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Il Cantico dei Cantici, il più intenso inno all’amore

Il Cantico dei Cantici è l’inno all’amore che raggiunge il più intenso lirismo, che ha del divino. L’incipit è un ardente sfogo della sposa: “Mi baci con i baci della sua bocca!” (1,1). Ella sembra attirata, dietro una scia di profumi (“profumo olezzante è il tuo nome” 1,3), da un desiderio irresistibile che l’induce ad accorrere nelle stanze del suo diletto: “M’introduca il re nelle sue stanze” (1,4). Il re corrisponde all’amato secondo i canti matrimoniali siriaci. Tutto il Cantico è pervaso da un senso di intima delizia: “Dolcezza è il suo palato; | egli è tutto delizie!” (5,16).

“Bruna sono ma bella” (1,5): bruno è il colorito delle donne che lavorano nei campi, contrapposto al pallore delle donne nobili, ma nonostante ciò la sposa assicura di avere un aspetto gradevole. “La mia vigna, la mia, non l’ho custodita” (1,6): ella ha già donato il suo cuore all’amato che ricerca affannosamente (“Dimmi, o amore dell’anima mia, | dove vai a pascolare il gregge, | dove lo fai riposare al meriggio, | perché io non sia come vagabonda | dietro i greggi dei tuoi compagni.”) (1,7). Il tema della separazione e della ricerca è tipico della letteratura amorosa. Si delinea il quadro di un idillio pastorale: “segui le orme del gregge | e mena a pascolare le tue caprette | presso le dimore dei pastori.” (1,8). “Alla cavalla del cocchio del faraone io ti assomiglio” (1,9): paragone che potrebbe sembrare eccentrico, ma è un’immagine caratteristica dei poeti arabi e di Teocrito. Alla donna vengono rivolti, infatti, attributi regali.

Quindi i due innamorati iniziano a gareggiare nella reciproca profusione di lodi. “Il mio diletto è per me un sacchetto di mirra, | riposa sul mio petto” (1,13): questo riposare sul petto come in un tenero nido esprime tutta la felicità della confidenza nuziale. “Il mio diletto è per me un grappolo di cipro | nelle vigne di Engaddi” (1,24): quest’ultima, detta anche “Fonte del Capretto”, sulla riva ovest del Mar Morto, è un’oasi fertile in cui crescevano il balsamo e la palma. Lo sposo rappresenta dunque per l’amata tutto il rigoglio e la prosperità dell’essere che in lui trova la sua pienezza. Prosegue poi il duetto con coppie a contrasto: “Come sei bella, amica mia, come sei bella! | I tuoi occhi sono colombe”(1,15), sono le iridi screziate tipiche degli innamorati, così gioconde e maliose da sembrare avere le ali. “Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso!” (1,16): di rimando la sposa ricalca le lodi al suo amato, in una tenerezza affettuosa. La loro alcova amorosa è feconda, come indicano le aggettivazioni che richiamano, ancora una volta, il mondo naturale (“Anche il nostro letto è verdeggiante” 1,16) e le metafore: “Le travi della nostra casa sono i cedri, | nostro soffitto sono i cipressi.” (1,17). Tutto intorno ad essi fiorisce miracolosamente nell’incantesimo amoroso. Essi stessi si fondono con la natura, diventano un tutt’uno, in una sorta di osmosi panica, con l’universo: “Io sono un narciso di Saron, | un giglio delle valli.” (2,1). “Come un giglio fra i cardi, | così la mia amata tra le fanciulle” (2,2): il candore della sua bellezza sopravanza tutte le altre che a confronto di lei perdono ogni grazia. La sposa così descrive il suo amato: “Come un melo tra gli alberi del bosco, | il mio diletto tra i giovani” (2,3) a designarlo come una pianta fruttuosa, che dà dolcezza: “e dolce è il suo frutto al mio palato” (2,3). “Mi ha introdotto nella cella del vino” (2,4): il riferimento alla festa nuziale è chiaro. Su tutto trionfa Amore, che drizza il suo stendardo vittorioso: “e il suo vessillo su di me è amore.” (2,4). La donna sente prossimo il deliquio, talmente consumata dall’amore (“perché io sono malata d’amore”, 2,5), tanto che chiede di essere rifocillata “con focacce d’uva passa” e “pomi” (2,5). Quindi si prolunga la felicità nuziale: “La sua sinistra è sotto il mio capo | e la sua destra mi abbraccia”, a simboleggiare la pienezza dell’unione (“E i due saranno una sola carne” Gn 1,24). Questa beatitudine paradisiaca si desidera che non conosca interruzione: “Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, | per le gazzelle o per le cerve dei campi: | non destate, non scuotete dal sonno l’amata, | finché essa non lo voglia.” (2,7). Secondo un’interpretazione çeba’ôt (= “gazzelle”) e ‘ ajjalôt (= “cerve”) sarebbe un crittogramma per ‘ Elohê çebaôt (= “Il Dio d’Israele”), di cui non si voleva pronunciare il nome in questi canti profani.

