Servizi
Contatti

Eventi


E dopo tre giorni: il titolo è emblematico del messaggio principale di questa raccolta poetica, vale a dire l’aurora di resurrezione che sorge dalla notte di dolore, la primavera della vita eterna che arride di là dalle confuse sembianze di questa parvenza terrena. È un inno alla speranza che, come una fenice fulgente, risorge dalle sue stesse ceneri, che ha fondamento in quel Cristo che è nato, morto e resuscitato per la nostra salvezza, che ha attraversato la sofferenza e la morte e l’ha vinta, e noi con lui: “Aiutaci Signore a credere | sempre più e meglio | nella vittoria del terzo giorno, | che in eterno sfama | l’innato desiderio | della nostra salvezza. “ (E dopo tre giorni). Infatti, avendo assunto la nostra umanità, essa è stata redenta e riscattata da quella maledizione (“Maledetto chi pende dal legno” Gal 3,13) che, in virtù dell’Agnello immolato sulla croce, si è tramutata in benedizione.

L’uomo si realizza nella misura in cui si apre all’amore di Dio che lo sana e lo libera: “Sono qui per te, | sono qui per sciogliere i tuoi nodi, | per offrirti la mia libertà.” (Di chi sei?). Struggente è questa dichiarazione sull’identità del Figlio di Dio, sulla scia di un interrogativo (che dà il titolo al testo) che ha lacerato la vicissitudine umana (Ma tu chi dici che io sia?) e della professione di fede di Pietro su cui è fondata la Chiesa, nell’osmosi di una tenera intimità affettiva, in una sorta di duetto melodioso in cui si gareggia a vicenda nel mostrare il proprio amore: “Donati una risposta, | fermati un attimo e guardami, | mentre anch’io ti guardo | dietro un velo di sudore e di sangue | e ti chiedo: tu, proprio tu, | al quale ho donato la vita, | tu per il quale dono ancora la vita, | tu, proprio tu, | nel quale voglio risorgere, | tu, sempre tu: chi dici che io sia? | Tutta una vita per una risposta. | Una risposta per tutta la vita. | La tua vita che mi è cara | più della mia stessa vita. | La mia vita per la tua, | il mio sguardo nella notte, | il mio silenzio nel clamore, | la mia presenza nel tuo vagare, | il mio sorriso nei tuoi occhi spenti, | la mia pace nella tua ribellione, | il mio abbraccio nella tua umiliazione. | E tu chi dici che io sia? | Signore, Tu sei la vita, la mia vita, | la mia resa sul Tuo petto. | Il mio nuovo vedere, | il mio nuovo sentire, | la mia nascita nuova | in questo mio tramonto sereno, | trasfigurato di luce.” Il momento culminante della passione di Cristo che ha segnato la palingenesi cosmica è tutto in quell’estremo respiro d’amore (nell’effusione del sommo bene) con cui il Signore ha attirato a Sé l’intera creazione e in cui si è compiuto il sublime mistero di redenzione, in quell’abbraccio definitivo di Dio con l’uomo (in un corpo-a-corpo per salvarlo), del cielo con la terra, prima di abbandonarsi all’Eterno (“Padre, nelle Tue mani consegno il mio Spirito”): “Il Tuo Spirito si librò sul mondo, | toccò vette inaccessibili | e mari lontani, | raggiunse l’abisso dei cuori | e l’uomo mutò la sua natura: | non più prigioniero di sé, | ma dimora del Dio vivente. | E il Centurione disse: | «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!» | E la vita pulsava | mentre era buio su tutta la terra. | Vita nuova e terra nuova.” (Gesù dando un forte grido spirò).

