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Dopo la marea dei giorni

Dopo la marea dei giorni si è trascinati alla deriva, in una condizione esistenziale di endemica fragilità e precarietà: “Naufraghi, / superstiti, / precari / viviamo sempre / in cerca di un porto. / Non Ulisse, non eroi / uomini solamente / costretti a navigare ancora / perché la nostra Itaca / è lontana. / (…) Dopo la marea dei giorni / manca l’approdo certo. / Ma il mare infuria / contro l’esistenza / alla deriva / piccola barca sola / in bilico sulla violenza / dell’onda. / (…) Non canti, non preghiere / soltanto l’urlo del vento / e un groviglio / di lampi e di tuoni. / “Tempesta” grida / Caronte dalla prua. / Tempesta! / Tutto il mondo ne è avvolto.” La nascita stessa è una ferita che non si rimargina se non alla fine della vita: “Nascere/morire! Alfa e Omega / legge sovrana della vita. / Né come né quando importa / l’inizio del cammino / cercando un appiglio / per toccare la meta. / Illuso della luce e del trionfo. / (…) Ho valicato monti, ho percorso deserti / ho attraversato mari in cerca di me stessa. / Ogni passo un segno sul viso. / Ma quel pianto mi ritorna sempre / perché sono un gabbiano / senza ali / che cerca pace senza trovarla mai.” (Sono nata).

In mezzo a questo sterminato deserto insorge il fremito religioso, un grido che è protesta e preghiera insieme, perché il divino si manifesti: “un dio che non conosco / domina lo spazio immoto. / Ogni gesto è lento / ogni colore è insopportabile beffa / ogni pensiero ha la cifra del dolore. / Ma dove sei che non ti vedo? / Sei forse il grido di disperazione / che urla nella mia testa, / ma senza voce / perché non è possibile urlare nel vuoto? / Sei forse nel battito stanco / del cuore che desidera finire / perché non può sopportare / il nuovo tradimento? / Mi chiedi un’offerta troppo grande / che non posso soddisfare. / (…) Cosa sono nelle tue mani? / Un granello di sabbia / dentro la bufera… / Dio! …Non ti vedo!” (Esausto è il cielo).

La poesia si fa denuncia dell’orrore del male nei campi di sterminio nazisti, nel conflitto dell’ex Jugoslavia: “Ricorda che uno è il cuore / una l’anima del giusto / e il sangue che ora bagna questi declivi / continuerà a gridare / come le altre vittime / di questo secolo d’infamia. / AUSCHWITZ MAIDANEK HIROSCHIMA SARAJEVO MOSTAR… / saranno sempre pietre nell’anima dell’uomo. / Dimenticare! Dimenticare! verbo vanamente invocato / nell’ora del rimorso. / Ma chi potrà dimenticare gi occhi / dell’innocente ucciso? / Chi il fanciullo dalle braccia alzate?” (Poemetto Preghiera di un esule per la sua terra distrutta). I treni procedono impassibili con il loro carico di sofferenza: “Nei vagoni pieni, / solo macigni di sospiri / e rantoli di moribondi / che uscivano a stento / dalle bocche secche. / Sepolte nella paura / le memorie degli anni, / i ricordi del sole / il tepore delle case, / ripetevano tutte / la preghiera al Dio promesso / nella Sinagoga.” (il treno).

Myriam che muore nel campo di concentramento è “una storia tra tante”: “Ogni giorno rispondeva all’appello / sollevando la mano / perché resistere era un dovere. / Muta era la bocca, / pesante il gesto, / spenta ogni speranza nel domani / eppure continuava. / Poi nel fango di un’alba / senza sole, / Improvvisa una luce sulla retina / quasi un abbaglio nel grigiore / e un volo di farfalla nel cuore. / Il filo della vita si era sciolto.” Una vittima fanciulla della violenza della guerra grida la sua innocenza violata: “Non sai il dolore della ferita aperta. / Tredici anni avevo…/ occhi di vento / guglie di sogni nell’anima acerba. / (…) Non sai il dolore di giugno. / L’aquilone strappato / il fumo dei mortai, / la paura. / Sbarrata la pupilla / ghiaccio stridente l’iride fanciullo. / Non sai che dal bozzolo / si esce con violenza / in tempo di sangue. / La crisalide non era ancora pronta. / Gridava la carne innocente / piangeva il ventre infantile… / Giù tutta l’anima dal petto / giù nel profondo dell’inferno. / Il grembo gonfio pesa, / e non era il mio tempo! (…) Ero crisalide quando mi hanno presa.” L’autrice dà voce agli stessi protagonisti delle tragedie, con intenso pathos: “Cuore perché continui? / Perché non muori / se il figlio mio è morto? / Qui tutto è un Golgota di croci. / Si muore per la strada / portando la spesa. / Si muore al mercato / senza una parola. / Anche l’aria si è fatta paura.” (Pianto di una madre per il figlio morto).

