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Alghe e fanghiglia

Il titolo originale della raccolta rimanda, secondo l’assunto genettiano, al contenuto: queste poesie rimestano ciò che resta sul fondo, in un’esplorazione carsica dei sentimenti e delle emozioni. A tal proposito scrive incisivamente Plinio Perilli nella prefazione: “La poesia ecco, sono tutte le Alghe e la fanghiglia che Edith ha varcato e superato, ma insieme le sono rimaste addosso, infibrate in un corpo fisico perché poetico che come per miracolo ha lenito, suturato le sue stesse ferite di percorso – i detriti morali e mentali – le tante spine incarnate, incistate nella pena educata, a tratti lieve, di una docile, quotidiana, rasserenante, perfino, via Crucis.” Si parla di “briciole rubate alla ragione”, di “risvegliare i tizzoni”, di “barche incagliate”: tutto riconduce al residuo, al relitto scampato al naufragio.

Si gode di una “libertà sorvegliata / che mi fa serva sua / nascosta e felice / dentro la sua gabbia”: “Mai / – me ne accorgo – / quando scrivo / che sappia dove vado / né quale strada prendo / ché potrei camminare / incauta / su fili tesi alti sopra le nuvole / costeggiare le rive di laghi senza fondo / varcare soglie segrete verso luoghi incantati / questo / e ben altro / in una libertà che niente / e nessuno / mi potrà togliere.”

La mente è un misterioso meccanismo da tenere a bada: “Errabonda lasciare la mente libera / di vagare ove le pare / cane randagio / che fiuta gli avanzi ai lati della strada / o legarla captive ad un albero muto / costretta ad aspettare senza luogo né tempo / un qualcosa che ancora non sa? / Perché ancor non sa cosa succederà / e se si farà vivo / domani nella foresta / questo qualcosa ignoto / Spunteranno benigni in aiuto ai primi / altri pensieri / altre parole / formando una catena dalle maglie incompiute / o rimarrà soltanto matassa inestricabile / lembi di stoffa logora / velleità pietose / sforzo per sbrogliare nella complice notte / qualche groviglio antico / che se decente appena / già –credo – sarà tanto?”

L’autrice scava nei meandri della psiche, nel sottobosco dell’inconscio, per raccogliere i detriti: “Dischiudere la porta d’un’ignota dimora / spingerla con prudenza / e un po’ di sospetto / da un pozzo profondo tirare su / le acque torbide / in un secchio raccolte / percepire il ronzio che lancinante / sale dall’oscuro cespuglio del nostro sottobosco / attenti coricarsi / contro il corpo assente / di semi gravido della nostra anima / cullarli / farli crescere / o sradicarli / creature selvatiche.” In questa ricerca inesausta si penetrano anche le tenebre: “solo sbucando il buio / i lumini ossessivi del loro vigilare”, mentre si è intenti a “scavare ostinata nella caverna antica.”

Si pescano le parole immerse negli abissi notturni che affiorano labili e rare sulla soglia del mattino: “Una parola sola / solo quella ricordo / di una poesia comparsa nella notte / l’inizio lacunoso / l’indizio insufficiente / all’alba stamattina / svegliata speranzosa / – chi sa – di ritrovarla / è sparita anche quella / risucchiata nel gorgo in cui spariscono / d’una memoria labile i ritrosi detriti.”

La poetessa attua lo sforzo quotidiano d’immergersi nel fondo della memoria per estrarne immagini particolari: “Per il piacere insano di rimestare / ho grattato il fondo della mia memoria / e raschiato la crosta alle sue pareti / concrezioni grigiastre incistate al punto / di diventare pietra / ne ho estratto i sogni / rimasti lì sepolti / lividi bozzoli sonnolenti nel buio / aggrappata ai ricordi / ho calcolato l’ora / spiando i rintocchi d’una pendola spenta / ho risalita poi le pareti del pozzo / affacciata sull’orlo per chiedere a chi / qualche risposta avesse / cosa prima dell’alba nell’aria / fluttuava e prima del tramonto / e dell’altra alba ancora / e chi spalancherà della notte le porte.”

Il sogno abita costantemente la mente della scrittrice: “Di giorno sogno / senza forma né voce / cose che non saprei / chiamare né descrivere / che nell’aria galleggiano / come dal vento alzata / nube di polvere / di notte invece penso / a quei sogni del giorno / che vorrei cancellare / che mi fanno paura / e mi tormentano / ma nel buio rimangono / ostinate presenze dall’andare felpato.”

È un lavorio intimo continuo frugare nei propri abissi: “Dentro sé stessi / scendere / sul fondo irraggiungibile / e nel mentre raspare / incrostazioni / ruggine / asperità e nodi / frugare ogni livello / senza tregua forare / fintanto si riesca / a strappare alla melma / filamenti / scintille / del sé l’essenza / ancora ignota.”

