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I versi di Franca Grasso sono rêveries, impressioni delicate disegnate sul filo tenue della memoria, a cui ci si accosta in punta di piedi. Il fil rouge che le unisce è svelato nella citazione di W. H. Davies posta ad epigrafe del testo: “Che vale la vita se, tra mille affanni, non abbiamo il tempo di stare a guardare?”. È lo sguardo gettato sulla realtà quotidiana, lo sguardo trasognato che illumina di poesia e quindi investe di un valore sacro, divino, anche le cose più comuni di cui frequentemente ci sfugge lo spessore. L’autrice si pone in questo atteggiamento di contemplazione, di speculazione di sé, dei suoi ricordi, della trama del proprio vissuto, proiettandoli nella luce dell’arte che tutto trasfigura e fissa nell’immoralità del canto la sacralità della bellezza e dell’esistenza. Allora, ci si sente come monadi disperse nella vastità dell’universo, che pure hanno l’eroismo di pensare, soffrire, gioire, sognare: “Noi siamo quel grumo di sangue | nell’immensità del cosmo disperso | che pensa, che ama, che soffre | ogni gamma di sentimenti.” (Natale 2003). Pur così fragili come canne al vento, per citare la Deledda, apparteniamo all’Eternità e questo è ciò che ci fa grandi: “Quel grumo di sangue | che all’eternità aspira | perché dell’eternità fa parte | nella sua essenza primordiale. | Noi siamo e per sempre saremo….| Perché la legge dell’amore | cammina accanto a noi.” È grazie al “prodigio dell’amore infinito”, “là dove il bimbo sorridente, | visibile immagine dell’invisibile Dio, | da sempre ci attende” che si rinnova ogni Natale, che siamo elevati alla dignità della stirpe regale: “Noi siamo…. | Figli del vento e di chimere | nel mistero di Dio | confusi e annullati, | come il bimbo nella culla | che dondola la pace, | mentre un coro di angeliche schiere | eleva verso la scura volta, | di brillanti astri punteggiata, | un immenso gaudioso alleluja.” Il senso del trascendente aleggia in queste pagine col respiro leggero di una consapevolezza incontrastata che non ha bisogno di essere gridata, s’insinua sottile nelle pieghe dell’anima, si accoccola tra i palpiti del cuore, si adagia sicuro nei meandri della mente. Esso vive di una serie di epifanie, di incontri provvidenziali che squarciano il velo del mistero, come quando emerge la figura del clochard. La sua apparizione ha qualcosa di visionario, avvolta nell’enigma indecifrabile della sua persona (“nello sguardo azzurro, di chi | con l’Altissimo sa dialogare”) e densa di presagi, come un ambasciatore di un prezioso messaggio: “Poi, con aria solenne, | appoggiandosi al suo frusto bastone | simile a personaggio biblico, | s’incamminò per la sua strada, | colma di luce, | lasciandomi nel cuore | un segno indelebile | come divino prodigio.” (Un clochard di passaggio). È proprio questo reietto nella considerazione degli uomini, ma un prediletto agli occhi di Dio, che accende la scintilla dell’atmosfera natalizia, di una festa sublime: “Nuovamente lassù | una stella cometa | fendeva il nero di pece | col suo strascico luminoso | di speranze rinnovate.” (Ritorno di un clochard). Il Natale, cui è dedicata un’intera sezione, è un tema centrale nelle poesie di Franca Grasso, quale mito di felicità perenne dell’infanzia, di gioia estatica di fronte all’innocenza divina. Un’altra epifania è quella della nonna, matrona senza tempo, la quale si perde nella notte del matriarcato e come una Vestale custodisce il focolare della casa, il calore familiare: “la nonna serena, grassoccia | con la treccia bianca | arrotolata sulla nuca | seduta davanti al camino | che racconta le fiabe di sempre.” (Vigilia di Natale). O è ancora il vecchio che se n’è andato senza far rumore e con lui “un pezzo di storia | di un minuscolo paese, | silenziosamente, | per sempre è sparito | con l’ultima nebbia del mattino.” (C’era un vecchio). Sono delle figure che hanno del fiabesco, sospese in una dimensione rarefatta. Struggente è poi la rievocazione dell’amica Laura scomparsa che, in un climax di commozione ascendente, si sofferma sull’immagine di lei e culmina in questa intuizione finale: “Laura, amica mia indimenticabile, | ti ho conosciuta troppo tardi.” (Laura, amica mia indimenticabile).

L’amore è cantato con delicatezza e languida tenerezza, complici la notte stellata e il pallore lunare che adombrano di segrete malìe i due innamorati: “La notte scende | ammantata di stelle. | E nel buio | un calpestìo leggero | sotto la volta | del porticato antico, | d’edera ricoperto. | Poi un bacio furtivo | nel pallido chiarore | di un raggio lunare.” (Eterno sentimento d’amore). L’idillio rivive nell’incantesimo indimenticabile del primo bacio, descritto, anche questo, con i contorni idealizzanti del mito, dove una sensualità velata si mescola alla prepotenza delle emozioni: “Noi due | nell’androne del palazzo | rischiarato da raggi madreperla | di splendida luna piena”; “Se chiudo gli occhi | ne sento ancora il sapore | dolce, come nettare divino | in coppe di cristallo | dai mille bagliori.” (Il primo bacio). Nella dialettica degli incontri e degli addii si rincorrono “sorsi di felicità | nelle inestricabili vie | di questa difficile, | ostica, | eppure meravigliosa vita.” (Anime gemelle).