L’amore di Dio è il dono più prezioso e più sacro; eppure, spesso, oppressi dagli affanni e dalle vanità del contingente, neanche lo consideriamo: “Un dono più bello | d’un cielo stellato, | di un prato fiorito, | d’un mare azzurro e calmo, | di due occhi che portano pace. | (…) E succederà, | e sarà quando tornerai sconfitto, | con tutti i tuoi progetti | sempre rimandati | e marciti in tasca | come un frutto troppo maturo | e la tua vita sempre bloccata | attorno ai tuoi dubbi irrisolti. | E succederà. | Perché finalmente Lo invocherai | e Lo troverai al Tuo fianco. | E succederà che t’accorgerai | di Chi t’ha sempre atteso, | e che tu hai sempre ignorato, | perché non riuscendo ad amarti | non hai mai ritenuto | di poter essere amato.” (Il dono mai meritato). Quella dell’amore divino è una corrente continua di aria fresca che cavalca i cieli e accarezza la terra, fasciandola di tenerezza e culla l’anima tra le sponde luminose dell’Eternità beata: “Un’ombra indecisa, | un alito leggero, | un pensiero ferito, | il rimpianto di un’assenza. | La mia assenza | E la Tua presenza; | il mio vagare | ed il Tuo seguirmi.” (Il mio bimbo interiore). La logica dell’impotenza della croce avvolta dall’onnipotenza della resurrezione è un paradosso che sovverte tutti i parametri umani con cui si misura il valore delle cose e delle persone dal potere e dal successo, mentre Dio fa miracoli a partire dalla nostra piccolezza, capace di trasformare il poco che abbiamo in risorsa per tutti, come nella moltiplicazione dei cinque pani e dei due pesci, emblematica del mistero eucaristico con cui Dio si fa pane spezzato per l’umanità: “‘Dai loro da mangiare.’ ‘La fame è tanta e loro sono troppi! | Tutto è inutile’. ‘Perché inutile? | Consideri inutile | la mia morte in croce? | La carne che io dono | è nutrimento di secoli.’” (Il nutrimento del mondo). Il Corpo di Cristo è scudo di luce contro le tenebre e astro radioso che illumina il mondo: “Nella Tua croce vedo le nostre croci, | le hai prese su di Te ed hai vinto: | le hai abbattute | con la Tua risurrezione, | che ci doni ogni giorno | nel pane del Tuo Corpo trafitto. | E con esso affrontiamo la battaglia | contro le barriere di fumo | delle nostre fantasie, | contro le nostre indecisioni | la paura di lasciarti la guida | e di venirti dietro, | per smantellare assieme | i muri dell’invidia, | dell’odio e della divisione.” (Il pane del Tuo Corpo). La dimensione spirituale è delicata e fiorisce nel silenzio, al riparo dal chiasso e dall’inquietudine: “Con la testa perduta nei pensieri, | rimanevo a contemplare fantasmi | ma non c’era quiete tra gli specchi | e sfogliavo giorni inutili e chiassosi. (…) Ed ora, che solo mi resta | la scelta dell’umile attesa, | mi afferro al sì di Maria, | perché puro fiorisca il mio sì | ed io possa infine donarti la vita.” (La scelta dell’umile attesa). L’amore che il Creatore serba per una creatura affonda le radici nella notte stellata dell’Eternità, quando Egli per Sé l’ha vagheggiata come un meraviglioso sogno, unico e irrepetibile, serrato tra l’apparenza confusa di questa vita e la visione radiosa dell’altra, nella morsa dell’abbraccio divino che ad ogni costo (all’eccessivo prezzo del Sangue preziosissimo del Suo Figlio) non vuole perderlo: “I Tuoi occhi su di me, | nel brulicare di volti | svelati da secoli | perduti e rinnovati. | Da quel giorno Tu m’attendevi: | dal buio di quel giorno, | nel quale donando la Tua vita, | Tu mi fissavi nel cuore del tempo. | E sento che non vuoi | e non puoi perdermi, | perché la mia e la nostra salvezza | è germogliata sulla Croce, | e, sino alla fine del mondo, | dovranno diffondersi ovunque | i frutti maturati | dalla Tua e nostra risurrezione.” (La Tua e la nostra risurrezione).

