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All’ombra dei tuoi occhi

“Alla Poesia, anima ed energia del mondo, che come un lampo squarcia il grigiore dell’esistenza, che aleggia come spirito cosmico sulle vicende terrene, che raggiunge il cuore dell’uomo con intensità pari alla religione, alla Poesia che, come afferma Aristotele, è l’inizio della filosofia, Armando Santinato ha dedicato e continua a dedicare la vita.” Così Elio Monterisi descrive l’itinerario artistico dell’autore che in questa silloge sembra parafrasare la lirica provenzale della lingua d’oc e del trobar clous in chiave moderna. Scrive a tal proposito Sandro Gros-Pietro nella postfazione: “È nuova la sostanza del dettato poetico che è una proposta argomentativa immaginosa e ammaliante, sospesa tra l’enigma ermetico e la formula più fantasiosa della metafora.”

La prima poesia sembra entrare in punta di piedi sulla soglia dell’anima con una delicata scia di parole, senza limiti di punteggiatura, come onde del mare che lambiscono la riva senza inizio né fine: “Arcobaleno / in cui l’arca ormeggia / dei sogni”. (Tu). È un “lampo lirico”, una pennellata fugace di “impressionismo musicale”, secondo l’incisiva definizione di Aldo Sisto nella prefazione, che squarcia il velo di Maya della realtà (per citare Shopenhauer) e folgora le verità più intime e le emozioni più intense. È un linguaggio raffinato, dalla notevole suggestione estetica, impreziosito da echi letterari che attingono al vasto patrimonio culturale di Santinato (come il celebre incipit del Foscolo “Forse perché della fatal quïete / tu sei l’immago”, “Forse perché / ti credevo l’eterna bellezza”, Il volto allo specchio). È un richiamo anche delle sue stesse opere, come Trattato lirico di cocente gelosia, di cui compaiono numerosi testi, in un sapiente mélange di alchimia poetica. Si delineano, così, deliziosi ritratti di archetipi muliebri come Occhi di cerbiatta, le cui metafore tratte dal mondo animale evocano la semplicità e la genuinità della “poesia onesta” di Saba: “Penso / ai tuoi occhi / di cerbiatta / Al tuo carattere / imprevedibile di gatta / (…) Penso a te / fanciulla dai sogni ancor limpidi / come le pupille dell’aurora nell’ora che la vita incanta di fantasmi / a te penso / vergine di conforti / coltivatrice di timori e di fate morgane.”

Spesso ad offrire lo spunto poetico e ad alimentare quel fascino arcano della bellezza femminile è un dettaglio, il quale allude ad un altrove che non sfugge alla chiaroveggenza del poeta: “Occhi di stelle / che dolci tremate / non destate questo muto dormire / Il tempo / ha chiuso per noi / le porte / Stende la sera / l’ombra dei silenzi / Chiude la vita / i fiori del cuore / Immense / apre le braccia / l’oasi bruna / Tonfo nell’acque deserte / del nulla / Occhi di stelle / che tremate dolci / l’amor serbate nel chiostro del cuore.” (Il chiostro del cuore). Vi è una sacralità della memoria e della visione assorta del paesaggio a cui sono appesi i silenzi e i sospiri: “L’usignolo / rimbocca le coltri / al silenzio sacro / Si dorme / col pensiero stretto / al cuore / Dall’alto / dei pinnacoli / il merlo desta l’aurora / Indora / la luce / del giorno / Si va / sul ciglio del prato / con l’ombra del sole / (…) L’inverno / bivacca sulla banchisa / coperta di neve / Si conta / il passo del giorno / prima che spunti il filo dell’erba / O casa / mi corrono incontro i ricordi / portati sul carro di pioppi / Ti rivedo / come una fiaccola / inclinata sul cuore del tempo.” (Prima che spunti il filo dell’erba). Una dimensione trascendente sorvola questo abisso di un tempo inquieto e confuso in un respiro d’eterno: “Volge / la ruota del tempo / sul lento cigolio d’anni / che il gorgo restringe come dimentichi / al triste lamento d’un ciclo tardo a rilento di sfinge / così quel nostro mortale sgomento / fosco sul vetro convesso si finge tesa / la falce d’eterno tormento / e tutto il male nel fuoco / recinge / O confusione / che segui l’umano cammino / lungo il percorso terreno vittima sono / d’un fascino arcano / Angoscia / l’eco ti porti lontano / là dove tutto si muta in sereno / dove si chiude l’ala del gabbiano.” (L’eco).