“Una voce! Il mio diletto!” (2,8): nel secondo poema il sobbalzo è proprio di un’annunciazione con cui ci si leva trepidanti ad un imperioso richiamo amoroso. Lo sposo che viene all’amata si connota di un’agilità per cui ben può valere l’adagio che “l’amore mette le ali”; egli è pervaso dalla foga amorosa, come si può arguire dall’esuberanza delle immagini: “Eccolo, viene | saltando per i monti, | balzando per le colline.” (2,8). Sembra essere sospinto da una forza superiore a proclamare una lieta novella: “Come sono belli sui monti | i piedi del messaggero di lieti annunzi” (Is 52,7). Subentra la metafora tratta dal mondo faunistico, in questo caso: “Somiglia il mio diletto a un capriolo | o ad un cerbiatto.” (2,9). Sono animali graziosi, snelli ed eleganti che connotano la leggiadria dell’amato. Quest’ultimo invita la donna che vede chiusa in casa (“guarda dalla finestra, | spia attraverso le inferriate” 2,9) ad uscire e a partecipare alla festa di luci e colori, al tripudio universale della primavera, ove tutto fiorisce in un’oasi di meraviglia. Ci si lascia alle spalle il buio e le intemperie dell’inverno e si vedono sbocciare le primizie della natura, mentre tutt’intorno risuona l’inno di lode unanime della creazione e in particolare degli ambasciatori celesti: “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! | Perché, ecco, l’inverno è passato, | è cessata la pioggia, se n’è andata; | i fiori sono apparsi nei campi, | il tempo del canto è tornato | e la voce della tortora ancora si fa sentire | nella nostra campagna. | Il fico ha messo fuori i primi frutti | e le viti fiorite spandono fragranza.” (2,11-13). Si rivolge quindi all’amata con tutto il trasporto amoroso che l’induce a celebrare le sue bellezze: “O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, | mostrami il tuo viso, | fammi sentire la tua voce, | perché la tua voce è soave, | il tuo viso è leggiadro.” (2,14). Si esprime il desiderio di contemplare il suo viso, di ascoltare la melodia della sua voce. C’è poi un’inserzione: “prendeteci le volpi, | le volpi piccoline” (2,15), l’appello a sgombrare tutti gli ostacoli che infestano, (“guastano le vigne”) del rigoglio amoroso appena in boccio. Viene proclamata quindi la reciproca appartenenza: “Il mio diletto è per me e io per lui” (2,16). La donna invita poi lo sposo a tornare prima della sera, prima che si allunghino le ombre funeste. Allora comincia la sua ricerca affannosa, sfidando le insidie della notte: “Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato | l’amato del mio cuore; | l’ho cercato, ma non l’ho trovato.” (3,1). Il suo interrogativo struggente commuove perfino l’inflessibilità delle guardie: “Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda: «Avete visto l’amato del mio cuore?»” (3,3). L’amore appare come un continuo perdersi e ritrovarsi, in cui la gioia dell’abbraccio è direttamente proporzionale alla sofferenza patita per il distacco: “Da poco le avevo oltrepassate, | quando trovai l’amato del mio cuore. | Lo strinsi fortemente e non lo lascerò | finché non l’abbia condotto in casa di mia madre, | nella stanza della mia genitrice.” (3,4).

