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Desdemona si specchia nel dolore

Questa plaquette è un delicato florilegio di poesie che tessono un elegiaco canto alla bellezza e all’amore, immerse in un’atmosfera idilliaca che poi si muterà in tragedia, cui fa da sfondo la cornice mitica dei celebri personaggi della tragedia di Shakespeare. In principio si staglia il sentimento amoroso puro e intenso di Otello e Desdemona, adombrato, tuttavia, come un presagio oscuro, da quel dono di nozze dello sposo, “un fazzoletto a fini trame d’oro”, “tessuto da una maga / signora dei torridi deserti”: “Mi disse Otello: “Perderlo è sventura” e aggiunse / “esso racchiude arcani sortilegi.” Proprio questo pegno d’amore, quale misterioso talismano, sarà la causa scatenante del maleficio che si abbatterà inesorabilmente sulla felicità della coppia: il suo smarrimento annuncia la catastrofe. L’ebbrezza amorosa sarà travolta da una marea di tenebre e da un’infausta maledizione: “Quel lungo, lungo bacio che Otello ed io / ci scambiammo nell’estasi amorosa, / contemplando la splendida falange delle stelle, / quel bacio così ardente e appassionato / fu forse l’ultimo degli intimi abbandoni / cui ci donammo entrambi, inconsapevolmente.”

Pian piano si disegna la trama di un destino avverso che incombe sull’angelica fanciulla, la cui bontà d’animo la spinge ad aver compassione di Cassio, il luogotenente caduto in disgrazia presso suo marito condottiero, e a intercedee su sua supplica per lui, compromettendo così ulteriormente la sua situazione e alimentando i sospetti fomentati dall’infido Jago, il quale insinua in Otello il demone della gelosia, persuadendolo del tradimento della moglie con il fedele soldato: “Allora piansi, ma a nulla valse il pianto. / “Son lacrime di donna menzognera.” / Null’altro seppe dirmi Otello in quel frangente. / Un che d’irrazionale lo turbava, / ne sradicava, ne alienava il senno. / Non riconobbi in lui il mio sposo, / il mio sposo felice. / Mi allontanai perduta, singhiozzando, / colpita dalla sua maledizione.” Nella sua nobiltà interiore ella non accenna neanche a difendersi dall’equivoco e coraggiosamente va incontro alla sua tragica sorte, senza, tuttavia, rinnegare il suo grande amore, accettando di morire per mano di colui cui si è abbandonata totalmente, come osserva acutamente Bruna Milani nella prefazione: “Delusa dall’incomprensione di Otello, che ha trasformato l’amore in gelosia, disprezzo e vendetta, Desdemona continua però a confidare nell’amore e nella vita pur preparandosi a morire. Si specchia nel suo dolore come se esso fosse la sua verità e a testa alta accetta la fine per una colpa non commessa.” Ne scaturisce un ritratto femminile eccezionale, che proprio in questa sua strenua docilità trova la sua grandezza, rendendosi capace di trascendere anche l’estremo limite della morte, trasformandola in un’eroina, la quale, vittima di un crudele intrigo, nella sua fedeltà ad oltranza all’amato e a se stessa, all’integrità della sua personalità, che non tradisce - al contrario dell’accusa -, manifesta un’audacia tutta moderna, dal sapore romantico, con cui è in grado di elevarsi al di sopra delle meschinità terrene per affermare l’ideale supremo. Proprio in questa sua apparente sconfitta in realtà rivendica il suo riscatto a nome di tutte le donne oppresse e umiliate, sfidando perfino la morte pur di non adulterare se stessa: “Ma quest’ultimo non avrebbe mai accettato / dal sesso femminile tale autoconoscenza. / Il potere a una donna? Era bestemmia. / Bestemmia da punire con la morte. / L’uxoricidio / era il verdetto della Santa Inquisizione. / Ma io non temevo affatto di morire. / Il mio momento estremo avrebbe riscattato / migliaia d’altre donne. / Perciò attendevo coraggiosamente, / circonfusa di mistica purezza, / la mia ultima notte, / abbandonata sul talamo nuziale.”

Eros e Thanatos si fronteggiano in questo dramma come titani, ove la dea della straordinaria bellezza appare quale potente tiranna che acceca l’uomo di gelosia furente, in uno snaturamento della relazione amorosa che, invece di perseguire il bene dell’altra, brama follemente di rivendicarne ad ogni costo il possesso, come indovina saggiamente Emilia, la moglie di Jago, governante e amica di Desdemona: “Ella mi disse: “Tu sei troppo bella, la tua bellezza / è la tua dannazione, / poiché infonde nell’uomo che ti ama, / l’ossessione / di perderti per sempre. / Per lui l’amore non è altro che possesso / e ciò lo rende fragile e assai folle. / La tua bellezza estrema lo spinge ad ucciderti / per esser sua soltanto.”

