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Le liriche di Mirella Genovese recano l’impronta luziana (dell’illustre poeta fiorentino sono riportate citazioni ad introduzione dei testi) del divino, le cui vestigia s’inseguono lungo l’intero tracciato della vita. Sono illuminazioni ungarettiane, dove le parole squarciano “il velo di Maya” di una confusa apparenza. La disposizione, come preannunciato dal titolo, è quella dell’ascolto, che si attua a tre livelli: la speculazione interiore (Canto I Segundo sueño), l’osservazione della dimensione temporale (Canto II  Ascoltando il tempo), la meditazione della Parola, del Verbo che si è fatto carne (Canto III Ascoltando la Parola). Una tensione mistica pervade il tessuto poetico, accendendo di intensi riverberi l’esterno secondo le intime rifrazioni: “Folgorata da luci | rapita da silenzi | dove ascendi, | anima mia?” (Segundo sueño). L’anima, gravida di luce, si trastulla “nel palmo abbagliante del Divino.” Si schiudono visioni ineffabili di quel perpetuo spettacolo che è il cielo: “in nubi come anelli | o putti ruotanti | oltre le sfere?”; “In questo mattino | che apre un giorno latteo | tra soffici cirri schiariti | appena da luci di primavera?” (Interpretazione). Su tutto si staglia l’astro radioso che allaga il mattino: “Il sole è un disco che non fuga | l’ondulante freschezza del mattino.” L’anima è protagonista assoluta che si china all’ascolto del trascendente: “Tu interpreti le coste, | anima mia? | Vieni, accostati, | anima mia. | Solo tu | m’ascolti intima | nel mio abisso.” La luce è onnipresente, come il sale stesso della vita: “un orlo di luce” (Magi), “flussi di luce” (Riflessioni senza disegno), “carne di luce | luce di alabastro” (Último Sueño); “In quale cielo | affondi le radici | in quale universo | parallelo che al nostro | si sovrappone | o s’attaglia | non sfiorato | dall’amabile luce | o da lucori di giorni | o che in altra luce vive | e in altri giorni?” (Memoria). Essa è presenza che permea l’essere, la linfa vitale: “In note apparenze | di nuvole e venti | di terre e cieli | vivi | o a noi appari, | luce che penetri | e frughi | nelle nostre ferite, | fonte di gioia | che travolgi i limiti dell’essere?” (Presenza). È l’essenza del divino, il fiat lux da cui ha avuto origine la creazione: “Luce che t’incarni | e in aneliti puri | trascendi | in fiamme d’amore | mi travolgi. | Luce da te travolta | non inglobo il mio sole.” (Luce).  Il silenzio è paradigma metafisico ove si compie l’epifania del divino: “quel silenzio | sovrano nel cielo | gloria di sole | è quel silenzio | assoluto vibrante | nel tempo immobile | è quel silenzio | la tua Presenza | d’umanità trascesa?” (Quel silenzio). Il dolore è un richiamo imperioso che si abbranca ai recessi più profondi dello spirito, ove s’inabissa Dio: “Eppure l’angoscia | l’implorazione il grido | il sacrificio la morte | al di là della siepe | m’invocano” (Richiamo), ove la siepe è leopardianamente il confine da trascendere per accedere al sovrasensibile; “Qui sei dolore | il Dolore. | Qui sei divino | il Divino.” (Nel vento); “Solo ascoltare | la tua Parola che emerge | dal mio abisso” (Codice divino). Paradossalmente la sofferenza viene invocata come garante della gioia, la quale sembra trarre la sua fonte proprio dal suo opposto: “O dolore, vieni. | Nelle mie vene sérrati. | Vieni a custodire la gioia” (A pochi palmi). Il misticismo alimenta un fuoco segreto che suscita la vitalità dell’amore: “Arde mistica | fiamma | ferita nel petto | trafitto mi rapina | nell’ora che s’incarna. | Nella luce m’ingorghi | Unità | sublime soffio | Spirito.” (Mistico incanto). Dio è la vetta suprema cui si protende l’anima con tutte le sue forze: “La vertigine | della vicinanza a Dio | in alto | sempre | più in alto | con guglie pinnacoli | vertiginosi  | (…) Ascendere così | nel castello interiore | senza ascolto di maree | ma solo della Parola | in pienezza.” (Le mont Saint-Michel). Tutto sembra presagio e rivelazione: “i giorni | fatata attesa | di altri giorni | il cielo | impalpabile velo | che celava | trasalimenti attese | di smemoranti acque | di albe | in riva a laghi.” (Gotico).

