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Esco
Esco: il titolo e la
copertina, che rappresenta una scalinata che s’affaccia ad un varco di cielo,
sono la chiave di volta per decifrare il mondo poetico dell’autrice. Nei versi
di Manuela Giabardo, infatti, affiorano un malessere, un disagio esistenziale
che inclinerebbero al ripiegamento in se stessa, mentre invece ella si fa forza
e tenta di dominare il proprio caos interiore con la potenza demiurgica
dell’arte. Quest’ultima, infatti, ha il potere di estrarre dal magma
incandescente del proprio inconscio lapilli di parole che, da quel fiume di
lava, depositati nella trama dei testi, danno voce all’eruzione vulcanica del
proprio io. In questo modo, in virtù della propria creatività, si viene a capo
del proprio intimo groviglio e da quel buio scantinato in cui era stipata la
nostra anima, si può uscire “a riveder le stelle”, spalancarsi al cielo chiaro
della vita: “È il posto in cui io aspetto | che il giorno si dia coraggio, mi
porti | un crepitare di passi, uno stormire di voci, | e mi sfiori appena, con
un alito azzurro.” (C’è un posto). La poesia, dunque, è terapia e codice
criptato per decifrare se stessi, per penetrare l’abisso di quell’enigma di
Sfinge che ciascuno di noi è.
Prevalgono per lo più toni
autunnali, nel languore della fine e dei distacchi, nelle foglie morte dei
sentimenti, nell’avvilente smacco di aver tutto perduto, in un inestinguibile
lutto di un amore tradito: “la via del ritorno sprangata | ad ogni porta un
lucchetto | ad ogni angolo, uno spettro in livrea | andrà sibilando che questa |
non è più casa nostra | con un cenno, | mostrerà quell’involto gettato
all’ingresso, | dentro, il grumo di sangue rappreso | che era il nostro amore.”
(Primavera). Colui che si amava non è più un tenero nido in cui
rifugiarsi, ma un ruvido scoglio in cui urtano i flutti inquieti del proprio
essere: “ma non vedi che cammino nel vuoto | non ti accorgi che le mie parole
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hanno forma d’eco | e la forza di tutti i venti | le schianta ogni volta contro
le tue pareti.” (Prova). Una negatività dirompente attanaglia l’anima,
come in una fatale morsa: “Coltivo pensieri cattivi | una valanga, un lago nero
| un orcio ricolmo | pesante sulle mie spalle | come se le oscure deità
dell’odio | solo a me, a colpo sicuro, | ogni giorno affidassero | i dardi più
acuminati | grondanti di veleno, | da portare in una faretra di piombo.” (Pensieri
cattivi). È una stagione di declino della vita - ne serpeggia l’amara
consapevolezza -, anche se, per non fronteggiare la dura verità, di proposito la
si ignora: “È un precipitare, ormai, ma non bisogna dirlo | per non spaventarsi,
per non perdere quel | fragile appiglio conquistato | tra i brevi sbandamenti di
rotta, | fendendo un biancore latteo senza voci né ombre.” (Passano).