È bellissima questa parabola de La vita vera, in cui si rivela tutta la tenerezza del Padre nel seguire passo passo ogni Suo figlio per condurlo alla mèta della sua compiutezza, come per il capolavoro plasmato dal più straordinario Artista, capace di modellarlo secondo il Suo piacimento, vincendo le resistenze e la scabrosità della materia: “Non sai che il tuo esistere è un seme | che da sempre attendo fiorito? | T’insegnerò come potare i rami: | e taglierai il Tuo piede, | che vuole allontanarsi da Me, | la tua mano destra, | che vuole cogliere ogni frutto, | e strapperai il tuo occhio, | che vuole nutrirsi di mondo. | E anch’io soffrirò con te, | nel vederti combattere e cadere | ed esulterò più di te | se riprenderai il cammino. | Centuplicherò i miei doni | per ogni tuo strappo, | così che il duro patire | della tua crescita, | il tuo lento morire a te stesso | t’immergerà nel mio Spirito nuovo | e rigeneratore. | Vieni, allora, vieni a me, | vieni a piedi nudi, a mani vuote, seguimi sui prati verdi | di una vita compiuta, da te sempre attesa | e mai pensata così grande.” Nella confusione di questa vita, a tratti si riesce a scorgere la chiarezza del disegno divino su di noi, soprattutto “al tramonto degli anni”, quando si comprende che “Tu hai sempre guidato, | il mio ubriaco vagare | per non farmi spezzare le ali | e perché potessi cogliere | il minimo sapore | del più piccolo fiore”: “Nella giostra dei giorni, | farfalla inquieta, | scambiavo il colore per un fiore; | e Tu paziente m’attendevi. | (…) Così m’è chiaro | che Tu fai bene ogni cosa: | hai fatto udire il sordo | e parlare il muto, | ed ora m’apri il cuore | alla Tua parola, | perché io possa donarla | alle farfalle inquiete | che Tu mi fai incontrare | per il poco tempo che mi resta.” (Le farfalle inquiete). Suggestivo è questo omaggio dedicato alla Vergine Maria, come un monumento alla sua coraggiosa fede ad oltranza, anche ai piedi della croce, quando nessuno più credeva e Dio stesso moriva: “Si fece buio su tutta la terra | e Tu eri là, straziata e ferma | e sostenevi la Speranza | dell’universo intero. | E quanto hai speso di energia? | Perché l’esperienza più dura | è quella di stringere forte | lo spirito del giorno che muore | nella notte più tenebrosa. | Ed ora penso alle ombre della sera | che scolorano i miei anni | e poi sarà la fine | e poi… | Eppure Tu eri là, ferma | e Tu sola scorgevi | la luce nelle tenebre, | la vita che sorgeva dalla morte. | Aiutaci, Mamma a vivere ogni giorno | anche il più buio | come se fosse il primo, | il più importante | per cambiare il mondo.” (L’ultimo giorno).

Una folgorante intuizione è in questa esegesi della motivazione che ha spinto Cristo ad eleggere Pietro, che pure, nella sua fragilità, l’ha rinnegato, come principe degli apostoli e capo della Chiesa: “‘Voleva camminare sulle acque, affondava e dovesti salvarlo. | Voleva seguirti dovunque | e poi si è smarrito: | si è mischiato ai Tuoi persecutori. | Perché ami ancora Pietro? |’ ‘Lui ha toccato il suo limite | ed ora sa che deve e può contare | soltanto nel mio perdono.’” ( Perché a Pietro?).

