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Elena, Ecuba e le altre

Questa silloge interpreta archetipi femminili della mitologia greca secondo la loro prospettiva, una versione inedita della donna che smentisce la tradizione classica fondata esclusivamente sul punto di vista maschile. Attraverso la lapidarietà dei versi si delinea il dramma vissuto e incarnato nel mito, dando voce, appunto, a chi non l’ha mai avuta, penetrando nel tessuto storico delle vicende e disintegrandolo dall’interno, mettendo in discussione la veridicità del racconto così come è stato tramandato secondo un’impostazione androcentrica.

L’autrice, quindi, in queste pagine, ha l’audacia intellettiva e la chiaroveggenza di leggere in controluce all’autorictas fabulatoria l’imprevedibilità sfuggente della psicologia femminile. Come insegna lo psicanalista Massimo Recalcati, infatti, mentre l’uomo s’identifica rigidamente in un ruolo, la natura mobile muliebre recalcitra dalla sclerotizzazione di ogni definizione. Perciò, quel che è considerato inconfutabile dato narrativo, dinanzi al magma incandescente del caos originario del “vero poetico”, contrapposto al “vero storico”, secondo la lezione del Manzoni, si sgretola a fronte della sorpresa, della fluidità e dell’evanescenza dei pensieri e delle emozioni. Allora, un’Arianna tradizionalmente profilata come compassionevole vittima dell’abbandono di Teseo, può rivendicare con fierezza la propria libertà e leggerezza d’animo: "Teseo al largo già / dolente e fiero /Arianna a Nasso / leggera e liberata." (Arianna a Teseo). Oppure, quell’Euridice passata alla storia come ombra silenziosa e ignara, è colei che incoraggia un esitante Orfeo: “Cristallo il mio passo, il tuo di vetro / …uscire dalle secche e dagli indugi. / Lo voglio io, lo vogliono gli dei. / Lo vuoi tu? Riprendiamo da qui, / mettiamoci in cammino. / Non voltarti / per accertarti che io ci sia / come vagheggi e sogni / sui rimpianti. / Di fronte l’uscita / ad arco tondo, Orfeo.” (Euridice a Orfeo). Il coraggio temerario di una donna di amare difficilmente viene compreso dalla ponderata prudenza maschile: “Rapito, mio Titone? /Per chi non sa capire, sì. E, invece, amato, / fino alla testa bianca. / Grati, entrambi, del tocco di rugiada, /giovane e vecchio, / del tuo calore al soffio mio vitale.” (Eos a Titone). O ancora, un’ardita Ifigenia, smentendo la sua proverbiale abnegazione e sottomissione al padre Agamennone, suggerisce piuttosto il volo arioso della vitalità da contrapporre alla ferrea quanto disumana salus populi, evocando, nel gesto, lo speculare archetipo biblico dello sventato sacrificio di Isacco da parte di Abramo per l’intervento tempestivo di un angelo: “Ferma il braccio già curvato. / Quale dio ti ha imposto / il sacrificio? / Intuisci i miei pensieri, / scava nel mio desiderio / spoglio da ogni devozione. / Osserva: mi sto muovendo / a rincorrere mare aperto e nuvole.” (Ifigenia ad Agamennone). Ugualmente, Antigone contrappone la legge del proprio cuore a quella implacabile dello Stato: “Non seguo la tua legge. / È legge di guerra. / La mia del cuore.” (Antigone a Creonte). Oppure, una Didone che si consegna alla morte dopo l’abbandono di Enea ribalta il proprio destino, rivendicando una sana voglia di vivere: “Ti slanci dove ti attendono gli allori / dopo aver delibato tanti umori. / In conflitto tra ragione e sentimento / non salirò sulla pira del suicidio / tragico epilogo a tuo principio, / Enea. / Cartagine conservo e i bruciori. / Nessun pentimento. A breve nuovi ardori. “ (Didone a Enea).

O ancora, è la voluttà spudorata quanto inappagata della ninfa Eco nell’anelito di un amplesso che strappi Narciso dall’infecondo autocompiacimento in cui annega, specchiando nelle acque la propria immagine idolatrica: “…La coda dell’ultima parola… /A farne che cosa? / Dimmi di sì e lascia che ti ami. / Prendimi fra le braccia./ Guardami, sono io la tua acqua: / entrami dentro e lasciati andare.” (Eco a Narciso). Ugualmente, è la passione intensa di Galatea per il giovane Aci: “Illumini il mio giorno / ogni giorno risalgo le tue rive / vivo i giorni che ti ho donato / poi torno al mare / e attendo insonne l’alba.” (Galatea ad Aci). È il coraggio di un rifiuto alla violenza e alla prepotenza dell’uomo che concupisce la bellezza muliebre: “Valente rude aitante, feroce / con Ettore, Troilo, i miei, la mia dimora, / mi hai spiata alla fonte / e subito smanioso di possesso / mi vuoi in moglie. / Non sono pazza. / Se userai la forza / vivrò i suoni cupi e le lampade abbassate.” (Polissena ad Achille). Nonostante la condizione oggettiva di costrizione, nessuno può entrare nel territorio inviolato dell’interiorità della donna, del suo segreto sentire: “Achille, Agamennone, di nuovo Achille: / chi siete? / Minete è l’uomo mio. / Sotto le mura d’Ilio tu, Achille, l’hai ucciso. / Ora sei in ansito fiatato sul mio viso, / la spada a lato per ogni mio diniego: / io inguaino di vuoto l’asta tua. Non ti sento. / Minete io sentivo, / lui, uno con me, lui mi sentiva.” (Briseide a uomini non suoi). La stessa protesta vibra nelle parole di Criseide a Crise: “La donna bottino di guerra: / legge degli stolti in guerra, / della tenda di Agamennone invasore. / Molti uomini non sanno, costui con loro, / la differenza / tra il cedere per non morire / e morire cedendo /

