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La silloge poetica di Francesca Simonetti, con la traduzione in inglese a fronte, si distingue per un intenso lirismo immaginifico, nonché per la profondità dei contenuti. Il mistero del titolo della raccolta è svelato in questi versi: “La memoria e l’agguato | l’evento luminoso – il coraggio | dopo la paura – l’oblìo – | il canto silenzioso e stonato | come la goccia che incise | la pietra | recidendo le corde che legavano | i sogni alle stelle che brillarono | in un solo inverno, spegnendosi poi | lentamente nel guado – margine | e forza fra la vita e la morte | ora indagine postuma | per quanto è riemerso | dalla sabbia marmorizzata” (Indagine postuma). È una “speranza tenace, eterna tenzone” che sospinge l’anima dell’autrice verso le ignote rive, alla ricerca di se stessa attraverso l’intuizione bergsoniana del tempo come durata e la tenacia della speculazione della memoria proustiana. È come se si raccogliessero i relitti depositati dalla marea delle pulsioni inconsce sulla nuda sponda del silenzio.

Struggenti sono i versi dedicati “Alla Vergine di Guadalupe”, la “Virgen Morena”, cui è molto devota specialmente la gente dell’America Latina, con quel particolare folclore e quella storia avvincente con cui la Madre di Dio è apparsa al veggente Juan Diego, mostrando così la sua indicibile tenerezza verso le sue creature, chinandosi su di esse in modo da assumere lo stesso linguaggio e eguali sembianze degli indigeni: “Per me ti sei fatta corona | volto bello ed inciso nella tilma | che Ti ha eternato e mi hai trovato | nell’ora sperduta d’una sera d’estate | quando le stelle ci assillano | con mille domande – dilemmi – | perché la tua assenza | stringe la gola e ci fa fragili | come cose perdute nel vuoto | d’un guado o negli abissi marini.” Il sentimento religioso è ciò che fa tremare le più intime fibre, che rabbrividiscono di sdegno di fronte a quel sacrilegio, quella colossale menzogna che è diventato un business del “Codice da Vinci”: “Per altri trenta denari | nuovi di zecca e luccicanti | moltiplicati alla miliardesima potenza | l’umanità ti rivende – CRISTO – | sul ceppo maledetto dell’impiccato | rinascono i germogli del maligno | mentre il suo ghigno ripercorre | la terra che ottusa alimenta | la sua stessa distruzione.” (Dopo il Codice da Vinci). L’anelito al trascendente insorge con accenti appassionati anche nella lirica L’albero d’inverno: “Dov’è la strada festosa | che ci accoglieva dopo la fatica, | dov’è la parola che non assorda | e lenisce ciò che il fulmine brucia | ed il vento disperde, | dov’è la voce di Dio che sentivamo | nel silenzio della sera – | dov’è la preghiera che ci donava gioia?” Suggestivi sono scorci di panorami ove si affacciano “barlumi d’immenso”, come in questa rêverie di Novembre: “Si smarrisce nel giorno | della ricorrenza con i toni freddi | dell’alba la speranza – e quando | con l’indaco del cielo | in pieno mezzogiorno | il sangue torna a scorrere | per la vita che continua – ”.

Ciò che suscita i moti del cuore è “l’Amor che move il sole e l’altre stelle”: “l’amore  senza nome che s’impressa | nella tela del creato – la speranza | tenace | che si cela nei meandri del cuore” (La Chiesa delle Croci). La violenza del mare è simbolica di quella che imperversa nella storia umana, nel suo vortice terrificante: “l’estate feroce | come sa essere la morte | quando torna dal silenzio | delle terre lontane dove il mare | si fa caldo e tetro perché la storia | in esso si rispecchia, amara – | ora le onde si propagano | con mormorio inconsueto: | alle porte dell’inverno muggiscono | contro il vento e contro il cielo.” Le prospettive rosee che appartengono alla gaudiosa Eternità sono sempre insidiate dalla contingenza meschina del male, “le ombre del quotidiano” “come serpi striscianti” (Le ombre del quotidiano): “D’indaco si colora | il mio tramonto | ora che la tua voce mi giunge | oltre la sera e di tenue | pensiero si ricoprono | pure gli staffili del tempo | (…) il futuro si salda e si spaura | l’agguato che la vita tende.” L’estasi creativa non annulla comunque la cognizione profonda del dolore, di quel “pianto che sale dagli abissi” (In esubero eventuale). Significativi sono gli “haiku per caso” che nella loro concisione manifestano una notevole efficacia espressiva: “Con tenace filo | la tua preziosa vita | ho riannodato”; “Al tuo braccio | mi sono riappoggiato | geloso ne fu il fato”; “Nella notte pure alla luna | nascondiamo | il freddo dei diseredati.” Immagini icastiche spiccano in questi versi: “il mare ci assorda – | forse dovremmo | ritornare là dove le valli | si fanno fonde | e sono le spighe di luglio | a mimare le onde” (Mimesi); “eppure le ombre si schiarano | e lucenti riappaiono i raggi | che ci trapassano | come staffili d’oro” (La fata maligna).

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