La voce del Signore, quale brezza sottile che accarezza l’anima, come nel celebre episodio biblico di Elìa, sovrasta tutto il caos della vita quotidiana e il chiasso del mondo, riesce a farsi udire nonostante tutto il frastuono, perché è l’unico linguaggio che intende l’anima: “Eppure Tu mi chiami, | mi chiami ancora, | sempre Tu mi chiami | ed ora distinguo la Tua voce | immersa in una brezza unica e leggera, | che di nuovo gonfia le mie vele.” (Sempre Tu mi chiami). Il mysterium iniquitatis è imperscrutabile se si pensa alla sorte riservata all’Innocente, a Colui che passava “sanando e beneficando tutti”, a quale è stata la ricompensa dell’uomo per tutto il bene che ha ricevuto, che ha ripagato con la morte la vita che gli è stata donata in pienezza, restituita e salvata; ciò che si perpetua ancora oggi, nella ingratitudine e nella mistificazione di se stessi, come se non si riuscisse a lasciarsi amare dall’Amore: “Siamo in tanti con spade e bastoni, | una folla contro un uomo. | L’uomo che ha guarito mio padre, | che ci ha sfamato con pani e pesci, | che ci ha scosso con le sue parole, | che ci ha attratti con il suo sorriso.” (Siamo in tanti con spade e bastoni). L’uomo difficilmente sa ascoltare e proclamare la Parola di Dio, soggetto allo “spirito sordo” e “muto” che paralizza la vitalità del suo essere e la libertà del suo spirito; di qui nasce l’invocazione al Signore perché penetri la scorza dura delle nostre tenebre e splenda incontrastata la Sua verità: “E sordo e muto alla Tua presenza, | ho bruciato giorni uguali, | agitandomi, virtuoso pagliaccio, | sulle giostre impazzite degli anni. | (…) Guidami Tu Signore | in questo scampolo di vita | e sconvolgi col Tuo sorriso, | le mie nuvole immaginarie.” (Signore, prendi Tu la guida). L’imperioso richiamo divino è quello che vivifica, illumina, libera, trasfigura: “Mi volevi con Te mentre fuggivo, | quando nidi d’ombra | scavavano la mia vita | e la notte sostava | nel mio sguardo smarrito. | Ti cercavo e non lo sapevo | finché m’ha colto una Tua Parola | e come un soffio di vento leggero | ha sconvolto le nubi. | (…) Ed ora che t’ho accolto | salgo anch’io sul monte | e immerso nel Tuo sorriso | mi trasfiguro in Te.” (Sul monte della trasfigurazione). L’azione benefica e la potenza della resurrezione di Gesù riecheggiano in questa efficace rivisitazione del miracolo della figlia di Giairo (“‘Fanciulla, io ti dico, alzati!’ E la morte è sconfitta | dalla Tua Parola.”): “È l’incontro decisivo: | la vita si scuote, | sfugge dalle mani d’acciaio, | da notti di paura. | La sua vita, la nostra vita, | nasce e rinasce dalle Tue mani | e respira un’aria nuova, | da sempre attesa | e mai totalmente rivelata.” (Talità kum).

La solitudine assoluta del Maestro durante la Passione è manifesta nell’incomprensione che lo circonda, anche dalla cerchia dei suoi amici più stretti, degli apostoli: “Ma il Tuo amore, | il Tuo grande gesto d’amore | non li ha coinvolti: | hanno subito pensato | a come trarne vantaggio, | a come dominare con Te, | a come far carriera | facendoti proclamare re. “ (Un amore che sa moltiplicare).

“Alla sera della vita”, quando è tempo di bilanci, ci si affaccia sul panorama della propria vita, tra deserti d’ombra e oasi di luce e, guardando ad un avvenire incerto e breve che ormai rimane, dallo sgomento delle proprie delusioni e contraddizioni, guardando alla luce radiosa dell’Eternità, ci si abbandona fiduciosi come bambini tra le braccia del Padre: “Non tante albe ancora, | tra il volo dei gabbiani | che planano nel latte. | Non tanti tramonti infuocati | a dipingermi gli occhi | di struggenti pensieri. | (…) E allora decido di smemorarmi, | d’abbandonare l’ansia della preda, | di lasciare ogni mio bene | per il Suo bene, | ogni mia chiusura per le Sue braccia aperte. | (…) Ma è un immergermi da subito | in un alito di gioia e di pace, | che, pur, senza caparra alcuna, | vale la pena d’essere vissuto” (Una risposta alla chiamata).

Gianni Ferraresi, con la sua poesia, ci dona un fremito leggiero di freschezza spirituale, di autenticità del sentire, di profondità di meditazione, nel lirismo delicato di un intenso colloquio con Colui che è più intimo a noi di noi stessi.

Recensione
Literary © 1997-2024 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza