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Dunque, l’Arte che vuole?

Questi testi sono attraversati da un’ansia gnoseologica che ne costituisce tutto il timbro originale: è un po’ una metapoetica, l’arte che indaga se stessa, cercando i possibili esiti ed evoluzioni. Dunque, l’Arte che vuole? È l’interrogativo dominante, il fil rouge che lega queste composizioni che tendono ad una raffinata speculazione della realtà. E la risposta è di grande concisione e suggestione: “Dunque, l’arte che vuole? Questo solo: / che si veda quello che si sente e si senta / quello che non si vede, ma nell’aria, / anche da lontano, già profuma.” Un fremito religioso che ripercorre il brivido della genesi della creazione suscita l’afflato lirico di questi versi ed è la stessa scintilla da cui scaturisce il ‘fuoco sacro’ dell’ispirazione artistica: “Un vento leggero. Nessuno, l’aria è sacra. / Ora so: la mano, che improvvisa agita l’acqua, / la stessa che manda il saluto, / è quella /che invita a tornare: “Bussate, vi sarà aperto.”; “Non ho dubbi, Adamo, e tu confermi. / Mancava tutto: ruote, scale, schiaccianoci, / provette, storte e alambicchi. Tutto e niente, / perché con Dio parlavi nel giardino.”; “L’incipit, dove scocca la scintilla, / il più sacro dei fulmini: ecco in dono, / le cose belle. Il maestro dei secoli già fulmina / l’attimo, il presente: ecco, in dono, la vita.”

L’incanto della natura appare un miraggio del primigenio Eden perduto: “Dicano quello che vogliono, capisco, / ma qui è un paradiso: rose antiche, / asfodelini, papaveri arancio, / elicrisi, anemoni azzurri. / D’accordo, tremano le fondamenta / del mondo, ma qui è un paradiso: / vite vergine, erba benedetta, / susanne dagli occhi neri. E il vento / a falaschi, canne, giunchi, e piumini.”; “Guarda, guarda, l’arcobaleno! Brilla / tra gli scuri che la tempesta finisce. / Anche il temporale ha portato i suoi doni: / uno, uno e uno, fino all’azzurro, al violetto. / Sgocciolano, diamantine, le piccole foglie. / (…) Ogni dono / ne contiene un altro, più grande.” Soltanto un cuore puro sa attingere all’ineffabile e alla limpida trasparenza della trascendenza divina: “Acqua, aria, altissima luce, cristallo. / Tu non hai l’occhio del puro spirito, / non passi attraverso i muri, ma più di prima / rispetti l’impenetrabile e tremi / nel mistero della sua trasparenza. / Fino in fondo non vedi il senza fondo, / gioisci del posso-non- posso e sorridi / come solo gioiscono le belle stelle. / Resti seduto, stai nel tempio e guardi / come maturano le mele di Dio.” Si ha la disposizione contemplativa di chi accarezza con lo sguardo le verdi spighe per poi vederle maturare in bionde messi, con la fede e la pazienza tenace di chi scorge nel seme già la trepidante promessa del fiore e il gusto succulento del frutto: “Ho visto i due verbi della speranza, / dare e ricevere, ricevere e dare, i soli / di natura certa tra dubbi e attese. Ho visto / il segno di quello che, ora nascosto, tutto / fiorisce. Ho visto il vedere che vede me / e con me di rinnovata intesa.”

