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Donne di parole. Venti poete messicane

Questa antologia è un prezioso contributo alla letteratura, raccogliendo voci dal panorama  internazionale dal timbro folcloristico e originale. Diverse anime danno vita al canto, potendo apprezzare il fascino della lingua natia - lo spagnolo e lo zapoteco - nella sua intensa musicalità.

La “pioniera” di questa poesia è sor Juana Inès de la Cruz, nata nel 1648, che ha lasciato un’impronta significativa, nota per la sua cultura e per la sua ricca biblioteca, catalizzatrice di interessi letterari, figura antesignana rispetto alle autrici contemporanee di seguito riportate. Spicca per l’acutezza e la modernità del pensiero che la proietta fino ai nostri giorni: “Non c’è opinione che tenga; / quella che è più castigata, / se non ti accoglie, è un’ingrata, / e se ti accoglie, è leggera. /Agisci sempre da stolto / e, con disuguale grado, / l’una di crudeltà incolpi / e l’altra ritieni facile. / Come dovrà esser forgiata / colei che il tuo amor pretende, / se quella che è ingrata, offende, / e sdegna quella che è facile?”

Rosario Castellanos si definisce “donna di parole”: “molte, contraddittorie, ahimè, insufficienti, / suono puro, vacua setacciatura di arabeschi, / gioco da salotto, pettegolezzo, schiuma, oblio.” (Passaporto).

Jeannette L.Clariond suggerisce il lutto impossibile della morte: “Bruciare, io vidi mia nonna bruciare. / Agosto. Chihuahua, 1963. Lei bruciò, / per fuori e per dentro, bruciò in via Mina 1004. / Vidi mio padre avvolgerla in un lenzuolo, il materasso bruciava; / le tende, il tappeto, il suo vestito / si annerirono. Raccolse tutto. / “Non fate rumore, vostra madre è stanca”. / Lo vidi in lutto quella sera d’agosto con la cravatta nera. / La raccolse. Cenere e pianto raccolse.”

Coral Bracho interroga le forme del linguaggio con l’accuratezza dello studio: “Entra il linguaggio./ Entrambi si avvicinano agli stessi oggetti. Li toccano / allo stesso modo. Li impilano in forma uguale. Lasciano e ignorano / le stesse cose. / Quando si affrontano, sanno che sono il limite / l’uno dell’altro. / Sono creatore e creatura. / Sono immagine, / modello, / l’uno dell’altro.” (La penombra della stanza).

Myriam Moscona si distingue per le sue elucubrazioni tortuose: “Le donne fenicie / le dee greche / usano il turbante per dissimulare la crescita. / Lesbia fu colpita dall’emicrania nel cuore / Minerva l’ebbe sull’epidermide. / Solo noi soffriamo di emicrania nella testa. / Mia nonna raccomanda il Pentateuco. / Pelle per pelle / appare un destino nell’emicrania / un segno zodiacale / un girotondo di ricordi / che allontana l’appetito.”

Verónica Volkow ha la levità degli slanci pindarici e dell’estasi creativa, come in questo suggestivo inno alla Libertà: “Mi piace la libertà, / viaggiare circondata dall’orizzonte, / nel grande cerchio senza muri / andare quasi volando, e dal cuore nascere / che in sé è già muto e invisibile volo, / solitario impulso, / non so se fuori del reale / o in realtà dentro, / o dove più non importa perché non sono muro / e ho abbandonato il mio peso in ogni riva. / Siamo uccello dentro, volo, / e sono ‒ non nella terra / o nel ferro ‒ sono un sogno, / una molteplice ala, fuoco interno. / E mi piace la solitudine / e il mare e l’orizzonte / e quel lasciarsi essere / come una scommessa di uccelli / o fiore o stella allo sbando / e mi piace l’amore / che alla libertà, come quello di Dio, assomiglia. / Amo la libertà, sì, / che è la creazione delle cose / e di lievi, inspiegabili / ragioni m’illumina.”

La vena poetica di Lucía Rivadeneyra è intrisa di ironia: “Non tutte le donne / prendiamo l’amaretto. / A me piace il whisky, / la birra, la tequila / e, nei momenti incerti, un buon Martini.”

Un dolente romanticismo caratterizza la poesia di Minerva Margarita Villareal: “Su questa pietra io ti aspetto / nello stomaco nel grembo di questa pietra / vicino al fiume le cui acque lasciarono una cicatrice / Come muta affamata / come cane senza padrone / ti aspetto / sulla pietra che contempla / le grandi acque che più non tornarono / lo sguardo fisso delle mucche che il pomeriggio pascola / Come stelle cadute le bottiglie che qualche volta / conservarono la purezza / Eccetto te tutto passa / e tutti passano da qui / eccetto te / da questa pietra / passano / e nella mia mente / restano /come regali / della tua assenza.”

Assaporiamo l’aulicità dei versi di María Dolores Guadarrama: “Ecco viene cantando il profondo silenzio, / e nel suo regno / il canto degli uccelli notturni, / quel quieto ululare di brusii ancestrali, / specchio intatto / che se vedi con attenzione / scopri quanto profondamente naufraga la memoria, / intatto quel momento / la bellezza di un improvviso bacio. / Quello stato perfetto di incontrarsi, / di abbracciare in silenzio, quell’altro silenzio.” (Dal regno del silenzio).

Marianne Thouissant declina l’intensità del sentire nell’efficacia icastica delle immagini: “Senza di te sono / città intatta / labirinto dove l’inquietudine mi conduce di porta / in porta. / Città muragliata / incassati il caldo e la tristezza. / Il tuo vuoto è la mia presenza nelle strade, / respiro trattenuto, bavaglio dell’aria. / E all’orizzonte il giorno strangola / una marea di pesci rossi.” (Versioni di Poitiers).

In Carmen Villoro il mito si fa metafora del proprio sentimento: “Porti nel tuo corpo la leggenda / di un navigatore stanco. / È così piacevole, in silenzio, / privarti delle navi, / raccogliere dai tuoi occhi / le sirene perdute, / le reti infangate, /  i suoni nascosti delle onde. / Ti aspetto ogni notte / quando levi ancore nel mio spazio / e una pioggia di stelle / ti fa perdere la rotta / e uno sciame di pesci e di carezze / ci fa recuperare il naufragio così desiderato. / Come ringraziarti / per la luce palpitante di quel faro, / per il suono soave dei remi / in questa notte grande. / È più ampio il mio petto. / Oggi vi entrano i porti, / oggi che t’incagli / tiepidamente / vicino a me.” (Ulisse quotidiano).

Improntata ad una carnale sensualità è la poesia di Leticia Herrera: “amo la tua euforia / i tuoi passi per spogliarti / invece di toglierti gli indumenti / come un cavaliere armato / amo i tuoi baci bagnatiinzuppati gocciolanti / le tue labbra aperte / la tua pelle che si rompe / sotto il filo delle mie dita” (Amo).

Un visionarismo surreale contraddistingue María Baranda: “In direzione del mare / sotto la luce del gufo, / c’è la mia vita immaginata / dal potere di un morto, / precario principe sulle rive di questo cielo, / che mi permette di parlare al fuoco del guerriero, / poter dire la mia ombra / nell’ebbrezza dell’acqua / dove nominare la luce è disegnare la notte, / aprire il calice alla ragione dell’alba.”

Dana Gelinas canta il dolore pietrificato, più forte di ogni cosa, nello strazio della Nascita: “Questo dolore non ha fessure. / È liscio come una sfera di cristallo; è sordo. / Pesa tutto quello che può pesare, / non lascia vedere niente dentro, / ammutolisce. / Non è mai cominciato, / non vedo il suo volto, genere e numero. / Un uomo e donne in bianco / lo trasportano in barella; / gli tastano il polso, / e lo ricevono, gli offrono rifugio. / Nessuno fermerà il pianto della mia neonata: / cresce, si riflette in ognuna delle accecanti piastrelle, / ritorna triplicato, centuplicato, magnifico, / si ferma un istante per rischiarare lo spazio, / e innalza, da sé stesso, / solo spavento come fondale / per risorgere dall’anima divina.”

Per Mariana Bernárdez l’amore è un passaggio sospeso sopra una tempesta: “Dammi la mano / che dovremo attraversare scogliere / e grappoli di tempesta / E vennero i giorni di preludio / dell’acqua che pulì la nuvolaglia / e ti vidi / nell’oscillare degli anni / girovagare per le strade / con lampioni dalla fiamma pallida / con la pioggia sottilissima quasi una lametta.”

In Leticia Luna domina una notevole tensione erotica: “Tu hai il desiderio tra le mani / mi tocchi e sono tua / crepito, come il lampo sono viva / sono acqua che ti sazia / ho le rotondità della terra / la voluttuosità del fiume / ma mi allontani da questo mondo / oscura e invisibile.”

Enzia Verduchi offre uno spaccato realistico dei quadretti familiari così come dell’alienazione mentale: “Siamo “quelli di dentro”, a un passo dallo stare / a tre metri sottoterra scoppiando in risate di iena, / gli alienati, i marci di mente, i diversi, / gli smembrati nell’anima. / Siamo gli altri, siamo nostri e sono sopravvissuto per raccontarlo.”

Hanno un sapore fiabesco i versi di Natalia Toledo declamati nella lingua indigena, risalendo alle sue radici, all’età d’oro dell’infanzia: “Da bambina dormii nelle braccia di mia nonna / come la luna nel cuore del cielo. / Il letto: cotone che uscì dal frutto del pochote.* / Feci degli alberi olio, e ai miei amici vendetti / ...come pagro il fiore dell’albero di fuoco. / Come si asciugano i gamberetti al sole, così ci stendevamo sopra /[una stuoia.” (Prima casa).

Infine, anche Briceida Cuevas si avvale dello zapoteco per dipingere il vezzoso mondo animale: “Il gufo arriva. / Si acquatta sopra il muro.

Medita. / Quale morte annunziare / se in questo paese non vive più nessuno. / I fossili della gente s’incamminano verso nessuna parte. / Dipinge la luna le tombe del camposanto / che ha cominciato a masticare le erbacce. / Il gufo / prova un canto alla vita. / Si rifiuta di presagire la sua propria morte.”

Recensione
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