Come in un’arcana allegoria i fiori s’investono di una simbologia particolare: le calle che le dona colui che, nonostante tutto, Desdemona si ostina a definire “il buon Jago”, “odoravano di morte”; mentre il mazzo di “gigli immacolati” che le porge “uno sciame di fanciulli” evoca “soave misticismo”, ciò cui viene innalzato questo amore da tanto sacrificio; la rosa immacolata di cui l’omaggia “un bel fanciullo “ “è simbolo di luce e allude alla tua mistica purezza”; la “rosa carnosa, color sangue, qual simbolo di Grazia celestiale” che Desdemona regala ad Emilia allude alla sua passione e al martirio che richiederà l’immolazione della sua vita. Anche gli stessi luoghi, negli ultimi giorni che precedono la tragedia, sono costellati di presagi, per chi sa leggere in controluce i segni della realtà: “Sul fondale la stanza era pervasa dal lume del tramonto, / quello stesso tramonto ch’io vivevo, / presaga della morte, consacrata al lutto. / La specchiera era un lago di tristezza, / una tristezza funebre, mortuaria. / Ed io non ero che una pallida icona di sconforto.” Una coppia di cicogne che fa il nido in una casa vicina mima “un amorevole duello” che nel caso dei due innamorati sfocerà drammaticamente nel sangue.

Intanto Desdemona si prepara malinconicamente ad abbracciare il suo tremendo destino, che nonostante tutto la forza dell’amore riesce ad addolcire in “soave”: “Con un liuto intarsiato tra le braccia / cantavo tristemente una canzone: / “La canzone del salice”, una nenia dolcissima / qual funebre pavana. / In essa vi era un buio presentimento, / l’istante della morte che incombeva quale ombra / sul mio cuore tormentato. / Eppure quella musica era soave, poiché soave / è il destino, qual esso sia. / Mi cullavo come un tenero neonato in quella / melodia affine al canto / della madre amorosa e protettiva, / il cui tiepido seno era conforto. / Una lacrima (o purissimo diamante!) / solcava la mia guancia lentamente. / Ne feci dono alla Vergine Maria, / offerta di un dono spirituale / che avvolgeva me stessa / come un manto ornato da ametista, / color lutto.” La protagonista trascende se stessa nella purezza della propria anima e nel misticismo del suo amore trasfigurato dalla sofferenza e dall’audacia della prova estrema: “La notte stessa mi raccolsi in mistica preghiera. / Mi rivolsi col cuore traboccante / d’amore e dedizione alla Vergine Maria. / Quella, sapevo, sarebbe stata l’ultima volta / che l’avrei pregata. / Perciò più ardente fu la mia preghiera.” Alfine si giunge al tragico epilogo, in cui l’alcova nuziale si tramuta grottescamente in sudario funebre; è l’Eros che, con la sua stessa forza incontenibile per vocazione orientata alla vita, dirottata da se stessa, fa alleanza paradossalmente con Thanatos, trovandovi il suo sbocco naturale come un inarrestabile fiume in piena: “Distesa sopra il talamo nuziale, udii i passi / leggerissimi di Otello. / Fingevo di dormire, il cuore mi scoppiava. / Otello mi baciò tre volte sulle labbra, / recandomi l’addio. Apersi gli occhi, / come in un risveglio. / Mi disse risoluto (la sua voce era fredda e tagliente / quale lama affilata da poco, penetrante) / “Tu ora per mia man dovrai morire.” / Non dissi nulla. Attesi il gesto suo. / Con le sue mani forti allor mi strinse il collo. / Io soffocavo e infine persi i sensi. / E vidi (o mio stupore!) una gran Luce.”

Stefano Gentile offre una rivisitazione in chiave lirica della celebre tragedia di Shakespeare, incarnando una protagonista femminile delicata e raffinata, dalla statura gigantesca che s’innalza dalla sublimità del dolore e dalla sorte infausta che l’investe, pur nella sua fragile natura, emergendo da questo lavacro di pianto e battesimo di sangue in tutta la sua inalterata bellezza e purezza, transumanando in una dimensione celestiale e angelicata che l’ipostatizza nel fascino suggestivo dell’eroina. Il tratto stilistico che contraddistingue il poeta si può condensare, come suggerisce efficacemente Bruna Milani, in un termine, “soave”: “è l’aggettivo desueto che percorre questo testo dal ritmo musicale, piacevolissimo, raffinato, e soave è anche l’aggettivo con cui andrebbe definita questa che è l’opera di un vero poeta il quale meriterebbe una fama molto, molto più ampia di quella di cui già gode. (…) La sua scrittura accarezza, allevia, incanta.”

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