Il dramma di Cristo nel Getsemani è vissuto con incolmabile strazio, scandito da un ritmo ossessivo, martellante, in un climax ascendente; la disposizione stessa delle parole futuristicamente alla rinfusa, formando graficamente come delle onde, designa l’interiore sconvolgimento: “Velo azzurro | sospeso tra i rami del pino | appare orto di Getsemani. | Fra verdi rami si celano | l’olivo il calice | la mano è ala | il piede sicuramente scala | il piede dell’angelo |  e il calice sospende | l’amaro di cicuta | l’amaro del seme | il fiele del costato” (Velo oleandro cactus). Gli eventi che hanno segnato la storia vengono vissuti con il “vero poetico” che si cala nella tragedia: “Sul filo della spiaggia | di Normandia l’ultimo caduto | è ancora | lì | mentre onde | marosi lo sospingono.” (D. Day). I celebri “papaveri rossi nei fossi” di Fabrizio D’Andrè, così, diventano emblemi di uomini “sepolti nel vostro sangue”: “Il vostro sangue | è un monito | per chi sommerso | dal tempo non sa | varcare il tempo | per donarlo.” (Poppy’s day). L’immagine della nipote Vera, scomparsa prematuramente, cui è dedicata la raccolta poetica, sembra sfumare dietro i contorni del tempo, tentando di schiudere un “varco” di montaliana memoria: “Se nel discrimine s’aprirà | un varco non so | se per prima potrai | darmi la mano. | Qui oltre l’ombra | t’attendo | come luce presente | a rischiarare il cammino | dei tuoi cari.” (Varco). Un’apoteosi della festa della vita, in un grido di resurrezione, è l’esplosione esuberante della primavera: “Osanna Osanna | esulta la primavera | spalancando le braccia | ed inizia | una danza | dentro al di là | del discrimine | del mattino | perché solo il mattino | dischiude promesse | di Redenzione | ed alita | la presenza del Consolatore | nella storia.” (Ritorno). Gesù sfiora la storia con la leggerezza della sua tunica che trascorre intatta sopra la terra: “Al mio sguardo | vigile | la Tua tunica | appare | sulle acque | e la certezza del porto | non dimidia la gioia | del tuo ritorno.” IncontrarLO sulla nostra via è rivelazione di vera vita: “Come la pienezza | del tempo s’addice | al tuo trepido | incontro sulla via | d’Emmaus | ai nostri sguardi | ciechi e al passo | che lento tasta | una via di buio!…” Il Suo sangue, “grappolo rosso | di Golgota”, feconda la terra. Nella terza sezione la Parola di Dio espressa dall’apostolo Giovanni fermenta il suo lievito divino tra le pieghe dell’anima, nel cuore dell’umanità, è come il canto dell’usignolo che non si spegne: “Questo è il Paradiso: | ascoltare la parola | di Giovanni | che come polla | nel cuore germina, | (…) Tornato dalle ombre | il Cristo ogni istante | le ombre sconfigge | Spirito | che nelle vene s’irradia | e rende divino | il canto d’un usignolo.” (Leggere Giovanni). L’amore è quella dialettica tra amante ed amato (“Non saprai mai | quanto l’amato t’ami | intenta a misurare | se il tuo amore | è vigile | se risponde al richiamo | se riconosce i segni”, L’amato e l’amore) che si risolve con una sola chiave di lettura: “perché l’Amore | è ascolto.” Ciò che s’intravede di là dalla confusa nebbia del tempo e dello spazio non è che  quel “tuo Volto”, che dà corpo alla speranza e alla salvezza dell’uomo.

Un lirismo intenso domina questi versi, immagini icastiche e di notevole levità poetica costellano l’immaginario dell’autrice e le parole si slanciano dietro l’impulso artistico in libere volute grafiche: “Fluttuando si modellano | nubi vascelli | incantati perplessi profili | traforano l’ovatta” (Nubi); “Dietro rupi di buio | riappaiono barlumi | foreste disegnate da chiarie | marosi spezzati | dalla luce dalla luce.” (Movimento di nubi); “Questo vento | che mareggia frusciando | sulla costa in penombra | questo vento | che frondeggia con brividi sommessi | (…) È la discesa | del tuo Spirito | sulla natura in subbuglio | è la tua volontà | che la spezza?” (Scirocco).

Recensione
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