Nella tradizione letteraria le liriche dedicate al padre o alla madre sono le più intense, perché si risale alle proprie radici. Così, dal limbo della memoria emerge con grande pathos la figura materna, agognata nella notte oscura della solitudine, invocata con un grido disperato, inseguita “per le strade del mondo”, in una quête drammatica: “Grido un nome: madre… | Madre che ascoltavi | ogni mio pensiero. | Ti chiamo | ma più non mi rispondi.” (Madre). Ma più prepotente del lutto inestinguibile del distacco è la sua presenza che si materializza in un’immagine e in una voce mai eclissate, vincendo la corrosione impietosa del tempo: “Ed io madre | con forza rinnovata ti richiamo, | mentre, da oltre il tempo, | risento ancora | la tua bella voce squillante | che il cuore mi riscalda, | come quel tempo lontano | quando tra le braccia stringevi | la tua bimba spaventata.”

Anche la figura paterna riaffiora nel suo aspetto di protezione, in uno scenario sconvolto dal temporale sopra il mare (“il mare in burrasca | s’alzava spaventoso | in gigantesche cascate d’acqua, | muggendo come mille tori scatenati”), con quella carezza che magicamente placa i terrori infantili e deposita la bambina dolcemente, indenne dalla tempesta, all’altra sponda: “Finalmente rincuorata | beata m’addormentavo | nel tepore del lettino, | magicamente trasformato, | nella fiaba del sogno, | in iridescente | conchiglia dondolante, | su spiaggia d’oro | felicemente approdata.” (Quella carezza…).

Poi la propria terra natia è un’altra corda pizzicata dell’anima che suscita la viscerale e nostalgica poesia delle origini. Allora, è con accenti appassionati ed espressioni icastiche che l’autrice canta il mare di Sicilia: “Oh mare mio di Sicilia! | Nelle notti insonni, | quando guado nel pantano inestricabile, | ormai da te lontana | nel tempo e nello spazio, | ancora ti rivedo | nell’ora più bella del mattino | quando il sole sorge | dal grembo delle tue oscure profondità | spargendo scintillanti infinite scie | sulla tua placida azzurrina superficie | che lieve lambisce le bianche spiagge | cosparse di pulviscolo dorato | nell’ora più bella del mattino.” (Mare di Sicilia). Pure le descrizioni dei paesaggi, la celebrazione di Madre Natura offrono spunti di notevole levità poetica, specialmente nella contemplazione di quello spettacolo ineguagliabile che è il cielo: “Il rosato lievemente avanza | laggiù, in fondo al paese, | sui tetti ancora scuri, | per stemperarsi a soffusi strati, | nell’azzurrino | cielo invernale | dove fluttua serena | la bianca cattedrale | di una nube solitaria. | Venere, | ultima splendida stella del mattino | sta ormai per scomparire | inghiottita dall’abbacinante luce.”

Un poeta non può non cedere all’antica tentazione di Icaro e, ammirando il volo maestoso delle aquile, vorrebbe sorvolare ogni bruttura per ascendere alle vette della bellezza, nell’inviolato empireo dell’arte, nell’iperuranio idealistico non sfiorato dal male: “Vorrei andare lassù | nella casa delle aquile | per avvolgermi | nell’aria pura e cristallina, | di essa tutta rivestirmi | e ogni affanno dimenticare. | Vorrei andare lassù | per osservare il mondo | da purissime vette | e sentirmi nella bellezza | lontana da ogni sorta di male, | in sintonia con l’armonia | dell’intero creato.” Ma c’è posto anche per il canto della vita, nella sua esuberanza dionisiaca, nella festa dei sensi che ne addentano la polpa succosa, risalendo all’età d’oro dell’infanzia: “Mi ubriaco di sole | e di vino rosso, fresco di cantina, | (…) benefico liquido, donatomi da Bacco. | Giù mi scende per le viscere | trasparente ruscello dai riflessi rubini, | che in fuoco ardente si trasmuta, | polverizzando ogni affanno, ogni pena | della mia vita in discesa.” (Vini, spiriti e liquori).

Infine, l’ultima poesia, La Moda, è una vezzosa concessione alla vanità femminile che ama trasformarsi camaleonticamente a seconda dell’abbigliamento, sentendosi più bella la donna quando indossa un vestito nuovo: “Gli occhi gli brillano | e brillano anche i tuoi | quando ti specchi | e te l’appoggi al corpo | il vestito nuovo: | ti sembra già di essere un’altra, | più bella, più fantastica. | E ti sembra quasi di volare, | camminando nella stanza, | a passi leggeri, | col vestito nuovo | tra le braccia dondolante.” L’abito s’investe poi di un valore affettivo, “perché s’impregna | del tuo odore, del tuo profumo, | della tua forma.”All’occhio attento del poeta ogni spunto è pretesto per l’ispirazione che dà libero agio al suo estro creativo.

Recensione
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