padre nomade / che ci guidasti per il mondo / felice solo di guardarci. / Padre di rinuncia e dedizione / che volevi solo / esserci. / Padre di cui non presi / l’ultimo sguardo. / Aiutami.” Sono ritratti espressivi e immediati, finanche scabrosi, senza veli o filtri di sorta, che incarnano il crudo reale, mettendone in luce tutto il cinismo: “L’uomo-sfinge che eternamente / giorno dopo giorno / siede immobile al bar / così consuma la sua vita / come la sua tazza di caffè, / la getta via / come un oggetto inutile / aspettando di morire. / Intanto il mare inghiotte / corpi ignoti in fuga, / nella città assente / un branco di razza umana al parco / stupra tranquillo la sua preda / e il clochard colto nel sonno / si contorce tra le fiamme / sulla panchina. / Torme di italici intanto / santificano il Ferragosto.” (Estate). Sono fotogrammi di volti amati che affiorano dalla nebbia della memoria: “Mi sorrise dal fondo dell’abitacolo / ancora legata al suo trono / la bambina appena giunta, / all’ombra dei suoi occhi / si consumò l’ultimo istante / della mia lunga attesa. / Poi cominciai a contare / i battiti delle ore brevi / che mi concedeva, / i suoi sguardi stabiliti dal tempo, / i gesti che avrebbe lasciati / incompiuti nell’addio. / Mi aggrappo ancora a quel sorriso, / l’unico che può salvare / il ricordo di me dopo la tenebra.” (Mi aggrappo).

Nella sezione Deserto si fa posto a riflessioni dal carattere più spiccatamente esistenziale: “Ti ho incontrato, deserto. / Mi venisti rapido incontro / una notte torrida d’estate, / mi abbracciasti con il tuo vuoto / mi promettesti di restare in me / con il ricordo di qualche sussulto, / di due occhi ormai assenti, / di una vena che ormai non pulsava. / Non mi offristi, / deserto, / almeno il miraggio di un’oasi / per una breve sosta, / mi condannasti a vagare smarrito / verso il tuo irraggiungibile orizzonte, / a chiedere un senso del tempo infinito. / Ti vivo, deserto, / vivo te che mi avvolgi.” (Il deserto). Struggente è questa evocazione di una vita troppo presto volata nell’azzurro, forse perché, come sentenziavano gli antichi greci, “muore giovane colui che al cielo è caro”: “Forse perché fosse più vicino all’azzurro / la sorte assegnò un alto volo / al suo sguardo di cenere, / verso i monti oltre la loro luce, / verso nuvole lontane, isole nel cielo. / Viene a volte qualcuno a rischiare / una voce di dialogo o preghiera / guardando fisso al nome inciso / sulla sua casa di marmo, / resta immobile nel magma dei pensieri, / ancora incredulo all’esilio / di quella vita gioita patita / finita infinita.” Anche questa verie assorta di una persona cara ormai sottratta alla presenza terrena è intrisa di malinconico languore: “La casa vuota di te, / ricca del tuo sogno di colori / che vestono i muri, / che ti fanno vivere sempre. / Alzare gli occhi su essi / è per me continuare / un lungo dialogo di anni / ora un dialogo di sguardi, / senza voce, / che non cancella l’assenza. / Ti guardavo curva sul tavolo / assorta a quei colori / a posarli fra le cornici in tocchi lievi, / rubati dai tuoi occhi / alle terre boreali, / trasfigurati nel ricordo. / E i titoli che davi erano sogni. / (Scrivesti un giorno: “ma…la fantasia era libera, / il sogno non era proibito”). / Così il tuo dolore si fece colore / e lo gridasti in silenzio sulle tele / nella casa ora vuota / del tuo respiro.” (Presenza-Assenza). L’altrove resta comunque un’incognita indecifrabile: “Chiedeva un segno la persona, / un indizio chiaro e umano / che le parlasse di un umano / ritorno eterno sull’altra riva, / umano incontro non vano / in un abbraccio di braccia tese / tra gli amati e gli amati. / Una traccia di verità / per il breve tempo che le restava.” (Il segno).

Vi è una tensione all’ideale, alla bellezza e alla purezza dell’eterno splendore figurata da una suggestiva metafora: “Su quel fiore maturo, splendido, / con i loro colpi crudeli / infieriscono il vento la tempesta / dell’inganno. / Ma resiste piegandosi, / non cede, / continua ad amare. / Intanto / nutre di silenzio i suoi cuori / nell’attesa / di dare loro voce. / Attende l’abbraccio di una nuova terra / lontano dal tradimento vile, / illuminata dal fulgore dei laghi, / la calma trasparenza di un cielo / gremito di gabbiani. / Quel fiore non cessa di attendere, / radioso inebriato.” (Non cede). Colpisce poi la lapidarietà folgorante dei Frammenti: “Mondo, mio simile, / che mi chiedi di fingere, / di credermi attore / per sedurre il pubblico / e rubare l’applauso”, “Quelli che mi amarono / e che amai / e che ora sono per sempre assenti, / sento più vicini / dei presenti, sempre più lontani.”

Infine, Ultima è una dedica alla moglie densa di pathos e di tenerezza poetica: “I tuoi occhi / non distogliere mai dai miei: / è necessario che tu mi fissi / perché io, / isola alla deriva, / viva. / Talvolta arriva chiara la voce / dal tuo guscio di crisalide / per rispondere al figlio che è nostro / (le madri parlano sempre a chi le ascolta / in qualche luogo) / il figlio che fioriva, / come il primo giorno che chiamò il tuo nome: / in quel momento soffiò sul tuo viso / un vento da ponente, ne investì il sorriso. / Alto, amore, fu il prezzo che pagammo / per vincere la pena, / ma tu sai che mi basterebbe appena / un minimo segno di certezza.”

Domenico Ventola ha il pregio, in questi testi, di raccontare la realtà che lo circonda a viso aperto, appunto, con trasparenza e chiaroveggenza, così come espone i suoi sentimenti ed emozioni con la freschezza e la spontaneità con cui s’affacciano all’anima, costituendo un suo peculiare tratto distintivo che evoca l’ideale della poesia onesta che professava Saba.

Recensione
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