Nel terzo poema si descrive un corteo regale in cui si erge la magnificenza dell’amore attraverso “la lettiga di Salomone” che avanza. A seguire il corteo le figlie di Sion che con la loro leggiadria costituiscono una suggestiva cornice alla festa nuziale. Il proprio amato nell’idealizzazione della sposa corrisponde nientemeno ad un re, un Salomone in tutto il suo splendore.

La teoria di lussureggianti immagini che segue tradisce l’impazienza dell’eloquio amoroso, come se si affollassero frotte di parole incapaci di tradurre in un linguaggio intelligibile tutta la trepidazione e il miracolo dell’Amore. Nell’enumerare le notevoli grazie femminili è una copiosa profusione di lodi che, in un procedimento di accumulazione, traggono dal mondo minerale, animale e vegetale i più spiccati pregi atti a suggerirne l’ineffabile bellezza: “Le tue chiome sono un gregge di capre, | che scendono dalle pendici del Gàlaad. | I tuoi denti come un gregge di pecore tosate, | che risalgono dal bagno” (4,1-2); “Come un nastro di porpora le tue labbra” (4,3); “Come la torre di Davide il tuo collo” (4,4); “I tuoi seni sono come due cerbiatti, | gemelli di una gazzella, | che pascolano tra i gigli.” (4,5). Possono sembrare anche bizzarri e sproporzionati gli accostamenti, ma è proprio dell’amore enfatizzare e sproloquiare, come quando si è sospinti da un desiderio febbrile e irresistibile. Ne risulta una composizione alquanto eterogenea - un po’ sulla falsariga del quadro di Arcimboldo “Ritratto di Rodolfo II come Vertumno” (1589), che identifica le fattezze imperiali in una ingegnosa costruzione di fiori e frutti, con un’allusione a Vertumno, dio dell’abbondanza - che pure ha l’efficacia icastica di suggerire la plasticità dell’icona muliebre. La donna amata è l’immagine dominante che scatena la fantasia di chi l’ammira, in una sorta di panicità per cui assorbe tutti gli elementi in se stessa. Sembra assembrare tutte le delizie, tutti i cibi succulenti: “spicchio di melagrana la tua gota” (4,3); è così bella che te la mangeresti, laddove, come insegna l’Eucarestia, il rapporto più diretto di possesso è proprio il nutrimento. Così lo sposo si pasce del corpo della donna che si dona a lei, in una reciproca oblazione avvolta nel mistero della sacralità nuziale. L’uomo è incantato dalle grazie della sua amata, soprattutto attraverso il veicolo più immediato dei sentimenti che sono gli occhi: “Tu mi hai rapito il cuore, | sorella mia, sposa, | tu mi hai rapito il cuore | con un solo tuo sguardo, | con una perla sola della tua collana!” (4,9). Ella è ricettacolo di ogni beatitudine, di lei si bramano le effusioni amorose, leitmotiv presente anche nelle poesie egiziane e arabe: “Quanto sono soavi le tue carezze, | sorella mia, sposa, | quanto più deliziose del vino le tue carezze. | L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.” (4,10). “Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa, | c’è miele e latte