Una sottile tensione mistica sottentra alla melodia sublime dei versi: “Nada te turbe nada te espante. / Sospeso, né più terra né ancora cielo. / Di qua la cosa, di là la sua parola. / Il ponticello. Sopra l’acqua del cielo, / sotto l’acqua della terra. Là stelle / qua biancospini e teneri calycantus / dal chiaro profumo. E sassolini / per contare da uno a dieci. E due mani, / l’una e l’altra, insieme, a stringere / quello che amore vuole.”; “Un perfetto ovale, bianco, il sasso / che avanti e indietro si giocano le onde / e la riva. E subito Catullo con quel verso / sulla pietra più bianca delle altre. / Lui il suo giorno io il mio. Su, coraggio, / non una nuova vita, ma una vita nuova. / Attraversa nuvole e muri questo vento di luce / che unisce e non divide aldiqua e aldilà, / le due facce del mondo.” Si è immersi all’ombra del divino silenzio, ci si pasce dei misteri celesti: “Riposa / il merlo all’ombra delle querce, / anch’io riposo, senza ansia di essere / né altro, né altrove. / Qui cantano gli uccelli. / Io e il silenzio restiamo in ascolto.” Abbandonarsi al flusso incessante dell’essere è suprema beatitudine: “Gli occhi alle stelle e stella sei. / Queste le cose che sempre aspettavi / e queste quelle che sempre aspetti. / Sai e non sai, e il sapere non importa più / del non sapere. Ah gioiosa ignoranza, / l’indicibile tuo primo!” Si cavalca l’ebbrezza spumeggiante della libertà selvaggia dell’arte: “Dunque, vi slego, / mie parole: andate, libere andate / per il vostro destino. Dove posso / vi accompagno, mio non è il legarvi. / A me resti il suono della memoria viva. / Il dono? Portare pazienza, ardere / l’umile fuoco, invocare il libera, / libera me.” Ascoltare la propria anima è il segreto dell’autentica spiritualità: “O piccoli pensieri, senza altra pretesa / dire grazie, sono contento, sono vivo. / O quello che l’anima dice all’occhio: / guarda questo per me, solo questo, / sono uno spirito che tutto vede, / ma non ora, non ancora, questo spero. / O la voce di chi chiama me, che abito / diversi luoghi nello stesso tempo, / diversi tempi nello stesso luogo.” Riaffiora nel poeta innamorato della meraviglia il “fanciullo” di pascoliana memoria, lo stato di grazia dell’innocenza dell’infanzia: “Sgocciola dai tetti l’ultima neve. / Brillano i diamantini nell’azzurro. / Io il bimbo e me giochiamo con l’acqua. / Niente libri, giochi e giochi. Al canto / degli uccelli anch’io rispondo col mio. / Perché un’aria così trasparente? / Eccomi ancora, come un bambino, / a chiedermi il perché, perché e perché.” Vi è una stupefazione estatica che s’irradia dall’indicibile bellezza del creato: “Come le sue bellezze semina la luce /nel suo giorno! Come questa nebbia dorata / chiama il suo mezzogiorno! Come suona / e risuona il din-don dittongo-iato, il suo / può-non può questa lingua martire!” L’arte gode dell’onnipotenza di dare alla luce forme viventi dal nulla, di rinnovare il miracolo della creazione: “‘Così come’, e fai similitudini. / Cammini lungo la siepe di frutti della passione / e già pensi a quelli della misericordia. Acqua, / pietra, fiore. Uomini, di nuovo pronti al miracolo? / Come un cielo basso che uno più alto vede / e lo sguardo non toglie all’alta accesa meraviglia. / Così ora capisci il suo “Andrò dai passeri”. /Se è questo che l’arte vuole, questo può.” Vi è come una ciclicità dell’essere che, di tra gli accidenti terreni, al di sopra di tutto, persegue l’assoluto: “Verticale la pioggia, il fiume scorre / dall’orizzonte al mare. Di nuova pioggia / sarà. Anche noi ciò che siamo saremo. / Ora pazienza, se cadi rialzati, aiutati, / già sai come disegnare un suono e sai / come suonare un segno. Sì, segreti / che chiamano, e c’è un perché. Dici / dolore e non molti sono quelli che piangono, / dici gioia e pochi capiscono. / C’è un perché. / Anche la bellezza ha il suo purgatorio.” È un continuo trasformarsi e rinnovarsi in questa vita, per trasfigurarsi nell’altra: “È tutto un portare da là a qui: dalla vita / alla morte e di nuovo alla vita, / dalla guerra alla pace, dallo scuro caos / alla luce delle cose. Sia, dunque, questo / il buono per tutti. I tempi quello che devono. / Noi non sappiamo come Dio lavora.” Spesso è difficile vincere la durezza di cuore di chi non vuole credere nel soprannaturale: “Non sono migliore di loro, ma se chiedo: / “Perché?”, superbi guardano in basso, / dall’alto della torre del loro silenzio.”

Nella poesia finale è svelata la motivazione di un particolare stilema adottato dall’autore: testi senza titolo che occupano meno della metà della pagina: “E per amore dell’invisibile vivo / molto bianco lascio alla pagina, / dentro e fuori.” È in questo delicato pudore che lascia fiorire lo spazio più al silenzio che alla parola, più al celeste che al terreno, più alla metafisica che alla fisica, che si dà voce all’intimo lirismo di Vittorio Cozzoli, il quale, nella modulazione sommessa dei suoi versi, sembra accarezzare la soave armonia che sovrasta l’universo e che è l’essenza stessa dell’arte.

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