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E poi...

E poi…. , la nuova pubblicazione di Franco Acciarri, si presenta con una suggestiva copertina: un ridente paesaggio autunnale in riva al lago, contro cui si staglia un omino bianco col bastone, profilo dell’autore. Ciò rappresenta la cifra d’interpretazione del testo: un soggetto pensante di fronte alla realtà che lo circonda, “cartografo del profondo sentire” che “interroghi l’oracolo che dice amore.”

Le impressioni che si offrono al lettore appaiono come relitti alla deriva di una furiosa mareggiata, vale a dire tutto ciò che trascina con sé un’ancestrale sofferenza. Si denunciano le aporie di un’esistenza che smarrisce per la sua fragilità e incompletezza, per cui si avverte la sensazione di una dispersione e di un’onnipresente disforia, “il non senso” che avvelena il vissuto quotidiano. Allora, un lessico negativo prolifera: “il lezzo”, “mani sporche”, “terrore”, “scoria, spurio, fango insistente”, “ammorbante coagulo”, “putrescenze.” È come se ci si portasse dietro il greve fardello di un dolore irrisolto, di un lutto impossibile, per cui anche ciò che è oggetto dello sguardo di chi osserva e interpreta assume contorni deformati, quasi grotteschi. Eppure, da questa fitta trama di tenebre, insorge un anelito di resurrezione, come un esile spiraglio di luce che buca il buio, che ha il nome della speranza, il volto di coloro che si amano, l’atmosfera maliosa di un sogno: “L’aura magica d’un tempo sento ancora, | ancora…non so spiegare il languore, | ancora curioso, non mi basto. | Inseguo sogni che sogno di sognare, cerco significazione, | vivo!” (Richiami). Allora, di nuovo la vita attecchisce dalle pareti dell’anima e ha le sembianze dei paesaggi e delle persone care che ti vengono incontro. La donna è epifania di bellezza e di amore, colei che nel proprio grembo culla la vita nascente: “Sei del colore del bronzo…nuoti, | ridendo…della ridicola goffa bellezza che dona l’attesa. | Ti guardo…siete in due, curioso mistero che io non so…” (Se fosse un quadro).

La bramata unione, tuttavia, sperimenta la frustrazione del limite dell’umana natura che non riesce mai a raggiungere la perfezione, né a prolungarla all’infinito: “Penso…mentre ti guardo, | ti sento ti vivo, ma, i tuoi occhi non saranno mai i miei, | né gli odori i sapori e i piaceri che richiamano dolore. | L’essenza dei tuoi pensieri, non ha voce nella mia testa. | Il corpo, il tuo amato di desiderio, | unico contatto che trascende e rivela l’anima, uccide. | Uccide il sogno d’essere uno… | Uno…nella pelle dell’altro. | Che fatica l’umano essere, | solo…a metà.” (Termini incompleti). È difficile sfuggire all’influenza preponderante del contingente, per attingere all’assoluto dell’eterno: “Eternità…hai senso solo per chi crede in un tempo | che non comprende la morte. | (…) L’eternità non appartiene a chi è figlio del tempo.” (Fughe ordinarie). La morte, allora, appare come uno spauracchio al cui minimo pensiero rifuggire, cercando di vivere fino in fondo l’attimo presente, secondo il mitico motto del carpe diem, coniato già ai tempi di Orazio e poi sposato da Lorenzo il Magnifico nel suo celebre “Chi vuol essere lieto, sia: | Di doman non c’è certezza”: “Vivere…vivere tutto e in fretta; | velocemente…come rincorsi dalla signora, | dalla signora dai capelli neri che le coprono il volto, | bianca paura. | Correre sino a morire…prima che arrivi; | prima che corrompa corpo e mente.”

Interrogare il mistero è come attendersi risposte da una “Sfinge di cera”, che confonde e chiude ancora di più ogni possibilità di comprensione: “E tu,che fai...?| ti fai enigma, m’ammorbi col dubbio, confondi, sconcerti, | risposte che non parlano, mutano il mio senso. | Apri orizzonti, che mi chiudono in labirinti di porte, | finestre di spalancato assoluto “privo” di verbo.” (Sfinge di cera). C’è spazio anche per una coraggiosa quanto mordace denuncia sulla politica, così degradata a ridicolo teatrino ove ognuno mette sul banco i propri interessi camuffati da maschere di ideali: “Laidi uomini pensate per noi. | Confondete il male per il bene, | mascherati da santi paladini, sparati | da torbidi show promettete palazzi di Mida. | (…) No! Voi non mi rappresentate.” (“Anarchicoveleno” a mio malgrado). Anche sulla Storia attuale è gettato uno sguardo di lucida critica e indignazione, di cui solo l’innocenza dei bambini ci può restituire la piena coscienza: “Non sentite l’urlo del sangue, sgorga da fonti di | viscere rabbiose, antico odio le nutre. Morale etica, | roboante scoria dell’evoluzione. |(…)Amico quando sentirai l’odore acre e pulito | lasciato dalle bombe che frammentano i tuoi cari, | quando sentirai il terrore fischiante dei proiettili | pregherai, pregherai il senso assoluto del bene | del male che ancora abita i bambini.” (Inconfessabile fantasia amorale).

Una poetica evasione nello stupore estatico della bellezza è in Al Largo: “Strani giorni, m’allontano; | cielo di vecchia perla rifletti il mare di zinco. | Tedio che mi sta accanto come cane fedele.” È l’ebbrezza spumeggiante della vita che travolge la stessa sofferenza e accende la festa dei sensi: “Malinconia, mi corteggi appiccicosa e ammaliante, | compagna che ti fai respirare; | mi resti vivo… | Dolce… | cristallo di sale sulla ferita, voluttuoso taglio al mezzo del labbro | ch’io non chiudo. | Fine, piacevole bruciore…svegli il senso di esistere. | Canale, fiume, che porti onesto e solenne volere. |(…) Vecchia sostanza che…si ricompleta, mai ferma compiuta. | Ribollono onde, zinco…lucente, è schiuma che brucia, | travolge, tempesta, volontà distillata. | (…)Io andrò nuovamente al largo; | affondandomi nel mio mare di zinco, | guardando, la vecchia perla che mi riflette.”

Franco Acciarri, in questa nuova prova poetica, mette in gioco la propria anima, attraversata da ombre, ma anche accarezzata dalla luce, quella stessa che si sporge dal davanzale di nuovi domani a cogliere frammenti di speranza e a deporre semi di bene in seno all’Eternità che attende.

Recensione
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