sotto la tua lingua” (4,11): c’è proprio il senso della foemina come Madre Terra che nutre e delizia e infonde la dolcezza della vita. Da notare che la “Terra Promessa” in cui Jahvé condurrà gli Israeliti attraverso molteplici peripezie e prodigi “stilla latte e miele”. La sposa è allora una sorta di Terra Promessa, gravida di primizie e di opulente risorse, che attira con le sue aspettative di fecondità e prosperità l’amato, il quale in essa potrà trovare ogni bene e il godimento pieno della felicità. Il corpo della donna, infatti, come scrive Leon Bloy in “La donna povera”, è il Paradiso per l’uomo: questo il senso profondo di tale eloquio che potrebbe sembrare spropositato, ma che segue il ritmo impazzito del cuore che si affaccia trepidante alla contemplazione del proprio amore. “Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, | giardino chiuso, fontana sigillata” (4,12): in questa espressione molti mistici (in particolare, S.Giovanni della Croce, autore di un dettagliato commento al Cantico dei Cantici in chiave spirituale) hanno identificato la prefigurazione della Vergine Maria, hortus conclusus, confermata anche dai versetti precedenti “Tutta bella tu sei, amica mia, | in te nessuna macchia” (4,7) e i consacrati vi hanno rispecchiato la loro sponsalità celeste. Vi traluce il profondo rispetto per questa sposa che non si esita a definire “sorella mia”, a designare un affetto viscerale e casto, ella che “è carne dalla mia carne | e osso dalle mie ossa” (Gn 2,23), guardando alla sacralità della sua persona con profondo pudore, nella consapevolezza di matrice paolina che “il corpo è tempio dello Spirito Santo.” (1Cor 6,19). “Fontana sigillata”: il sigillo è segno di qualcosa di molto prezioso custodito con premura, come un fiore meraviglioso nel giardino di Dio, una creatura su cui veglia l’Altissimo stesso che nel Suo disegno ha stabilito che a quel singolo individuo “è stata destinata fin dall’Eternità” (Tb 6,18), come è scritto nella meravigliosa storia di Sara e Tobia.

L’idea della vita che sgorga dal seno della donna è in questi versetti: “Fontana che irrora i giardini, | pozzo d’acque vive | e ruscelli sgorganti dal Libano” (4,15), come un terreno fertile che con la sua ubertosità irradia benedizione tutt’intorno. Il Libano ricorre spesso (“Vieni con me dal Libano, o sposa, | con me dal Libano, vieni!”) (4,8) come metafora di una terra prospera, in cui abbonda ogni ben di Dio, proprio quale si annuncia la sposa.

Il giardino in cui soffia lo zefiro (“aquilone” e “austro”) dello spirito amoroso è il Paradiso, termine che non a caso deriva dal vocabolo persiano pardes (= parco) a designare un luogo ameno, la condizione edenica della felice comunione sponsale, il regno dell’Amore. È la Terra Promessa, con “i suoi aromi” e “i frutti squisiti”, dove dimorano l’abbondanza e la pienezza del godimento: “mangio il mio favo e il mio miele, | bevo il mio vino e il mio latte.” (5,1).