Un fremito religioso percorre l’epos lirico dello scrittore come un’armonia musicale di sottofondo alla vita e a tutto ciò che lo circonda: “Segno / scolpito sul dito / del tempo / Alito / che si contempla / sulla banchina riflessa dei cieli / Io vivo / il brivido eterno / di Dio.” È grido insaziato dell’anima che anela all’infinito e all’assoluto: “Perché / o Signore / tace la tua voce / là dove l’onda si copre di stelle / E cupa / mormora / l’ultima foce sospesa / al piombo di tenui fiammelle / Sorge / sul colle / sfogliata la croce / fra piante d’anime fatte sorelle / Ma ferme / stanno le porte di noce / a chi non rientra / con le pecorelle / Così nel tempio / non si fa peccato / Né si festeggia / un peccato d’amore / ma un volto d’angelo fatto di sasso / Padre / non mi turba l’ombra / del basso / Neppure / temo l’eterno dolore / sol chi non vive d’amor sia dannato.” (Confessione). Il trasporto amoroso per la Madre celeste si ammanta di tenerezza, in questo omaggio appassionato che si fregia dell’insuperabile dettato dantesco: “Madre / del mio Signore / d’ogni cuore sei palpito di vita / L’Eterno / s’è fatto presente / nel tuo grembo / Tu / figlia / del tuo figlio / Umile ed alta / più che creatura / termine fisso d’etterno consiglio / Così / si esprime / l’alto Poeta / Per te / luce da luce / piove dal monte / L’albero / torna a rifiorire / all’ombra dei sapori / Ave / piena di grazia / il Signore è con te / In te / si compiace / l’eterno consiglio / Non temere / l’ombra della croce / sotto la croce / rifiorisce la vita / Allora / gioisca il pargolo / nel grembo materno / Sollevi / le braccia / l’uomo fecondo / Non tema / l’ombra dell’addio / il pellegrino errante / O madre / anch’io navigo / fra le pareti del mondo / Dove / si teme / l’ombra del poi / Dove / per noi / non c’è pace / Non sia / di condanna / l’ultima sorte / Sia / la morte / il primo sorriso / Sul tuo viso / io riconosca / il mio Signore.” (Madre del mio Signore).

Si profila anche la stessa figura dello scrittore nella veste del viandante che insegue ombre e fantasmi: “Viandante / consumi soltanto / fantasmi / Ti guida / l’oscuro passo / dell’ombra / Contendi / al gabbiano / il giaciglio dei venti / Sotto pagliai di stelle / singhiozza l’arpa / del silenzio.” (Il passo dell’ombra). Infine, una sorta di ode al poeta tinteggia di cangianti sfumature il proprio autoritratto: “Mi chiamavi poeta / con dolce ironia / e sorridevi / Poeta / sei rimasto solo / qui sulla scogliera / Il tempo / macina il tempo / con divina indifferenza / L’onda / batte scintille / di pioggia / Notte / e giorno / giocano fra mesi ed inganni / Non restano / che scommesse / insidiate dal silenzio / Tutto / dice l’antico / passa / Tu / presto getta nel cesto / i frammenti che il senso ti dona / Piangere / nella casa d’un poeta / è vietato: non è da noi questo cordoglio.”

A decifrare il mistero del titolo, in cui, secondo l’assunto di Genette, è espresso il nucleo dell’arte poetica, è il critico Sandro Gros-Pietro con la sua affinata intuitività: “Dunque, il poeta non osserva il mondo con gli occhi di dio, però riesce a osservarne l’ombra, più esattamente il poeta si colloca nell’ombra degli occhi di dio, (…). Ne deriva che tutta la poetica di Armando Santinato è illuminata da una gioia senza pari per la vita e più ancora per la straordinaria attività della creazione, che è un fenomeno in continua manifestazione di sé, sempre in sviluppo e in espansione. La creazione divina appare agli occhi del poeta come un evento impareggiabile di bellezza, raffinatezza e complessità. Tuttavia, anche la creazione umana non manca di magnificenza e di estro e, stilnovisticamente, raggiunge l’apice espressivo nella beltà della donna, che è detentrice del simbolo dell’amore fruttificato dalla maternità. (…)

Con l’adozione di un simile linguaggio poetico, il poeta trasmette al lettore un sentimento puro di gioia, non contaminato da ricadute nella ristrettezza del reale: è la gloria della parola che canta la bellezza e la dolcezza del mondo, che rimane tale anche nei momenti più chiaroscurali in cui si appalesa la morte, (…). Tutto il linguaggio poetico elaborato da Santinato è pervaso dalla levità impalpabile e intraducibile delle metafore luminose e misteriose con cui il mondo è osservato con occhi che non sono quelli della visione tradizionale. Il poeta, dunque, pratica l’alterità, come sua misura di linguaggio e pertanto il suo diviene quasi un canto del silenzio, cioè un’armonia soave e rappacificatrice che predispone l’animo al sentimento più nobile dell’amore universale (…)”.

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