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Il tema predominante di questa raccolta è l’incantesimo dei sensi, in cui affiorano emozioni e sentimenti che aderiscono ad un raffinato gusto estetico. È una poesia che aderisce al terreno, non più di tanto trascendente, a parte alcuni slanci di tensione verso l’assoluto. È legata alla prosa della vita, ai suoi colori contrastanti, alle sue cangianti sfumature, alle sue contraddizioni, attraverso le quali s’intravede un tessuto poetico di contemplazione della bellezza, dell’armonia. Vi sono, tuttavia, intuizioni mistiche. Ad esempio, questo ritratto di Firenze al mattino in Minuetto è una vera e propria visione lirica: “Dorme la mia città dentro le mura | come un glicine placido, avvolgente. | Su guizzi d’una danza minuetto | sbadigliano gli odori. | Il tram si muove in quiete cilestrina, | assonnato di luce, senza tempo. | Raspsodia distratta il battito del cuore. | Santa Maria del Fiore è languido torpore, | scioglie le ore trepide, azzurrine. | Si leva un sogno strano, un dubbio di betulla, | un segreto di viole, un incantesimo. | (…) Ricci le nuvole | (…) Celeste Bianco il mattino. | Zefiro lento al suono mandolino.” Ugualmente suggestiva è questa fotografia di Lugano: “Lugano assorta, inquieta nel rigore. | Alabastro di grigio sui tetti addormentati, | sui rami certosini degli alberi composti. | (…) Lugano, vagabondo cielo, farfalla incapricciata.” (La panchina rossa).

Il fascino della natura è ciò che più accende la vena poetica: “Scioglie la brina un arabesco canto, | culla d’abete il bosco si commuove. | (…) Grembo verde d’attese nell’iride del bosco, | quando la notte annienta di mistero, | gruppi di stelle cingono le ore.” (Arabesco canto). L’alba ha sempre uno splendore incantevole: “Ho messo in tasca l’alba e me ne sono andata. | La guardavo da sola, felice del mio furto. | Un cantuccio, una scheggia, sospiro di viola. | L’estate si spogliava al sole del mattino: | gioco rosa, turchino, su refe girotondo.” (Cantuccio viola). La luce è canto perpetuo di speranza: “Un sole gentile sopra il grembo | carezza furtiva, gemito di luce.” (Penna fattucchiera). Di notevole lirismo ed efficacia icastica è questo spunto sulle conchiglie: “Hanno dita trasparenti le conchiglie | e labbra di vele. Giochi perduti amori. | Se le incontri per caso non sciuparle, | ansimano sentieri d’onde, respirano | accucciate sulla riva, quando danzano | leggere la corrente un soffio di corallo | le innamora. | (…) Hanno occhi di nuvole le conchiglie | e sguardo arcobaleno. | Conducono i sogni senza mai voltarsi. | Principesse pigre d’aria e d’acqua.” (Labbra di vele).

Interessante è questa definizione del poeta, sulla scia di tante altre celebri della tradizione letteraria legate a questa figura. In questo caso, l’immagine è quella di un essere fragile che si aggrappa ad un verso per sopravvivere come se inseguisse un fuoco fatuo: “Acchiappo versi come le farfalle, | mi sfuggono da un lato e li riprendo, | li stiro bene con un gioco di sillabe | e poi li allungo ancora. Mi basta poco, | davvero, per essere felice. | (…) Un verso, basta un verso, per essere felici. | un verso, anche sbiadito, | che vinca la paura della morte.” (Ballata dei poeti). Ma vi è anche questa visione più disincanta dei poeti: “I poeti sono bugiardi, è cosa nota. | Si servono di lune e di tramonti, | allungano le mani verso i sogni, | stringono aria, bevono respiri. | Ventagli le parole, ansimo rauco. | (…) I poeti mentono e sanno di mentire.” (Ventagli le parole).

Delicata e intensa è questa dedica alla madre: “Noi due, strette nel gioco d’un aprile distratto, | puledri pigri al sangue mattutino. | Noi due, ferme nel tempo. | Amori ebbri di malinconia. | Crepuscolo di ciglia. | Gridi di stelle a scrivere la storia. | Quando ti penso m’incanta la memoria.” (Crepuscolo di ciglia).

Ricorre spesso la figura della fata e della “fattucchiera a perdere con occhi di turchino”, come se si ritenessero l’atto creativo e la vita stessa un incantesimo: “Le nàiadi hanno occhi grandi, | occhi di cipria, trecce galeotte. | (…) Le ho raggiunte una notte, farfalla | fattucchiera, unguento arcobaleno | di leggenda. Le ho raggiunte, | davvero, per danzare sui fiori. | Ragazza Luna, pelle di poesia.” (Ragazza luna); “Porto con me solo la penna fattucchiera, | essenza di sambuco, argento di cedrina, | l’intingo in raggi trepidi, languore brivido. | Luce del mattino.” Domina un’atmosfera di favole, di orchi e di streghe, icone dell’occulto e di ancestrali paure, una sorta di sortilegio in quest’attitudine al ritiro solitario: “Non cercatemi stasera, ve ne prego, | ho una gerla di brezza, una strada | di polvere bianca, insonne. | Un gemito silenzio da cullare. | (…) Le streghe le hanno bruciate all’alba” (Fremito blu); “Pare un sortilegio. | Verde fitto di bosco, favola segreta.” (Favola segreta); “Giullari i giorni si snodano leggeri | al sortilegio strano delle trame.” (Mantello gitano). È un universo misterioso parallelo, un mondo fantasy costellato di “elfi” nella “magia del bosco”:  “l’orso” e “il Lupo – Sirena” della “favola viola.” Mito e fiaba s’intrecciano a connotare l’ignoto e l’esoterico. C’è il posto, così, per la figura esotica e quasi “malefica” della zingara: “Le zingare hanno gli occhi neri, | li lavano con acqua di rose | (…) Sono scure di pelle le zingare. | Sabba di rughe. Ruota di pavone. | Allora, trema se ti leggono la mano.” (Sogno incantesimo). O è quella più rassicurante, immagine speculare del poeta, mendicante di sogni e di chimere: “Venite! Sono il pifferaio scalzo. | Sopra cieli cobalto mastico nuvole | di fiele. Pionieri i versi, gracili pensieri, | arcobaleni funamboli alla sera.” (Serenate di grilli).

La poetessa evoca la figura della grande scrittrice Elsa Morante, che ha intitolato il suo primo romanzo Menzogna e sortilegio e che è stata definita dai critici, per il suo misterioso fascino e talento, appunto, “fattucchiera”.

Recensione
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