Nel quarto poema struggente è la trepidazione della sposa che lungo la notte sente bussare il suo diletto: “Io dormo, ma il mio cuore veglia. | Un rumore! È il mio diletto che bussa” (5,2). Segue quindi l’affanno dell’amata che, sorpresa nel sonno, protesta di essere nuda e scalza, come a connotare una condizione di indifesa fragilità e ad indicare che, non indossando la veste nuziale, non è ancora pronta per accoglierlo: “Mi sono tolta la veste: | come indossarla ancora? | Mi sono lavata i piedi; | come ancora sporcarli?” (5,3). Ma, non resistendo oltre al richiamo imperioso dell’uomo dettato dall’impazienza amorosa, si decide ad aprire tremando di emozione e di tenerezza: “Mi sono alzata per aprire al mio diletto | e le mie mani stillavano mirra, | fluiva mirra dalle mie dita | sulla maniglia del chiavistello.” (5,5). Tuttavia, l’esitazione l’ha tradita e così non trova più l’amato; allora inizia la quête struggente della donna che lungo la notte lo cerca, tesa a recuperare la preziosa occasione perduta: “Io venni meno, per la sua scomparsa. | L’ho cercato, ma non l’ho trovato, | l’ho chiamato, ma non m’ha risposto.” (5,6). Intraprende dunque un’ardua ricerca che la conduce ad attraversare le buie strade cariche di insidie notturne: “Mi han trovata le guardie che perlustrano la città; | mi han percossa, mi hanno ferita, | mi hanno tolta il mantello | le guardie delle mura.” (5,7). La dichiarazione della propria passione è senza veli, “perché la bocca parla dalla pienezza del cuore” (Lc 6,45), trabocca dall’anima e quindi prorompe in un disarmante e accorato grido del proprio sentimento: “Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, | se trovate il mio diletto, | che cosa gli racconterete? | Che sono malata d’amore!” (5,8). Ella non si arrende e chiede a chiunque incontri sul suo passaggio del suo diletto. Ciò suscita la curiosità del coro, il quale nella tradizione teatrale ha la funzione di essere interlocutore del personaggio, di commentarne le vicissitudini e che in questo caso interroga la fanciulla sulle prerogative dell’amato: “Che ha il tuo diletto di diverso da un altro, | o tu, la più bella fra le donne? | Che ha il tuo diletto di diverso da un altro, | perché così ci scongiuri?” (5,9). Ciò diventa pretesto alla donna per profondersi in un elogio enfatico delle doti e dell’indicibile bellezza dell’amato. Si susseguono coppie di aggettivazioni a contrasto: “Il mio diletto è bianco e vermiglio”, “il suo capo è oro, oro puro, | i suoi riccioli grappoli di palma, | neri come il corvo.” (5,10-11). È come se lo sposo adunasse in sé, in una sorta di panismo cosmico, tutti i pregi della materia in qualsiasi forma, anche di natura opposta, a significare che in lui si possiede tutto, che il simulacro del proprio amore è l’appagamento dell’insaziabile ansia affettiva che freme nell’intimo. Seguono immagini che designano la purezza, il candore, la freschezza dell’amato: “i suoi occhi, come colombe | su ruscelli d’acqua; | i suoi denti bagnati nel latte, | posti in un castone. | Le sue guance come aiuole di balsamo, | aiuole di erbe profumate; | le sue labbra sono gigli, | che stillano fluida mirra.” (5,12-13). La mirra rende il senso del sacro misto al dolore dell’immolazione - essendo uno dei doni recati dai Re Magi a Gesù bambino - ciò che conferisce all’oblatività dello sposo una valenza eucaristica. Poi la descrizione indugia sull’impreziosirsi della figura dell’amato, cosparso d’oro e di gemme rare: “Le sue mani sono anelli d’oro, | incastonati di gemme di Tarsis. | Il suo petto è tutto d’avorio, | tempestato di zaffiri. | Le sue gambe, colonne di alabastro, | posate su basi d’oro puro.” (5,14-15). Il mondo minerale è così chiamato a testimone di una suprema bellezza che rende onore all’intera creazione. Molto simile nell’Apocalisse è il ritratto della Gerusalemme celeste “pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (Ap 21,2), in cui la profusione di raffinate materie riflette tutto il suo splendore, laddove il tema della sponsalità è la metafora più ricorrente con cui il Padre esprime il culmine dello slancio amoroso