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Bambine meridiane

Bambine meridiane è un ritratto al femminile della visione della vita, dei volti che s’incrociano, dei paesaggi che si attraversano in questo viaggio. Tutto corre sul filo sottile delle sensazioni e delle emozioni, addentrandosi nei meandri della memoria: “da dove giunge il non detto? / ha un’ala che vola / una che (s)copre le viscere / quale mistero attraversa / e dov’è l’inciampo / il graffio incerato?” Sono lampi di intuizioni che squarciano “il velo di Maya” della realtà, per dirla con Schopenhauer: “dove conduce il buio / verso quale rifugio? / la penombra d’un lampo / è la sola partenza / parvenza d’ombra / l’inverno / soglia di foglie.” È un mistero insondabile che si rivela per folgorazioni poetiche: “decifrare il silenzio / così prende vita l’incontro invisibile / travaso di sillabe / sonaglio legato a un momento di grazia / l’ala stende la ruota / la strada s’attarda / (…) scava scava che ritorna / la notte / non doma non dorme / torna di niente sapiente / (mente?) / sciama lo stormo / richiama ombre avare / notte convessa / notte che versa / e nomina nodi con le mani.” La “bambina meridiana” è come un oracolo enigmatico di Sfinge che tenti di decifrare l’ignoto: “misura polsi all’aria / lega nubi a foglie / sillaba semi / la bambina meridiana.” Questi testi seguono la libera corrente del “flusso di coscienza” di Joyce o della scrittura automatica del surrealismo, senz’ombra di punteggiatura, se non i punti interrogativi ad esprimere la perplessità sgomenta; sono come onde che si riversano schiumanti sulla riva, totalmente in balìa dell’ebbrezza spumeggiante del sentire: “perché possedere le cose / il peso, l’esiguo che divampa? / le cose ricordate sotto la terra che rema / e scrocchia /spettri, appena un istante fa / l’apparire dell’attesa / è fulcro d’ombra / trascorso mutamento del sasso / intimo commiato / calligrafia di movenze evase / la macchia dipana.”

Si sfiora spesso il nonsense: “al piegamento del suono / scompone la linfa collisioni / un vento spoglio imbianca la terra / di preistoria fraterna”; “perché il ricordo sospinge / l’occhio oltre l’occhio? / la carne s’attorce / nella tana di cuoio”; “vibra / l’assetto armonico / sul foglio percettivo / dell’ombra / dove il suono della luce / il suo ibernare? / frammenti scrivono / soglie / siamo non siamo / smurate parole che / aprono varchi ai rabdomanti / non conosco oscillazione di parole / sfarfallio ontico / silenzio che allude al suono-segnale / (scala che fugge?)” È l’inconscio che fa da padrone in questi versi: “placentari attraversamenti / teniamo il timone / fino alla fatica / in un mare che macera”; “ànemos / fluire delle labbra / ponte del dire (del non dire?) / ferita e cura / germoglio dell’attesa / castità della radice.” È un’insurrezione selvaggia dell’essere: “solo un’insurrezione / può salvarti / il tuo grido si faccia allora / compimento / sradicamento di oscene barbe / fuggi / accampa una valida ragione / una ribellione pura”; “sfiora sfiora / si fa silenzio tra le braccia / minuscola la notte / (ferita aperta vampa) / cosa ci lega a queste sbarre / quale pelle / quale tenebra ci sottrae alla sorte / quale fiato?” / esiliata in gola / materia del mai detto.” Il sussulto amoroso si tende affannosamente oltre l’assenza: “vado cercandoti / dolorosa assente / costretta a lacere arterie / suture di bosco / di te uno spalancato niente / si dimenticano / il mare le vene l’osso / e le domeniche di festa / divenute cerchio.”

Un intenso lirismo cavalca i flutti indomiti dell’anima: “non nominare il battito / dell’angelo / ascolta il suo farsi (fiato) / nel bosco / la luce è bruma d’onda / orlo che punge.”; “riesumo la corda / dallo sguardo / nella marea dell’occhio / intercetto il volo / per te, divinando / accettai di conoscere / il vuoto / la mente che non concede tregua.”

Nell’ultima sezione rivive il calore del meridione attraverso la “lingua di fuoco e di radici”, che le dà il titolo, a cui fa eco la traduzione in italiano: “la terra era il cuore dell’umanità, il peso di un cenno / una parola d’asfodelo e lauro / la lingua frusta di tramontana nei cortili / e mamme del sole e giorni giorni giorni”; “le nostra ossa pesano legate a dolore a vene / la lingua delle radici e del fuoco ci rammentano”; “sembra un altro mondo la luce che irrompe / in questo tempo scaduto vediamo soltanto / cieli stranieri /estranei cieli”; “non domandarmi / del margine distante / del tempo fondo / non chiedermi / della sorte che ci lega / all’ultima parola / non domandare / di questa terra diruta / e non chiedere dell’istante / che ci piega / alla parola prima.”

Infine, è uno spaccato di vita del Sud, dove compaiono le “bambine meridiane” con la loro vivacità e il loro sapore gustoso di freschezza ridente: “il batticuore aumenta via via che scaviamo in profondità, un po’ con le mani, noi – bambine meridiane – in attesa dell’attimo in cui verrà alla luce la bocca della terra / allora Antonia sistema il vetro nella cavità, / Anna ripone con delicatezza la carta argentata sopra il vetro / e Francesca, la più grande, impone a tutte il silenzio mentre i nostri occhi sprofondano nell’antro / (…) Risa, gesti e girotondi annunciano l’accaduto: tutte davvero tutte abbiamo visto passare il diavolo sottoterra… il diavolo e la sua rossa coda!” (fughit fughit galu).

Recensione
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