Servizi
Contatti

Eventi


Dialoghi imperfetti

L’intensa poesia di questi testi scaturisce dalla tensione al “dialogo”, come allude emblematicamente il titolo, che sperimenta tuttavia il limite dell’‘imperfezione’, vale a dire l’anelito ad un’unione mai pienamente realizzata, a causa dell’ontologica precarietà e finitezza della vicissitudine umana. Così, l’amore, che è l’esperienza più avvincente e al tempo stesso più drammatica, viene scandagliato in tutte le sue profondità più nascoste, nella sua dialettica turbolenta di gioia e dolore, Bios e Thanatos, salda fiducia e temeraria speranza accanto al tarlo del dubbio e dell’amaro disincanto. Il sentimento amoroso è sottoposto ad un’analisi medico-scientifica, come un morbo ignoto di cui non si sia scoperto ancora l’antidoto: “lo sai / nel carcere dell’amore / entrano tutti / per un desiderio avido, / per fame morbosa / per proteggere, consolare, / odiare, tradire, abbandonare, / infine rimangono rinchiusi nella cella n.1 / del reparto Esistenza / per lei che non si rassegna, / assolve, nasconde, / insiste, piange, / subisce, punisce / per lui che possiede, / penetra, lacera, / riempie, saccheggia / pretende, contende.” Eppure l’amore è il re dell’universo: “lo sai / la vita si inginocchia all’amore / con un’infinita preghiera / e con il capo chino / lo onora, / lui, l’incontro prezioso, / il signore dell’anima / e del senso di ogni pensiero.” (Dialogo n.1). Si sviscerano le dinamiche più segrete e inquiete della relazione amorosa, indagandone la sua complessa natura, fino a dubitare perfino, nell’accecamento del desiderio, della sua effettiva esistenza: “Posso amarti da lontano / persa in un sogno che / traccia righe di conquista, mentre / esploro la memoria della tua pelle. / Posso possederti tuo malgrado / dentro la follia della mia mente. / (…) Posso amarti a mio piacimento, / vivere per sempre questo amore, / così tanto voluto, / da dubitare della sua esistenza. / Ma davvero ho amato te / così tanto te, / per tutto questo tempo non eterno?” (Dialogo n. 5).

Si tenta un’improbabile diagnosi di ciò che sfugge ad ogni sclerotica definizione e che come il mare è un flusso indomito che in alcun modo si può arrestare o imprigionare: “oggi con grande incertezza e perplessità / si analizza la possibilità di un amore / esiste o è già esistito? / ha ancora un posto per vivere? / o vuole riposare indisturbato e sicuro / nel passato? / soffre, si tormenta alla sera al pensiero del domani? / piange ancora le lacrime dell’abbandono? / oppure vorrebbe che tutto fosse già compiuto?” (Dialogo n.6).

L’attesa dell’amato, come nell’elegiaca quête del Cantico dei Cantici, è trepidazione e impaziente sussulto del cuore: “Ti aspetterò appena la luce si attenuerà / e salirà lieve l’odore del vento della sera. / Sarò lì, al solito incrocio a camminare / su e giù lungo il marciapiede della nostra via. / Non avrò timore dell’attesa: / appena una piccola / stretta al ventre al pensiero del dopo. / Il tuo arrivo è una certezza / che fa capriole dentro al mio cuore. / Ti guarderò camminare, / ancora lontano e inconsapevole / del mio sguardo che non perde un solo movimento.” (Dialogo n.4).

Si vive solo per l’amore, attendendo impazientemente la notte per concedersi esclusivamente a questa maliosa chimera, dopo aver affrontato faticosamente la banalità del quotidiano: “accetto l’inganno del giorno / e aspetto la sera di questo amore / con il suo rito della fine, / con l’illusione del sonno / che si porta con sé / la follia degli uomini, / e finalmente il silenzio del pensiero.” (Dialogo n. 11). Ma poi il sentimento amoroso conosce la lenta agonia di un estenuante logorìo, l’angoscia e il vuoto del lutto inestinguibile della perdita, attraverso una prolungata assenza e un progressivo distacco, fino alla morte naturale: “Tu non rispondi / E io vivo dentro al vuoto dei tuoi morsi.” (Dialogo n.14); “La gente mi guarda, mi parla, mi tocca, / potrebbe perfino pensare che io sia ancora viva. / Non vede il mio cuore staccato a morsi / e gettato lungo l’argine della solitudine.” (Dialogo n.15); “una malattia che invade / e necrotizza le cellule dell’anima / eppure loro sono lì stupiti e inconsapevoli / immobili guardano scorrere giorni / e ancora giorni / e non trovano risposte / e neppure un po’ di coraggio” (Dialogo n. 19).

Il dialogo che scaturisce dalla vitalità della relazione si spegne, eco soffocata di un silenzio assordante: “Parole trasportate come sassi / fra te e me, tra me e te, / pesanti della loro fragilità / denudate di verità e bugie. / Rotolano lungo il filo e / lentamente si sgretolano / lasciando solo un’eco polverosa.” (Dialogo n.16); “allora tacciono / nel silenzio non trovano paura, / ma neppure la forza di andare / restano / con i pensieri lontani / accanto a falsi segreti / imprigionati in un dialogo imperfetto” (Dialogo n.19). Questi Dialoghi dell’amore, dunque, dapprima assaporano la dolcezza e la passione della tensione erotica, che poi si scontra inevitabilmente con il suo limite, rivelando la sua condizione imperfetta, e gustando in tal modo il frutto amaro della disillusione e del disincanto.

Nella sezione successiva, Dialoghi di donne, l’autrice sembra, dopo l’espropriazione dell’amore, volersi riappropriare di se stessa, come nuda sponda che si contempla dopo la carezza voluttuosa dell’onda: “Ho impiegato molto tempo / per capire come funzionavo, / poi improvvisamente, tutto è apparso chiaro. / (…) Ogni giorno scolpirai te stessa.” (Dialogo della rinascita). È il tempo propizio per guardare dentro di sé, per ascoltarsi e creare un nuovo spazio dove ricostruire la propria personalità, dopo l’abbandono: “Dove sei stata? / A volte il ricordo fugge / nella nebbia dei sogni / e la realtà si confonde nel desiderio. / Come era il tempo, quando / tutte le mie cellule erano altre? / Solo un filo sottile / riconduce il pensiero all’oggi. / Dove sei ora? / Lo specchio maligno / mi spacca a metà / schernisce il ricordo / e offre una moltitudine di me. / Non so scegliere / e perciò continuo a disconoscermi. / Dove stai andando? / A volte perdo la strada / consapevole del mio disorientamento. / Cammino senza neppure un pensiero. / Incosciente o saggia cerco una via. / Gli incroci sono trappole insidiose, / impongono scelte.” (Dialogo della strada).

È faticoso travaglio rielaborare il lutto di un amore perduto: “Ancora vorrei credere, / almeno non sentirmi così, / cacciata via, di(s) messa?, / senza neppure una piccola sutura / per tamponare per un po’ / la lacerazione dell’anima.” (Dialogo di un inganno). Tutto questo getta in un’angoscia disperata che annienta: “La fatica di esistere / occupa tutta me stessa, / desidero essere solo vuoto. / Scaccio ogni pensiero, / anche il più banale diventa pericoloso, / potrebbe condurmi indietro, / proprio là, all’interno della vita, / dove sicuramente / il rischio è massimo. / (…) Non voglio più niente. / Solo raggomitolarmi per terra / senza un corpo, senza una mente / e semplicemente stare.” (Dialogo bloccato).

L’identità femminile si frange in molteplici sfaccettature, come i cangianti riflessi dell’ariostesco Palazzo di Atlante: “La donna è proprio un caleidoscopio, / con mille colori e sfumature. / Cambia continuamente disegno. / Lei, la più grande / artista-trasformista della vita. / Uno spettacolo unico.” (Dialogo della donna). Il miracolo della maternità, di una nuova creatura che prende vita nel grembo di una donna, si alimenta di tutta la sua pazienza e attesa fiduciosa con cui la cova dentro di sé: “Raccolgo tutta l’energia dentro me, / occupo così lo spazio che mi è concesso / in questo tratto di vita. / Le mani sono sul ventre, / in attesa di una promessa. (…) Poi un pensiero mi consola: / conosco quelle note, sono incise / sulla mia carne, conosco quella luce, è / l’eternità catturata dai miei occhi. So che / riuscirò ad afferrare l’indecisione del tempo, / ma ho bisogno della forza creativa dell’Universo / per far esplodere il mio ventre e / offrire anch’io il frutto della donna.” (Dialogo di una madre). La donna ha una sua missione insostituibile, quella di servire la vita, di prendersi cura, attraverso quella forza viscerale terragna, come teorizzava Bachofen riguardo al matriarcato, che, nonostante la sua costituzionale fragilità, nutre, protegge, consola, come è espresso efficacemente in questo vero e proprio inno alla femminilità: “Il nostro corpo è uno scrigno / colmo di tesori da donare o depredare. (…) Siamo rifugio, protezione, forza. / Siamo cavità che genera e consola. / Siamo amazzoni combattenti per la vita. / Non c’è nulla che non possiamo riparare, / fosse anche l’ultima guerra degli uomini. / L’arte della donna è la cura. / Il loro orgoglio è saperla offrire. / Il loro onore è saperla accettare. / Conosciamo il nostro mestiere: / ricuciamo e ricamiamo la vita / celebriamo la malattia e la morte, / laviamo e vestiamo i loro corpi / piangiamo con disperata rassegnazione / ogni abbandono, ogni rinuncia.” (Dialogo della sorellanza).

