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Il coraggio di cantare ancora contiene delle perle, “Le schegge d’oro”, come s’intitola la collana appunto, in cui la poetessa Francesca Simonetti, come ha dimostrato in altre raccolte, fa valere il suo talento di scrittrice. Queste poesie, infatti, hanno meritato riconoscimenti di premi: pur nella raccolta esigua, così, si può apprezzare la notevole capacità espressiva dell’autrice, distinguendosi per l’efficacia icastica delle immagini e delle meditazioni intense.

Di forte impatto, in una rivisitazione della poesia di Quasimodo “Alle fronde dei salici”, è la lirica, che dà il titolo al libretto, dedicata all’11 settembre 2001, come appare dalla copertina, in cui si aprì lo scenario terrificante del terrorismo: “A nulla sarebbe valso | appendere la cetra | sulle ossa sepolte ed innocenti | che pregano vendetta | o invocano perdono | con lo sguardo ormai eterno | per le umane cose | dissoltesi nel cielo | fattosi piombo.”

Lo scandalo di Cristo crocefisso urla ancora da ogni patibolo appeso al mondo, lo scempio di chi rinnega la verità e la giustizia e preferisce un criminale all’Innocente: “Dopo duemila anni | qualcuno s’inquieta | per la tua scarna effigie | d’uomo messo in croce. | E dire che non fu Tuo Padre | a crocifiggerti” (Dopo duemila anni).

Significativo è questo appello, l’invito a guardare in alto e oltre, verso il sogno e l’ideale: “Guarda oltre il guado, | uomo. | È questa la tua sorte | lasciare fuoco spento, | per te neppure una scintilla | a riscaldarti, | e pur varcandolo | il confine aspro | porti con te le spine dei roseti | e qualche ramo spezzato.” (Guarda oltre il guado). Sono poesie dense di riferimenti alla tradizione letteraria antica, come quella che risale a Mimnermo: “I dolci versi di Mimnermo, | canti saffici ed ibicee assonanze | d’amorose parole | non vuole più ascoltare il cuore, | tanto il bene e il male | non aspettano giorni di certezze | o di vane follie | per avvolgermi di nebbia rosa, | sole che si scherma fra le nubi | quando l’oceano amato | si mostra all’orizzonte | torbido, minaccioso, | allora è necessario | in ogni stagione della vita | uno scudo per arginare le intemperie” (I dolci versi di Mimnermo). O sono anche allusioni al filone letterario contemporaneo, come lo spunto ispirato ai limoni di Montale: “Qui coi limoni | si vive e si muore, | sono cibo e medicina | e i suoi germogli s’intrecciano | con zagara d’arancio | e si fanno ricchezza | ai margini d’ogni umana cosa, | all’ombra d’antichi templi | o di castelli diroccati…” (I tuoi limoni, Eugenio). Interessante è questa intuizione: “luogo di ritrovo per la madre | spogliata pure della giovinezza | e alla ricerca di un approdo | e dell’uomo improbabile che l’ami | con tutta la sua prole.” Sono quindi rivisitazioni personali di eventi o di citazioni attraverso il filtro del topos. Un poeta, così come il santo, conosce bene la natura umana, come dimostra in questi versi ancora densi di rievocazioni legate all’illustre Montale. “E poi, con notturne preghiere | ricostruiamo speranze | e ci perdiamo in versi, | non vane sculture di parole | ma cemento d’idee | per costruire nuovi giorni | in compagnia di poeti | ormai quasi tutti laureati | e di critici più o meno insigni | pronti a dettare leggi | sulle sillabe da allineare | e sui concetti astratti | da cui dover fuggire: | è da preferire il privato o il sociale | l’amore istintivo o il razionale?” (Canzone inquieta). In particolare, questa espressione è profonda: “Poi si scopre che il male | non è scritto nelle stelle | ma è nascosto nel cuore umano indifferente | e nei sette vizi capitali, | noema | che sempre | si ripropone | inquieto.” Una dichiarazione di poetica è contenuta in questa lirica che esalta la purezza e la sacralità inviolata dell’intimità, unica dimensione della vera poesia: “Tu non scegli | di scendere dalle parnasee vette | nelle piazze di chiasso | o su scenari improvvisati | abbagliati da falsa luce | o d’effimera gloria. | Ami il silenzio, | e discrete platee. | Solo così lembi di cielo | appaiono limpidi | pur nelle radure arse | ed ogni forma  del Creato | si colora con i suoi giusti toni, | mentre gli antichi siti | ti raccolgono fra le guglie di gloria | costruendo città di vetro | con cattedrali di sillabe, | le sole eterne | nell’ultima concessione, | il verso amato.” (Nascosta poesia). Una poesia dedicata ad un altro mostro sacro, Mario Luzi, fa trapelare tutta la statura gigantesca del compianto scrittore: “Rovistando fra i versi | dei nostri grandi | incontro il tuo sorriso | appena sornione, | a lato la tua vita | col tuo scavare lento, | inesorabile scalpello nella terra | e nelle viscere dell’uomo. | Accetto alle platee | solo se in veste | di buffone indottrinato: | “sono acqua e terra | ancora non divisa | melma… | quasi li scusi…” (Leggendo Luzi). Struggente, come lo è ogni intimo colloquio, questa invocazione rivolta al Padre: “Mi hai amato, | Signore Dio, | fin da quando | non ti conoscevo, | per me doni | hai preparato | preziosi più dell’oro: | ho sentito | la Tua presenza costante | nel buio della notte | o mentre scalavo | una montagna all’alba | e nel guado del male,” (Canto di gioia). L’amore di Dio è un inno di gioia che esplode nel cuore: “Tu soltanto, Signore, sai | di quale polvere e acqua | siamo composti, | e come amiamo la terra | che pure calpestiamo, | prediligendo le piccole cose | e gli altri quando sono attenti, generosi, | e come guardo i miei figli, | dimentico che sono tuoi” (Tu soltanto).

Sapiente è questo quadretto di “donne di sera”, in cui si delineano le materne apprensioni: “Non sono quiete | le sere delle donne | come sogliono essere | quelle dei poeti. | Non conoscono il riposo | con la tregua d’essere consunte | da pensieri | che come vortici | stritolano le ore che s’addensano | nell’opaca penombra dei tramonti.” Ugualmente di forte espressività è questa visione de Le donne del Mediterraneo: “Hanno cuore di granitica roccia | le donne del Mediterraneo, | e nascondono nel canto di conchiglia | le ferite dei gabbiani stanchi | che si avvinghiano alle ultime fortezze, | mentre sognano le possenti ali | della giovinezza… | Incedono altere con la superba grazia | delle antiche regine | le donne del Mediterraneo: | dee della pace ed Erinni.”

Di notevole intelligenza è questa considerazione sul tempo che incalza inesorabilmente: “Rivedendo volti del passato | gli anni che non abbiamo contato | li ritroviamo di cemento | come pareti divisorie | tra il prima e il poi | tra l’avere riso e pianto; | ora che li contiamo, | come gli avari contano il denaro | vorremmo averne tanti | per conservarli e viverli in segreto.”

È ancora un omaggio al Signore l’ultima poesia che suggella la raccolta: “Solo d’un uomo | che passò sulle rive del Giordano | chiudo nel cuore le parole immense | trovando in esse | le radici dell’umana essenza” (E noi). Egli si profila come l’unico, vero Uomo-Dio degno di essere ascoltato: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna.” (Gv 6,68).

Recensione
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