Nella sezione L’infanzia Edith Dzieduszycka rievoca l’incanto della campagna nell’Alsazia-Lorena, Paese conteso e travagliato da guerre, con le mucche “dai nomi altisonanti / Marguerite e Blandine, Marquise e Contesse” da portare al pascolo, atmosfera idilliaca spezzata dall’irruzione delle forze armate che portano via padre e madre alle tre sorelle. Da allora la casa sembra abitata da fantasmi: “Porte che sbattevano / quando lontano era già fuggito il vento / finestre spalancate all’improvviso chiuse / come gusci gelosi e silenziose bocche / pareti stropicciate, da ragni / e pipistrelli rammendate agli angoli / scala che scendeva invece di salire / nell’androne budello / bagliori ballerini / e presenze malvagie dalle mosse furtive / un granaio di fronte pieno di meraviglie / corone e perline / perfide trappole.” La madre custodisce la memoria di quella Casa delle sofferenze, testimonianza scritta da Geneviève de Hody dopo la sua uscita dalla prigione militare tedesca di Clermont-Ferrand nel 1944: “La chiave di quel racconto / la teneva mia madre / nella tasca profonda del suo vestito / oramai troppo grande. / Molto spesso la sera / vicine a lei esausta / noi cinque donne – io la più piccina – / presente e bruciante l’assenza di mio padre / tremanti ascoltavamo la storia da non credere / dei quattro mesi d’incubo / nel luogo da lei chiamato / Casa delle sofferenze. / Seduta vicino al fuoco, incredulo fantasma, magra, pallida, estenuata, una donna racconta il viaggio e l’angoscia, l’impatto a cuore battente con un pianeta ostile, la cella sordida invasa dalle pulci, le notti senza sonno, spiando il battito ritmato degli stivali lungo i corridoi, il cortile ghiacciato, dove sempre, automi pallidi, girare, rigirare, i latrati, gli ordini, gli interrogatori, lontani e vicini, le grida, i rantoli, il freddo e la fame e sempre, la paura… La figura materna ossessiona l’immaginazione: “Curva e fragile / sotto l’immane peso della Storia / una donna rivedo / tornata dall’inferno / una donna seduta / magra, ansimante / dal seme avvelenato ingravidata / d’una scoperta sconvolgente / inchiodata Sherazad / ai suoi racconti / ininterrotta schiuma / torrente / vomito / lava che trabocca / dal vulcano eruttante / e straripa / mostruosa colata / dalla bocca sfregiata dall’incredulità.”

Il passato può essere una barriera inamovibile per il suo carico di sofferenza: “Una porta sprangata / alla quale stasera invano busso / senza sapere se dietro / è rimasto qualcosa. / Una porta sbarrata / agli spettri vaganti / la mia mente schiva / che teme di aprirsi.”

Nella sezione La nuova vita affiorano la gioia e la spensieratezza: “Abbagliata sostavo sul crinale dell’ora / plenilunio perlaceo / di giada l’orizzonte / per un lampo sconfitto / si era interrotto del mondo il rullio / in agguato sospeso il pensiero taceva / profumava di fieno d’erba tagliata viva / l’aria leggera che annusavo grata / appena superata della città la soglia / emergeva sottile quasi inebriante / un effluvio di tiglio mentuccia gelsomino.”

Si prova un certo disagio di fronte alla propria come all’altrui vita: “Quante volte / all’indietro si torna / e si rammentano / parcelle di se stessi / che vanamente si tenta / di scordare / da cancellare / cose fatte / parole dette / mancanze / assenze / da rimediare / troppo presto / troppo tardi / inermi / inadeguati ci si sente / nello stare di fronte alla vita / all’altrui / alla propria.” Sopportare se stessi è fatica quotidiana: “Certi giorni di stanca non mi sopporto più / ché sempre tra i piedi / mi ritrovo stonata / qualunque cosa pensi / dica oppure faccia / sempre dietro mi ergo / subdola sentinella / a vivisezionare / a criticare amara / ad esporre la mia / ché non la conoscessi / di me mi son stancata / con me non sto più bene / da me vorrei staccare / Il guaio grosso invece è che / non ci riesco / Non dico sia sbagliato / anzi direi è giusto / allo specchio riflettere / ma alla lunga logora / e vorrei smettere.”

Interessante è questa dedica ai figli: “Leggera non sarò / quando peso / più non avrò / quando la fredda mia mano / la calda vostra avrà lasciato / quando dell’ombra mia fuggita / nemmeno l’ombra rimarrà / ormai ricordo evanescente / senza di voi avviato / verso un altro dove / Di me per poco galleggeranno / invisibili scorie / minute spoglie del tempo andato / colori / note / pagine / prima di ricadere / al suolo / pesanti massi / Rimarrà il sapere / per voi più che sicuro / che qui / vi ho amati.” (Ai miei figli).

Edith Dzieduszycka esplora l’umano vivere in tutte le sue sfaccettature più profonde, con uno stile raffinato ed elegante, esponendosi al vortice buio dell’ignoto: “Ci aspetta la curva / da essa stessa nascosta / prima d’un’altra curva / e di un’altra ancora / così di curva in curva / trascinati nel gorgo / giriamo e sprofondiamo / inermi nell’imbuto / sanguinanti le mani / raschiano le pareti / le unghie stridono / lasciando lunghe scie / la luce si fa fioca / scarseggia intorno l’aria / di perle qualche fiore / una targa d’argento.”

Recensione
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