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Se, secondo la formula genettiana, il titolo è un po’ il preludio allo spettacolo racchiuso in un libro, l’enigma di Albicocche per i miei ospiti  è svelato dalla stessa autrice Manuela Bellodi  in una sua nota finale. Le idee partono da lontano, incrociano traiettorie imprevedibili, giungono dove non avresti mai immaginato: “E una poesia, una volta partita, non si ferma più”, affermava la grande scrittrice romana Elsa Morante. Così, mai avremmo sospettato che quell’intricata selva di simbologia vegetale sarebbe proliferata da un dato di profonda umanità e di scottante attualità: il conflitto con i talebani in Afghanistan. “Sarò felice finché avrò albicocche per i miei ospiti”: questa l’espressione spontanea e sincera, in un reportage di guerra, pronunciata da un onesto contadino afghano il quale, sorridendo, assicurava la continuità della vita contro l’assurdità della morte. È la perenne fioritura dell’arte, incoronata come “un arco di trionfo”, secondo la poesia inedita dedicata in ouverture come augurio da Silvio Ramat, che alimenta la linfa vitale, “la libertà e la creatività della mente” che “non possono essere uccise.”

Il timbro originale della poetessa si profila con il suo mondo interiore che s’incarna in quello vegetale (in una sorta di citazione dantesca del celebre episodio di Pier delle Vigne suicida costretto a perpetuarsi in un pruno), attraverso una fitta allegoria, un po’ come le liasons tra l’universo invisibile e visibile che intravede Baudelaire in Les correspondances, per cui, come in un suggestivo erbario codificato in senso connotativo, ogni pianta è antropomorfa, ha una sua identità e personalità. Allora, la camelia è il capriccio di un momento di trionfo, il giacinto e la giunchiglia sono due innamorati trepidanti, i pioppi come soldati ritti “fanno la guardia al fiume”, ma a primavera “rompono le righe” e si lasciano tentare dall’ebbrezza odorosa. Il tiglio è la folata ardente di un amore, la gardenia è la bellezza tout court, l’oleandro è il fascino malioso che nasconde l’insidia del veleno, l’ibisco è l’enigma che ogni uomo porta dentro di sé. E poi ancora le belle di notte “solo di notte belle”, disvelano la loro beltà esclusivamente alle chimere dell’oblio notturno, per poi richiudersi ritrose di fronte alla chiarità del mattino; la ginestra, leopardianamente “contenta dei deserti”, è la resistenza dell’amore in un deserto che intorno a sé fa il vuoto; l’edera è la tenacia amorosa che si avvinghia caparbia e tenera anche attorno a chi la disdegna; la palma è l’eleganza altèra dell’estetica fine a se stessa che pure agli uomini tanto giova (“offri bellezza gratuitamente”); l’erica è la forza “perenne” che esce indenne dallo strazio amoroso. L’agapanto è il “tuo perduto amore”; il corbezzolo “di corallo”, “irraggiungibile”, è il desiderio proibito; la melagrana “con denti di rubino” è “prosperità e vita”, secondo l’augurio con cui in Medio Oriente la si offre alla sposa; la magnolia è “gentildonna distaccata ma presente” che nel rigore dell’inverno si erge unica e maestosa; il gelsomino notturno è il pascoliano fiore dell’erotismo di cui è intrisa un’avventurosa Sheherazade; l’ulivo “ha un’anima gentile e chiara”, misticamente “nascosta nel tronco scolpito e sofferto.” Infine il bambù è simbolo della poesia intenta a “sciogliere nodi” che prendono corpo sulla pagina “simili | alle minute grafie | dei mille fogli | e delle mille poesie, | ché agli altri, danno, | ciò che a te, | togli.”

A parte qualche caduta di tono il linguaggio poetico si condensa intorno ad immagini icastiche, come “sposa velata”, che designa la rosa d’inverno, metafora della donna che rimane irrigidita in una impeccabile ma sterile bellezza che la separa, appunto come un velo di gelo, dalla festa della vita e dell’amore; oppure il salice è “come una bella donna, che scuote e asciuga i capelli al sole.”

Se, come si legge dalla citazione di Antonio Machado ad epigrafe del testo, “Giardiniere è il poeta. Fine brezza scorre nei suoi giardini…”, uno scrittore effettivamente non fa che coltivare la propria anima per poi raccogliere i frutti al tempo opportuno. Un giardiniere sa che deve armarsi di pazienza, costanza e soprattutto tanta passione, se vuole vedere sbocciare le primizie. Così il poeta getta il seme delle parole che fecondano il silenzio nell’eterna primavera dell’arte, su di esse veglia diligentemente finché non vedano la luce della perfetta maturazione. Le poesie sono gemme adorne che, come quelle “albicocche per i miei ospiti” generosamente offerte, profumano la vita di chi le coglie, assaporandone quella deliziosa fragranza che è il respiro di cielo dell’Eternità.

Recensione
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