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Bambina con draghi

I versi di Renzia D’Incà scaturiscono da un mondo onirico sconvolto, infestato da spettri, incubi e “draghi” appunto, a simboleggiare le potenze malefiche che hanno devastato l’amèno paesaggio dell’infanzia. La poesia dell’autrice è l’intima rivolta al male subito, in cui la rassicurante figura genitoriale si trasforma in un mostro che sovverte scabrosamente il suo ruolo, dissacrando la paternità e il sano vincolo familiare: “com’è possibile che tu non capisca niente / il problema non è essere buono (oh fratello-padre) / è il non essere o aguzzino o indifferente / il tutto è evidente sei la falsa immagine / di un dio incontinente.” L’universo psichico di chi patisce l’abuso viene terribilmente stravolto: “mi hai contaminato mi hai plagiato / troppa la carne al fuoco / aiuto-affogo” ; “quando lascerai la tua presa / la costosissima impresa, l’offesa.” La colpa, poi, in questi casi, si addossa proprio a chi è più vulnerabile e sensibile, alla vittima che ha ancora l’onestà di riflettere, a differenza del suo carnefice: “essere padroni d’ogni / eventuale circostanza ammansire / il mostro (io? Io non ti conosco).”In questo intollerabile marasma la rivalsa della poetessa sono il grido della sua anima e la rivendicazione della propria libertà, con cui prende coscienza della propria dignità violata e della forza redentrice che sgorga dalla sorgente inalterabile dell’autenticità e della purezza del proprio essere. Esiste, infatti, un territorio franco, inviolato, il sacrario della propria interiorità, che neanche i soprusi più abominevoli possono scalfire: “la mia è nevrosi creativa è la mia di danza-vita / e se qualcuno ha provato a frenarmi / fratello padre o padre amante insomma tu / pagherai con egual moneta tutti i danni / io non sono un’inquieta io sono l’eretica / (…) pensavi di avermi posseduta – sostituto paterno / viatico per l’inferno pensavi sottomettermi / estromettendo il mio lessico ma io sono l’ira / l’orgoglio la vendetta l’eresia la nemesi / io l’hybris io che non t’appartengo.” Riecheggiano i toni della nemesi delle tragedie greche, delle figure muliebri così altère nella gigantesca statura della loro sofferenza, quali la Gorgone, nell’urlo pietrificato del suo dolore: “sono l’Antigone la santa l’estromessa / la Pizia che generò se stessa / adesso basta! – urlò la mater Gorgone / dal vostro muro, malata di nervi la megera / (…) sono la madre di mia madre / la nottola di Minerva l’anti Gorgone / la femmina che non ti inghiotte / tuttavia io sono IO – nella mia notte.” L’incesto è contemplato nel mito greco (come Edipo) con tutti i suoi risvolti nefasti e drammatici: “Io Antigone nata senza generazione / io che ho avuto troppi padri, padri, fratelli, amanti / auguro a me una morte discreta senza punizioni.”

Da questi versi trapela la voce dell’innocenza soffocata, insanguinata, inascoltata, che geme in mezzo all’indifferenza generale e a cui non resta che maledire: “mi hai chiamato per dirmi / che cosa sta succedendo? / niente stavo solo morendo”; “io che ho imparato a camminare / in punta di piedi per non disturbare / a stare in silenzio ad annullarmi / quando dentro bruciava paura / ti maledico e uccido, padre ombra oscura / tu che mi hai intossicat/amata sinecura.”

L’amore viene profanato, sfigurato, invocato come feticcio blasfemo a coprire l’orrore, quando viene inflitta una sessualità malsana: “ahi malata d’amore ahi malata e insonne / del papi l’amor mio, l’inconsolata / attendo da te solo l’estrema unzione / dov’eri quando pativo? ahimé / quando languivo nel letto, il mio / né sazia di te né prossima alla grazia? / malata malata di non amore / dis-passione, smorta deprivata / sola senza più fuga o remissione.”

Vive un dramma atroce, un lutto inestinguibile chi subisce il male per giunta da parte di chi dovrebbe assicurargli premure e protezione, così maledettamente contro natura: “ho capito che soffro e non mi offro / la mia vita coincide con la mia morte / ogni giorno ogni notte gioco a dadi la mia sorte / e mentre tu mi attendi al varco io salgo il mio calvario / creandomi mondi sotterranei sottili arcani / adesso attendo io te al varco tu col tuo privato sudario.”

Bambina con draghi svolge la trama aggrovigliata dell’insano complesso incestuoso, abbandonandosi come ad un libero flusso di coscienza, in cui si affacciano i fantasmi partoriti da un’immaginazione degenere, in cui prolifica tutto un mondo subumano, demoniaco, deforme e spaventoso, per l’atroce innominabile delitto perpetrato: il Paradiso dell’infanzia violato.

Recensione
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