In Dialoghi della vita s’insegue un senso al proprio esistere che stenta ad ergersi contro l’assurdità di un circuito chiuso che fagocita e attanaglia; è dato soltanto lasciarsi illuminare da qualche barbaglio che balugina ridente in una terra remota, come un miraggio nel deserto: “Certo, / non sono felice, / ma di questo / non discuto / più con la vita.” (Dialogo con la felicità); “Poi quando spunta un giorno / proprio così come dovrebbe essere, / ma che raramente è, / ma vorresti che sempre fosse, / allora pensi: benedetto questo giorno / e sia benedetto questo vivere / che restituisce il desiderio.” (7. Dialogo con la vita). È soltanto abbandonandosi al flusso incessante dell’essere, che si trova la risorsa inesauribile che sopravvive finanche al dolore e alla morte: “Un respiro ti salverà. / Respiro dentro la mia anima. / Non ho paura di nulla. / Non ho paura del nulla.” (Dialogo del respiro).

In Dialoghi del mare la metafora della vita e della libertà dell’essere prende corpo in tutta la sua possente sublimazione onirica e visionaria, nel suo fascino malioso che allude ad un mistero insondabile e imperscrutabile: “Il mare è la mia ossessione. / Viviamo galleggiando su onde capricciose, / imprevedibili, / a volte ci sollevano in alto / poi improvvisamente ci inghiottono. / Siamo aggrovigliati su noi stessi, siamo schiuma, / bollicine che scoppiano al più piccolo urto. / (…) L’onda è la mia ossessione. / Ho perciò molti dubbi: / non so quanto durerà, quanto sarà alta / cosa farà di lei il vento. / Sparirà annullata dalle correnti, / o riuscirà ad arrivare a riva? / (…) Il mare è solo un pretesto / per dimenticare la terra (…) La vita è altro, / dobbiamo stringerci forte al quotidiano, / e navigare a vista. / Il resto è sogno. (…) La profondità è dentro di noi / dimenticata, ignorata, abbandonata. / Meglio così, / meglio non perdersi / dentro inaccessibili voragini. / il mare è solo mare. / La vita è altro. / Il resto è sogno. / (…) L’acqua è il primo abito della vita / e nulla potrà mai vestire il corpo / in modo così perfetto. (…) Il mare abita la realtà senza paure. / Inviolabile nella sua bellezza. / Spietato nella sua potenza. / Il sogno forse è altro. / Il resto è vita.” (Primo dialogo). L’elemento equoreo è per eccellenza ispirazione di un intenso lirismo: “Oggi il mare ha di nuovo indossato / il suo vestito di cielo / leggero e trasparente. / Il vento lo seduce con morbide carezze / liscia le sue rive bianche, / intona con lui un canto per la terra.” (Quarto dialogo). Il cielo sospeso sopra il mare s’inebria della sua stessa languida evanescenza: “L’immaginazione si allarga / e trova spazio nel cielo, / così grande, così azzurro quando lo guarda il mare. / Le nuvole soddisfano le nostre allucinazioni, / appagano il desiderio di un vagabondare effimero. / Si corrono incontro disordinate, imprevedibili, /sempre in cerca di un altro modo di esistere. / Si cercano e si lasciano, mentre / tracciano e dissolvono improbabili figure. / Trasformiste per essenza, / fermano il tempo e vanificano il passato.” (Ottavo dialogo).