verso la Sua Chiesa: “Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffiro, il terzo di calcedonio, il quarto di smeraldo, il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisolito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista.” (Ap 21, 18-20). Ci si avvale poi di un’immagine cara alla Bibbia nel designare la statura, la fierezza, lo splendore di una persona: il cedro che è per antonomasia, per la sua possanza ed eleganza, l’albero del rigoglio e della prosperità (“Il suo aspetto è quello del Libano, | magnifico come i cedri”) (5,15). Infine, non poteva mancare un rimando al mondo sensoriale, alimentare, a ribadire che lo sposo è qualcosa di vitale e insieme soave, fragrante: “dolcezza è il suo palato; egli è tutto delizie” (5,16). Gli innamorati sono immersi in una cornice bucolica che rende l’atmosfera idilliaca e suggestiva: “Il mio diletto era sceso nel suo giardino | fra le aiuole del balsamo | a pascolare il gregge nei giardini e a cogliere gigli.” (6,2). Nella reciproca appartenenza si realizza la propria pienezza, come nel mito platonico delle due metà di quell’essere ermafrodito che, divise per castigo degli dèi, bramano la riunificazione, per mezzo della quale si conquista l’integrità della propria persona: “Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me.” (6,3). Nel quinto poema compare un nuovo elogio della donna, che è paragonata allo splendore di città come Tirza (prima capitale del regno del nord, il cui nome significa “gradevole, piacevole”) e Gerusalemme (“è la tutta bella, la gioia dell’universo”, Lam 2,15). Ella è “terribile come schiere a vessilli spiegati” per la sua imponenza e la solennità del suo incedere. Il suo sguardo incanta lo sposo di segrete malìe: “Distogli da me i tuoi occhi: il loro sguardo mi turba.” (6,5). Quindi vi è una reiterazione delle metafore per la descrizione dell’amata già illustrate nel terzo poema. La propria sposa appare superiore ad un intero harem regale: “Sessanta sono le regine, | ottanta le altre spose, | le fanciulle senza numero. | Ma unica è la mia colomba, la mia perfetta, | ella è l’unica di sua madre, | la preferita della sua genitrice.” (6,9). Ella rifulge in tutto il suo splendore: “Chi è costei che sorge come l’aurora, | bella come la luna, fulgida come il sole” (6,10). Si profila poi la figura della “Sullammita”, termine che forse è una forma femminile derivata dal nome Salomone, “colei che appartiene a Salomone”, che si esibisce nella “danza a due schiere”, una tipica movenza orientale. Segue una descrizione della donna ancora più appassionata e sensuale, che si sofferma sulle grazie muliebri più segrete e conturbanti: “Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, opera di mani d’artista” (7,2); vi si vagheggia tutta l’armonia con cui è modellata la protagonista femminile. “Il tuo ombelico è una coppa rotonda | che non manca mai di vino drogato” (7,3): vi è tutto il senso dell’ebbrezza voluttuosa con cui il fascino della sposa stordisce l’amato. “Il tuo ventre è un mucchio di grano, | circondato da gigli. | I tuoi seni come due cerbiatti, | gemelli di gazzella. | Il tuo collo come torre d’avorio; | i tuoi occhi sono come i laghetti di Chesbòn, | presso la porta di Bat-Rabbìm; | il tuo naso come la torre del Libano | che fa la guardia verso Damasco. | Il Tuo capo si erge su di te come il Carmelo | e la chioma del tuo capo è come la porpora; | un re è stato preso dalle tue trecce. | […] La tua statura rassomiglia a una palma | e i tuoi seni ai grappoli.” (7,3-8): prosegue la serie dei paragoni spropositati e bizzarri che traggono ispirazione dal mondo animale, minerale e vegetale, nonché da località geografiche dense di pregnanza simbolica a designare in maniera iperbolica tutta la meraviglia e la prosperità. Viene espresso quindi l’ardente anelito verso l’amata, paradiso di delizie: “Ho detto: «Salirò sulla palma, | coglierò i grappoli di datteri; | mi siano i tuoi seni come grappoli d’uva | e il profumo del tuo respiro come di pomi».” (7,9). È un inno gaudioso alle bellezze della sposa che prorompe in questa intenerita esclamazione: “Quanto sei