solo l’involucro non la sostanza.” L’indomita libertà di una donna sfida perfino la protervia impotente di un dio: “Sei arrivato nelle profondità marine / – mio rifugio da Poseidone rapi / na / tore, / da lui che null’altro sa che i soprusi –. / Per togliermi dal nascondimento / e a recupero di remissività / ti ha messo in mezzo pesce canterino. / Quel dio cela debolezza, / avanza tenerezze / solo per persona interposta, / s’illude che la donna / debba fuggire / perché lui si dia alla conquista.” (Anfitrite ad un delfino). L’assenza dello sposo è uno spazio vuoto che una donna forte come Penelope sa ricamare con la maestria della sua arte, sapienza e intelligenza: “Mi si sciolgono gambe e ginocchia / per quest’ulivo non dimenticato. / D’impulso ti avvolgo nelle braccia / ti bacio sulla bocca, la ribacio. / Ma nella schiena un brivido sale / non sensuale ed è distacco. / Non simulo mal di testa / né tela di lino da finire. / In me necessità di ricapare / l’ordito dell’assenza.” (Penelope a Ulisse che torna). Anche gli abbandoni, giustificati dal virile orgoglio e dall’urgenza della propria missione, vengono sorvolati da una certa qual superiorità d’animo della donna, nel ricucire dalle ferite lo spazio arioso della propria libertà, che le conquista un inaspettato riscatto: “Nostalgia di distese marine da solcare, / stanchezze serali, / se, sono sincera, commuovevano, / non muovevano più veli notturni. / Svanite le calde veglie, / mi tediavi con gli infeltriti “più in là di qui...”. / Riafferro dopo dieci anni / chiara la mia voce come un giglio.” (Calipso ad Ulisse). La sagacia e l’ironia della donna sorpassano di gran lunga l’istinto animalesco e ottuso dell’uomo: “Cessa di inseguirmi / per mari colline monti. / Se ti volessi, / lanciato un cenno, / fermerei l’andare. / Usa l’intelligenza, / ridicolo / insistente / re infoiato.” (Britomarti a Minosse).

O ancora, è la sublime tragedia di un amore contrastato che, pur di restare fedele a se stesso, oltrepassa ogni limite, non ultimo quello dell’estrema frontiera della morte: “Dopo tanto parlarci dalla fessura / per voci sussurrate lungo il tempo / ci incontreremo nella notte / eluderemo divieti e lontananze. / Siamo noi due il destino, innegato.” (Tisbe a Piramo).

Quindi, è lo scoramento drammatico di una maternità infranta dallo strazio della morte del proprio figlio: “Cammino le onde rotte a riva: / scarnificato dal sale / privo della corazza d’argento / ti riconosco in petto, ultimo nato, / il girello dei capelli sulla fronte / l’incavo della spalla / il sopracciglio arcuato./ Hai lanciato un sorriso / sei volato in aiuto dei fratelli e della città / sei sparito indistinto nella mischia. / Giovane. Al più giovane alzeranno / una statua con epitaffio. / Fossi ancora ciò che sei stato / ieri quando eri. / Maledetta sia la guerra. / Non cesserò di maledirla.” (Ecuba a Polidoro). È una verità mistificata sacrificata all’amor patriae, un’infamia addossata ad una madre che colma la misura dell’afflizione per la perdita delle proprie figlie: “Che cosa andate cianciando. / Da patriota stoica avrei sacrificato / le mie figlie, / figlie sottratte segretamente / dai sacerdoti e immolate sulle are, / perché Atene vincesse. / Non è patriottismo un delitto di madre. / Mi caricate di una colpa abnorme / e vi assolvete. / Spergiuri, / pretendete pure che non pianga.” (Prassitea agli Ateniesi).

Questi sono versi rivelatori del travisamento e camuffamento letterario rispetto all’autentica identità femminile: “I poeti inventano dai secoli dei secoli / e a metafora usano le donne. / Semplice la verità e trasparente: / ho messo al mondo / Agamennone, Menelao, Anassibia, / ho accompagnato la lealtà di Pilade.” (Erope ad Atreo); “Libri e miti danno valore all’uomo: / già molte sorelle l’hanno scritto. /Salva, levo di dosso la tradizione.” (Dirce ai contemporanei); “I versi nascono, lo so lo sai, / dall’ansia di una perdita / da tramonti non chiamati / dall’angustia tra buio e chiarità, / da un desiderio rimosso / dalla pienezza d’essere / dal barlume figurato nell’affanno / e altri risvolti corporali.” (Nomia a Dafni).

Come scrive argutamente Alessandra Pigliaru nella prefazione, Maria Lenti ha il pregio di disinnescare prototipi inveterati dall’imprinting esclusivamente maschile, facendoli implodere dall’interno delle voci inascoltate femminili e dalle trame rivoltate dallo scandalo delle loro verità soffocate dal silenzio e dalla menzogna fin dalla notte dei secoli: “La poesia è tenace nell’impresa, scavalca con magistralità lo scacco del linguaggio che spes­so determina e definisce frettolosamente, lavora di cesello il verso. Come un ago che cerca il punto esatto in cui affon­dare la trama mentre, inesorabile, rammenda. Queste sono Elena, Ecuba e le altre: fili perduti e ostinati di una storia a venire.”

Recensione
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