La poetessa racconta la sua esperienza quando si trovava tra la morte e la vita, in un corpo a corpo affannoso: “Emergo, affogo, riemergo / sprofondo nel nulla. / Non sento / che il sangue e il silenzio. / Ancora un istante / e l’ignoto diventa il mio approdo. / Morire! Far presto! / È troppo il dolore! / Riemergo / sudata, sfinita, / nel monitor acceso. / Il tempo è una fuga che pulsa, / un volo in caduta nel nero. / Riemergo! / E il grido dell’io liberato / è il tuono che occupa il cielo, / vagito, stupore, / colore di mille farfalle… (…) / Ritorno di fiori tremanti / nel gorgo che ingoia, / ma grido la voglia / di vivere ancora… /e sono pensiero, / parola.” (Emergency).

Nella sezione Semplicemente pensieri/ sensazioni, la scrittrice evoca paesaggi e persone amate, come Jacopo: “Occhi profondi come cieli / immensi / mi tuffo nei tuo richiami / misteriosi / come nel mare calmo / e trovo pace. / Ridono perle tra le labbra / infantili / mentre mi parli / e mi conduci in un mondo / ormai lontano.” È la Siria martoriata e profanata nella sua antica bellezza: “È lontano il tempo / del nostro incontro / perché l’odio ha sconvolto / la terra, ha bruciato le case / ha deriso il tuo pianto, / patria senza conforto, / madre di tutti noi / e della nostra storia. / La guerra ha steso un’ombra / su quelle ore di incanto. / Le piaghe del tuo corpo / rendono oggi putrida l’aria / e sbiadito il cielo. / Ti lasciavi ammirare / dai miei occhi rapiti / nel fresco dei cortili armeni / ed eri promessa di stupore / dietro i balconi ornati di fiori / e nei torrioni dei castelli arditi.”

In È venuto si descrive l’avvento salvifico di Gesù sulle tenebre degli uomini: “Ma improvvisa all’orizzonte / ecco la stella, / luce dall’abisso / polvere e ghiaccio solamente / ma con la forza di un sole / che riempie il cielo. / Ecco la fiaccola nel nero / della vita, / lo squarcio di speranza / tra le tenebre / la promessa che si fa sostanza / e rende verità le profezie dei vecchi. / Il sorriso dolce di una madre, / il vagito tenero di un bimbo / e la semplicità degli ultimi / hanno fugato la notte dalla terra. / Da tanto tempo atteso, / il Figlio di Dio / è venuto per riportarci a casa. / Alleluia!”

In I Miserere poesie e ballate in tempo di peste e di dolore echeggia la supplica del Santo Padre nella piazza vuota per l’umanità colpita dalla pandemia: “Pioveva e le ombre scendevano veloci. / Solo lui saliva senza riparo. / Uguale elemento le lacrime / dei cielo e dei suoi occhi. / Saliva verso Dio che lo accoglieva / e nel silenzio della piazza vuota / sentiva il pianto dell’uomo. / “Padre! ha chiamato ad alta voce. / Padre, ascoltami! / Ascolta la voce di tuo figlio!” / Era quasi un ordine, / voce di coraggio / che vince ogni disperazione.” (Il buon pastore). Il virus è un nemico silenzioso e invisibile che semina morte: “Alfiere della grande padrona, / sicario della sua mano / senza pietà è venuto / per la superbia dell’uomo, / per la fragilità delle genti. / Lo ha portato il vento, / lo ha portato il pane, / ma anche il respiro del fratello, / della madre e del padre / e la mano dell’amato pronta alla carezza. / Ha invaso gli spazi di ogni strada / penetrando le forre del respiro / dove il sangue scorre / per darci nutrimento.” (Covid 19).

Lampedusa è il miraggio lontano per la madre che muore nelle acque con suo figlio appena sbocciato dal grembo e una speranza stroncata: “Lampedusa è distante e indifferente / alla strage sopra il mare. / Dorme nelle quiete acque azzurre. / Il fuoco sopra l’acqua è sempre morte. / Non c’è scampo per noi. È dannazione / per chi ha sognato il volo. / il ventre pesante mi trascina in fondo / tra i giochi dei delfini e delle acciughe. / È stato l’urlo potente della vita, / l’ultimo atto del mio amore, / un grido senza suono / per far tremare il mondo / prima di cedere del tutto. / Dal mio liquido caldo e protettivo / all’elemento primo che travolge / i destini dei popoli migranti / sopra il mare. / Nato e morto è il mio fiore / senza sapere che poco lontano dall’Ade, / c’era l’isola di Lampedusa.”

In Una diversa madre la laguna veneta, con il suo fascino malioso, è protagonista: “Fragile nel soffio di Zefiro / in mille spruzzi effimeri / sciogli nell’aria la tua schiuma / per rinascere subito senza catarsi / in canti liquidi / tra le pietre viscide. / Vita che vivi nell’arco / di un destino breve / ma abbeverandoti di sole e di luna.” (Onda di laguna). Venezia è il mito che incornicia l’età d’oro dell’infanzia: “Non ho scordato il colore delle pietre / dove ho imparato i miei passi di bambina. / Erano piene di canti, di grida e di corse / perché nella calle stretta era sempre festa / per i nostri cuori. / Felicità di piccole cose senza materia, / quasi sensazioni solo, / sogni, speranze, promesse, / fragili parole trasparenti, / leggere / come voli in aprile.” (Aprile a Venezia).

Maria Luigia Chiosi ha la puntualità della parola per significare la realtà che la circonda, dai drammi contemporanei, alle impressioni personali, ai luoghi dell’anima: ne scaturisce un affresco lirico potente e intenso.

Recensione
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