Eppure la poesia attecchisce anche nell’arido deserto e ricama l’oceano sospeso
del silenzio dall’orlo sdrucito dell’abisso: “Mi vorrà ancora la poesia
| così a
lungo respinta | per questa ottava di vita stonata | tamburellata sopra un vetro
chiuso. | Non più la nostalgia e il presagio | finiti | nella polvere e nello
zerbino quotidiani, | e lo stesso tozzo di tempo | da divorare in due, | lo
stesso di ieri e avantieri.” (Mi vorrà ancora). In questa desolazione non
si è in grado di affacciarsi al balcone fiorito della primavera, di danzare
incontro al vento fresco che preme contro le imposte chiuse, anche se una luce
tremolante, caparbia, ancora resiste nella penombra: “senza uno straccio di
sogno | senza una luce accesa nello sguardo. | Ma, ad aprire le imposte,
stasera, | c’è una stella, vibrante e allegra, | che dondola | in mezzo alla
cupola nera del cielo.” (È arrivato). Si è come prigionieri di se stessi,
impantanati nei propri angosciosi sentimenti, anche se si sa bene che basterebbe
uno scatto d’orgoglio, uno slancio impetuoso del cuore per spalancare quella
porta sprangata alla vita che ride attorno in un’eterna meraviglia: “Basterebbe
un passo dentro questa notte | sorvegliata da una luna licantropa
giallo-arancio, | luce senza luce, cerchio perfetto di follia | impresso come un
presagio nel cielo nero. | Solo un passo, per ritrovare la via di fuga |
riempire le tasche di pietre filosofali | e lanciarsi seguendo ritmi di
saturnali | nel vuoto siderale dell’oblio.” (La luna). In questo modo ci
si potrebbe riappropriare di ciò che da sempre ci appartiene, tornando ad
abitare la nostra esistenza, come nel nostos di Ulisse, il quale, dopo
aver tanto peregrinato, ricostruisce la propria identità frantumata soltanto nel
grembo accogliente della sua madrepatria Itaca: “Tornare nella casa, | contare i
passi alla finestra cercando | uno sfilaccio di nuvola, l’ala di un aereo
| che
ancori lo sguardo dentro l’azzurro di oggi, | smisurato | che fermi la
migrazione dei pensieri.” (Ritorno).
Unico legame con la vita, che,
nonostante tutto, perdura, è la maternità, una ferita aperta che non cessa mai
di sanguinare, seguendo i passi della propria creatura lungo l’impervio cammino
della vita: “Da una ferita sei nata, | un doppio taglio | che attraversa ventre
e cuore | e disegna con la linea della vita | un angolo acuto di dolore” (Da
una ferita); “Ti alzi come hai fatto per tante notti, | vorresti baciarlo
ancora | stringerlo | è così bello e ti guarda, | solo un po’ triste | da
quella vecchia cassettiera | tuo figlio, volato via.” (Ti alzi). È
struggente la poesia dell’affetto viscerale tra madre e figlio: “Bevi ancora il
mio latte e le mie lacrime | ma saprai di dover andare | quando sarà il momento?
| In un mattino chiazzato dell’ultima brina | ti volterai un istante a guardarmi
| spiegando grandi ali lucenti | prima di alzarti in volo verso il sole” (Saprai);
“Potesse risuonare per sempre la ninna nanna | che da lassù ti culla ancora
mentre dormi | Potessi guardarti per sempre mentre dondoli felice | sulla tua
altalena celeste, | lo sguardo spalancato sull’eterno.” (Il lampo).
Tuttavia, ormai è
tramontato il mito, restano soltanto il disincanto e la banalità di una realtà
orbata di quell’aureola iridescente di sogno e di chimera che la trasfigurava:
“È mezzanotte, e il tuo vestito bianco | si è già disfatto da tempo, | dissolti
carrozza e cavalli, la scarpetta perduta. | C’è lui sul divano ogni sera e il
suo sguardo | nel buio, come un pozzo di crudeltà muta | senza redenzione, senza
esitazioni. | Non ci sono parole, non carezze, | ma durezza di gesti, di mani e
sguardi | come un’ascia calata sulla tua illusione.” (Il rientro). Così,
non si aspira più ai voli pindarici della fantasia, non ci si cimenta in
arzigogolate acrobazie per catturare l’impossibile, ma ci si accontenta di una
flebile fiammella di speranza, che rischiari, almeno a tratti, la propria vita:
“Datemi un arcobaleno | non un vascello maestoso che attraversi il cielo,
| mi
basta per oggi lo spruzzo del tergicristallo | che fiorisca, illuminato da un
raggio sbilenco, | in un caleidoscopio di gocce leggere. | Un arcobaleno
tascabile | il sogno estivo di un viaggio arroventato | destinato a un arrivo
banale, salvato da una minuscola | iridata sorpresa.” (Arcobaleno).
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Recensione |
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