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Al di là del tempo

Questa silloge poetica è un devoto tributo di affetto rivolto principalmente ai suoi congiunti, nella tenerezza delicata e nello struggimento delle intense preghiere, nelle rêveries delle figure care e del proprio vissuto: “Nell’evocarli / s’apre un universo / mani protese al riverbero d’uno specchio /ricovero custodito / per un sovescio frivolo / non appannato. / Traboccano immutati saliscendi / gioie effimere e falle superate / a una tarda mente pensante / trepidamente tremolante / nel ripercorrere le stesse vie. / Tremiti d’astri, l’immutata luna / e venti di echi lontani / oggi mi riportano l’incanto / della spensierata gioventù senza freni / frammista alla fragilità dell’essere. / Per incanto, una spiaggetta sabbiosa / circondata da cespugli fitti / dove noi bambine cambiavamo i costumi / dopo le brevi bracciate / nelle fredde acque del lago. / Un dolce ricordo senza paure.” (Ricordi).

La vita è una sfida che si rinnova ad ogni barbaglio di luce, all’alba del mattino, ad ogni palpito di rugiada che benedice il creato di un empito di resurrezione: “Ora la luna sta morendo / dietro quei tetti addormentati / velata da una nube passeggera / che l’accompagna / oltre il mio Paese. / Quest’ore avanti / dal solito risveglio / più fresca è l’aria / quasi pungente / con qualche brezza di vento, / accarezza le foglie / dimenandole lievi. / Tutto ancor tace / se non qualche ruota silenziosa / per la via. / È l’ora giusta per pensare / alla propria vita, al camminare / sul sentiero irto di guai / e resoconto personale che verrà scritto / sull’ultima pagina libera. / Mi affido con l’amore che porto meco, da sempre / per quella sfida intima che neppure io conosco.” (All’alba delle ore 5.20). L’indignazione pervade questi versi dedicati a chi ha perso la vita per una disgrazia indotta dall’ignoranza e dalla cattiveria della gente, risuonando come una condanna della coscienza: “Scivola precipitando / nel vuoto senza appiglio / la coscienza incallita, senza fremiti, né sdegno / alla raccapricciante sventura barbara / d’inumanità. / Erano in vita, ora sono morti / erano fratelli, ora sommati ad altri / inghiottiti tra le onde, con gli ultimi gridi / come zavorra. / Visione che martella un popolo / che non ha poteri, se non di protesta / che svicola dall’altra, seduta coi traditori. / Ancora non v’è silenzio / questo scempio oscura il giorno / e quello futuro dei nostri giovani. / Salirà emergendo dai flutti / la corale voce dei morti / nella storia senza più appello / a testimoniare nefandezze / e polvere nera dai cuori / senza anima, ora vincenti.” (Omaggio ai fratelli sul fondo del mare).

Interessante è questa difesa strenua da parte della poetessa della sua identità, a sfidare anche il destino avverso: “Sono quella che sono / che volevano io fossi / già dalla nascita. / Che io fossi per altro poco scaltra / per tutta una vita / e fossi benevolmente seminatrice d’affetti / fossi ingannata da malefica gramigna / presente in tante vite / fossi però risalita da una mano fraterna / fossi madre, nonna e bisnonna / fossi restata sola a crogiolarmi coi pensieri / così, orsù, dunque, riepilogando / fossi quella che in realtà io sono / sono stata e sarò non mutando una virgola / mi scuso pertanto col mio destino / non sapendo apportare, a migliorie / proprio nulla.”

Severa e sdegnata è questa considerazione sull’orrore di tutte le guerre, nella loro implacabile spietatezza che infligge una ferita insanabile all’umanità: “Planano immagini / su questo piccolo schermo / che non vorrei vedere. / Non c’è pace su questa terra / sparsa un po’ ovunque il tarlo / di una guerra che sgretola e ingoia / ogni movimento / Ancora fumanti le rovine / i gemiti più fiochi / mentre si tinge di rosso la terra. / Denunce ad ogni misfatto / ma nulla cambia per ora / tutto ci resta. / Si è fatto sordo ogni aiuto / come per ogni duplice azione / che si centuplica per mani sudicie. / Si affretta la fine, miseramente martoriata / e in quella futura nascita / che non merita. / La ricchezza dispendiosa d’armi / e quella dei nababbi / sfamerebbe l’intero globo / scarno e morente.. / Pensateci!” (Contro le guerre d’ogni origine).

Spicca questa intuizione profonda sul valore delle proprie scelte esistenziali: “Per anni ho maledetto la mia decisione / in secca, l’ondivaga volontà di non concedermi / all’assillante desiderio di pecca / che ora a malapena trascino nel pensiero / tremolante che riporta / pensili contorni. / Volevo quell’attimo fosse romantico / e non un fuggi fuggi. / Ho sfidato il tempo, quelle lunghe stagioni / e le burrasche via via, / nel precario barcollio sulla zattera di salvezza / da illusioni e fantasie laboriose. / Oggi resta flebile luce lontana / un po’ offuscata che non ferisce / questa realtà forse più misera. / La scelta di allora di non decidere / è stata la mia fortuna… / così ciò che non è stato, / non invecchia col tempo / ma dondolante sul ramo a raggrinzire.” (Ciò che non fu mai stato).

Spesso, come nella moltitudine dei riflessi dell’ariostesco Palazzo di Atlante, si possono avere immagini ingannevoli di sé e degli altri, finché non si ricompone tutto nella propria identità originaria: “Ho amato un’ombra / un nome non suo / quel viso preso in prestito / con un inganno orchestrato / da più mani complici. / Dopo tanti anni e tanti… / un niente dunque / una procella stinta / di astuzie lusinghiere / e parole fresche. / Tra le sue spire m’ero perduta / apersi gli occhi… / per una frase sibillina sporta / al filo conduttore / alla logica incalzante / dove ignudo, sfilarono tutte le vesti. / Sfidai me stessa, sciolsi il cappio / che gettai alle ortiche. / Presi fiato e fiducia / verso la mia persona e la mia anima / e di loro mi ripresi cura.” (Un finale diverso).

Il tenue cromatismo delle immagini che correda i testi accende di riflessi variopinti di fantasia e di ulteriori contenuti artistici il mondo interiore di Graziella Minotti Beretta, la quale in questi versi ripercorre la sua vita, con i personaggi e gli eventi che l’hanno costellata, le riflessioni attente e le emozioni sincere, per proiettarla “al di là del tempo”, appunto.

Recensione
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