bella e quanto sei graziosa, | o amore, figlia di delizie!” (7,7). Di rimando la donna ricambia la cortesia, sfoggiando anch’ella degli encomi legati alla fisicità, al “sapore” del suo amore: “Il tuo palato è come vino squisito, | che scorre dritto verso il mio diletto | e fluisce sulle labbra e sui denti!” (7,10). Di nuovo si sottolinea la reciproca appartenenza: “Io sono per il mio diletto | e la sua brama è verso di me.” (7,11). Quindi è un invito corale a partecipare del tripudio universale della natura, questa volta rivolto dalla sposa, nello stupore del sorriso virgineo della primavera: “Vieni, mio diletto, andiamo nei campi, | passiamo la notte nei villaggi. | Di buon mattino andremo alle vigne, | vedremo se mette gemme la vite, | se sbocciano i fiori, | se fioriscono i melograni: | là ti darò le mie carezze!” (7,12-13). In questa cornice agreste, in cui regnano la serenità e la spontaneità dei sentimenti, la tenerezza femminile è espressione della salubrità di un amore che è reciproco desiderio e ammirazione. Ella riserva per il suo diletto tutte le primizie: “Alle nostre porte c’è ogni specie di frutti squisiti, | freschi e secchi; | mio diletto, li ho serbati per te.” (7,14). Poi la sposa manifesta l’anelito di un legame fraterno, viscerale, con l’uomo che ella ama, in modo da poterne godere legittimamente della vicinanza, come sangue del proprio sangue: “Oh se tu fossi un mio fratello, | allattato al seno di mia madre! | Trovandoti fuori ti potrei baciare | e nessuno potrebbe disprezzarmi.” (8,1). Ma questo impulso innocente non esclude la vena erotica che pervade i versetti seguenti: “Ti condurrei, ti introdurrei nella casa di mia madre, | m’insegneresti l’arte dell’amore. | Ti farei bere vino aromatico, | dal succo del mio melograno.” Tale è infatti l’irrazionalità della passione amorosa che segue una logica tutta sua, solo apparentemente incoerente, poiché in questa prospettiva la carnalità non è altro che il frutto spontaneo di un tenero calore che non è per niente assurdo definire ‘fraterno.’ Un altro richiamo ai legami affettivi più solidi, come ad un voler risalire alle radici dell’essere dell’amata - con cui ora, finalmente ricongiunto, lo sposo cammina a fianco -, a ciò che è di più intimo, come il suo concepimento, è presente anche nei versetti iniziali dell’epilogo: “Chi è colei che sale dal deserto, | appoggiata al suo diletto? | Sotto il melo ti ho svegliata; | là, dove ti concepì tua madre, | là, dove la tua genitrice ti partorì.” (8,5).

L’epitalamio finale della sposa funge proprio da sigillo, cioè segno di un patto santo, di un’alleanza sacra ed eterna: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, | come sigillo sul tuo braccio;” (8,6). Il sigillo, sostituto della persona e segno della sua autorità, si portava appeso al collo, posato sul petto (qui “cuore”) o infilato in un dito della mano (qui, in un senso estensivo, “braccio”). In questi versi si realizza il culmine del lirismo della comunione sponsale, è un vero e proprio inno alla sacralità e alla tenacia dell’alleanza indissolubile dell’amore che “le grandi acque non possono spegnere”, “né i fiumi travolgerlo.” (8,7). Amore e morte è un binomio consacrato dalla letteratura che proprio in queste parole esprime la paradossale contiguità di due estremi: “forte come la morte è l’amore”. L’amore ha la stessa forza della morte che è violenta, irreversibile e, soprattutto, inesorabile: nulla la può arrestare. “Tenace come gli inferi”: l’amore è una realtà definitiva, imperitura, che non conosce limiti, proprio come lo “sheol”, il regno dell’aldilà. Infine, si proclama il valore inestimabile e ineguagliabile del patto sacro dell’unione nuziale: “Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa | in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio.”

Ben a ragione dunque si può considerare il “Cantico dei Cantici” come l’espressione più autentica e ardente di quel supremo sentimento, cantato da tutti i poeti di ogni tempo, che è il motore dell’universo: ”L’Amor che move il sole e l’altre stelle.”

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