In dialoghi della poesia, questa è la regina che possiede e tutto pretende per sé, che seduce e poi abbandona come un amante infedele: “Ma attenzione, la poesia è avida, / vuole possederti, bucare il cuore, / e poi, improvvisamente muta, svanire. / Mi offre uno spazio senza tempo, / dove riposare l’anima, / mi scivola sul corpo, avvolge la mente, / e soprattutto trascende la realtà. / La poesia tradisce, / prende tutto e poi abbandona. / La poesia è un uomo.” Essa ha il potere di trasfigurare la realtà e di alienare da questa, offrendo il suo elisir di bellezza che stordisce e innamora: “la vita è un’emozione da spegnere, / direbbe un saggio, / ma il poeta non ci crede, / troppo sciocco e irresponsabile, / vuole scavare l’anima, / per poi lasciarla sfinita / in uno spazio senza tempo, / un non luogo, dove / abitano solo sensazioni / che scivolano sul corpo, / incartano la mente, / annullano la realtà. / Allora l’anima, complice e vanitosa, / sussurra al poeta parole stregate. / Lui, incantato dalla loro bellezza, / chiama senza fine amore. / Solo così può riconoscere la vita.” La poesia è in grado di truccare l’anima stessa: “le parole a volte trasfigurano l’anima / la travestono da pagliaccio / la truccano con colori vistosi / la fanno inciampare mentre si trascina / in lunghi abiti sfilacciati / e lei non si riconosce più / mentre attraversa spaesata / la piazza dei poeti.” Ma essa è anche estasi e rivelazione, segreta ispirazione di una felicità divina: “poi arriva improvvisa quella brezza / che sfiora la fronte, si impiglia tra i capelli, / fa chiudere gli occhi e ferma il pensiero. / In quell’attimo la vita si svela / e la poesia non tradisce più, / perché la poesia è un brivido dell’anima, / un sussulto improvviso, / un’onda perfetta che trabocca / e inzuppa la carne, / attraversa improvvisa la pelle / e si infrange in cielo.”

Infine, in Dialogo di un matrimonio, con un clamoroso coûp de théâtre si smentisce tutta la desolazione e l’amarezza di un amore perduto, per riaffermarne trionfalmente, contro la pena della precarietà, l’anelito alla proiezione nell’eternità che trascenda la stessa finitezza umana, suggellandola con l’indissolubile vincolo nuziale: “Ma tu lo sai già, il tuo nome, il mio nome, / sono incisi da tempo sulla nostra pelle. / Un segno indelebile. / Un tatuaggio disegnato dal destino. (…) Ciò che siamo e che saremo, è già nostro. / Forse siamo già un “per sempre”, / qualunque cosa ci possa accadere. / Anche l’abbandono più triste.”

Patrizia Riscica tesse questi “dialoghi imperfetti” con un’ammirevole maestria, attraverso una logica impeccabile che consequenzialmente sviscera le fondamentali ebbrezze che costellano l’umana vicissitudine: innanzitutto l’amore, nelle sue cangianti sfumature, quindi, in correlazione, la vocazione della donna, la drammaticità della vita, la bellezza inviolabile del mare e della poesia, la solidità affettiva della coppia sigillata dal patto matrimoniale. Allo stesso modo analizza meticolosamente gli stati d’animo, le reazioni chimiche, psichiche ed emotive nei diversi frangenti e soprattutto nella dialettica della relazione, alla luce impietosa di uno sguardo che denuda le realtà più scabrose senza infingimenti e rivestimenti idealistici, pur concedendosi a derive sentimentali che perseguono il sogno, nonostante tutto, con audacia e tenacia. A questo rigore scientifico si coniuga un lirismo intenso e denso di pathos che pervade i testi, in una voluttà sensuale e in una seduzione estetica che alleggeriscono il rovello dell’indagine conoscitiva, la quale è in grado di sollevare interrogativi e provocazioni, soprattutto attraverso la voce fuori campo in corsivo, proprio come il coro in una pièce teatrale, come nota argutamente Paolo Ruffilli nella conclusione della prefazione: “In un intreccio costante di lirismo e racconto, di scansione del ritmo e quotidianità del lessico, in una pronunciata drammaturgia che fa sentire il lettore già seduto in poltrona a teatro.”

Recensione
Literary © 1997-2021 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza