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Il sogno e la sua infinitezza

Del sogno questa silloge poetica ha tutto il fascino malioso e l’aura trasfiguratrice, mentre il respiro d’infinito permea i versi come una fresca corrente cavalca i cieli. È la sacralità di un imperscrutabile mistero che aleggia sul caos informe del proprio destino e gli dà un senso compiuto, come è scritto ad epigrafe del testo: “La Poesia è nel destino. | Sinapsi ascensionale che sublima. | (Come a un cielo l’ala), | dagli abissi del male, spicca il volo | e il mondo viene avvolto | di assoluto.” Si è come in un’atmosfera sospesa, tra la visione onirica e la tediosa consapevolezza del limite, di quei “cocci aguzzi di bottiglia” in cima alla “muraglia”, direbbe Montale, che impediscono di sporgersi e di affacciarsi verso l’espansione di nuovi orizzonti. Tuttavia, per Leopardi la siepe “che da tanta parte | dell’ultimo orizzonte il guardo esclude” è trampolino di lancio per tuffarsi nell’infinito; così per l’autrice, il senso ineluttabile della finitezza la sospinge nella dimensione alternativa del sogno e della sua infinitezza: “Non che io conosca la geometria dell’aria | il volo del coleottero sul ramo, | dentro la morte dell’estate è il suo flagello, | la linea di demarcazione, la palude stigea | la foglia che marcisce e alimenta la notte | incombente, senza volto e nome. | Una luce, la nostra, che ha il debito dell’usura, |l’orizzonte sempre lontano.” È proprio l’ignoto, infatti, il punto di partenza per l’avventura della conoscenza (“fatti non fummo a viver come bruti”): “Rinascere poi è come tentare | quel poco che non conosciamo, la verità | è sentiero inesplorato, sasso duro a spezzarsi, | eppure è chiaro il giorno, c’è tanta luce intorno.”

L’esistere dell’uomo non è che un vagare inquieto, proiettando verso altri lidi, altri cieli, verso un altrove di utopia le proprie aspirazioni frustrate, mentre la morte, “una lingua muta | che sbianca carne e sangue, | fin dove scorre il soffio della linfa, | a sciame cattura il brusio tenace della vita”, fatalmente incombe come una spada di Damocle: “Possediamo una sola geometria di sguardi, | un germogliare labile di cieli, | che incrocia flussi migratori, | ancora col fiato sul becco, | quando la morte li attende al varco sulla rupe, | dove il viaggio si fa memoria d’aria, | sorriso di radici inquieto, | alghe e rocce che portano in mare aperto.” Si soffre di questa astenia di trascendente, così inaccessibile da poterlo anche solamente agognare, mentre ti assedia e ti stringe come una morsa fatale il cerchio delle cose finite, che tarpa le ali e soffoca il respiro: “E non è che io cerchi l’altra metà del cielo, | un ritorno d’erba dell’età primeva, | Il mio sogno ha sassi duri e licheni | sfrangiati dal troppo rinascere | fiore e radice. Ora è seccume di ramo”; “A tratti, ci restituisce l’innocenza, l’amore, | mentre calziamo l’ipotesi del volo, | ma non abbiamo ali che | ci spingano | in mare aperto, lì dove si compie | il miracolo di luce, lo spoglio della vita | che ti respira e ti perde, come il sole d’inverno…”.

La vita appare troppo prosaica e angusta per poterci slanciare oltre il suo “volo breve | di una rondine di mare”: “La vita che viene, dici, non è scritta | per darci la facoltà della meraviglia, | la fioritura fuori stagione, l’anelito |dell’aquila alla rupe.” È segnata inevitabilmente dal dolore, che scava trincee, lungo il corso degli anni cinge di spine, ferisce e divora a poco a poco: “Ci pensano gli anni a puntellare | l’agguato delle ali, la liturgia | che imporpora il sonno alle ortiche. | Vi è un dolore talvolta sottile che spacca | le argille, spande i suoi silenzi | nei grumi, come il vento tra i rami. | Vi rovista il cuore nella follia degl’interludi, | ha sandali di rovi, tutta la solitudine | degli oceani, qualche seme tenace di orgoglio |a incarnarsi al libeccio, | a ferire | il disavanzo della carne che deterge il dolore.” Esso è un palpito universale con cui ogni singolo deve combattere dentro di sé: “della rinuncia ad essere stella esiliata | di una solitudine unanime che grida.” “Ma, “perché tutto il dolore | non si sciolga in grida di silenzi, | non sia epicedio di tenebra | la malinconia del tramonto”, insorge quel fuoco sacro dell’anima immortale che rivendica il proprio libero spazio di cielo in cui spiccare il volo, primizia di luce che dalla coppa dell’aurora s’immilla: “Tu, annegata nell’oceano dell’anima, | sei solo creatura d’infinito, | alba che si oppone al turbinio dei giorni, |al turbamento delle minime cose, alle assenze.”

Metafora per eccellenza d’infinito è il mare, con la sua azzurra trasparenza che riflette il cielo, con il suo miraggio di assoluto che culla l’anima che naufraga, senza ormeggi, in questa deriva di eternità: “Questo mi porta il mare: la liturgia | del suo silenzio, la pacatezza dell’umida sera, | il suo cobalto. | Eppure, niente ci accomuna, o tutto: | c’insegna la luce il suo morire, | di una pelle nuova abbiamo nostalgia, | o di un approdo senza agguati che ci stringa | al suo infinito.”

Incantevole è questo inno al cielo, velo del divino silenzio che sovrasta il mondo, respiro d’eterno che soffia come un mantice sopra l’abisso, apice di bellezza e culmine di tutte le attese: “Tu, cielo che conti le stelle, solleva lo sguardo | alle debite lontananze, tu che appari e scompari | dal fragile volto corrugato dei cipressi: | tu, solitudine desolata, incolmabile orizzonte | dei nostri desideri: fosti l’oriente e l’occidente | del mondo, la piuma docile e levigata dei sogni, | tu, terra promessa, zenith delle contratture, | delle offese, delle festevoli voci. | È tempo di monologhi, di trasparenze, | di venti incorrotti e incorruttibili | che schiantano implacabili i fortilizi. | Non può che giungere da te l’inestinguibile | oblìo.”

È l’amore la forza indomita che ti fa correre a braccia aperte incontro alla vita, che ti mette le ali ai piedi e il vento nei tuoi passi: “C’è una sola felicità a farti calzare | i sandali col vento: se incontri l’amore: | come camminare a ritroso nel buio | sbucare dalla solitudine al sole..” Come nel mito platonico della metempsicosi, si ha una reminiscenza di quella condizione edenica perduta, di quell’“eliso che specchia l’amore | nella bellezza avvampante dei corpi”: “Come vela dirupata dall’albero maestro, | lì, si srotola la geometria del cielo, | nelle sue litanie manchevoli la reliquia, | fatta corpo, saccheggio di passione e oblìo.” Infatti, è l’inguaribile nostalgia di quel Paradiso perduto dove “vi schiumò l’oro dei tempi felici”, che muove gli ardenti accenti dei poeti, il perseguire quell’archetipo di bellezza e di armonia che suscita i phantasma poetica, come osservava Leopardi: “Tu rosa candidissima, mio sogno, torna | al brivido primo, alla placenta che nutriva | il molteplice dall’irripetibile vagito, | della prima aurora del mondo.”

È la passione che sembra dominare l’uomo e non la pazienza del ciclo naturale, “la fedeltà delle galassie, | l’acerba sostanza che muove gli alfabeti”: “Abitiamo l’addio, vaghiamo in direzione | del tempo, come fiato che si perde | nella corrente sonora di un flauto. | Non ha note l’arpa delle nostre ebbrezze, | solo passioni carne e sangue, per impaziente | sortita di nascita che nega la sua morte.” L’anima è testimone silenziosa dell’umana vicissitudine, di cui custodisce gelosamente la memoria: “Altro tempo fu il nostro, altri la parola | gemmante e l’amore funambulesco, | l’accesa tenerezza che fiorirono dall’orma | dei pensieri sorvolando | tra le pietre e le risa, spandendo tra capelli | i diluviali silenzi, grazia d’eternità. | Paziente l’anima trascrisse | la fiaba sapiente che l’attraversò.”

Tutta la poesia del legame viscerale materno rivive in questi versi: “l’eterno negli occhi | di tua figlia, | ardenza azzurra, stracolma d’aria e rondini”; “Oggi riallaccio fili d’anni, il tuo riso | di pesca e la minuscola promessa | racchiusa tra le labbra e il sole, | mia nostalgia di carne, stella abbagliante, | sottile grumo di sangue che investì | il mio grembo e fu sostanza nodosa | di quel grido d’amore, indicibile festa.”

In questa dialettica di gioia e dolore, luce e tenebra, infinitezza e finitezza (“È in questo fiorire d’attese, | il germoglio mancante, l’instancabile: | perdersi per ritrovarsi un solo momento”), ci attende, inesorabile, la fine, che inghiotte il tumulto impaziente dei giorni: “Qui finisce il fiume la sua corsa, | perduti in un groviglio di dolore, | ci avviamo al silenzio delle rive, | come un grido dall’esiliato corpo, | sorseggia qualche felicità remota, | i fiati sempreverdi da lontano.” Eppure, nonostante questo ingranaggio spietato di “cieche ruote dell’oriuolo”, per dirla col Foscolo, c’è una forza divina, una dimensione metafisica, che sovrasta e vince ogni contingente contrarietà: “Dove le strade divergono c’è ancora | quella luce che non s’arrende, | quel grido immenso di libertà | che la fatica del divenire sorprende.”

Si traccia come un bilancio della propria vita, teso a trattenere i depositi d’oro dal setaccio degli istanti preziosi (“fosti vento e orma d’infinito, | fiore infuocato della giovinezza”) e a inseguire i rimpianti di tutto ciò che non è stato investito nell’eterno: “I versi che non scrissi, a mezz’aria, | mi urlano dentro. | E manca l’unica parola che dia fiato | ai giorni, quelli che amore | tracimò in cima al tempo…”; “Dal naufragio salvo le parole, | quelle che resistono alla lapidazione, | al gioco delle parti, alle spore di pianto. | Mi parlano. Come un loto bianco | alla luce chiama ancora l’anima al suo stupore.”

I versi di Ninnj di Stefano Busà sono intessuti di echi letterari impregnati del fascino misterioso di quell’ermetismo che ebbe i suoi illustri esponenti (soprattutto si possono riconoscere le vestigia di Quasimodo, Montale, Luzi), impreziositi di una rigogliosa fioritura immaginifica e sostenuti da una salda impalcatura intellettuale, nell’intensità delle meditazioni. Non si può che restare ammirati della bellezza monumentale degli arazzi iconografici e dei fregiati arabeschi che costellano l’universo demiurgico dell’artista e deliziarsi della suprema armonia che si compone nella perfetta incastonatura e cesellatura delle parole, in una raffinata squisitezza poetica tutta da delibare nella sua incantevole suggestione lirica: “È gravida la notte di tutti i silenzi. | l’anima ne dipana le sue forme”; “Contrabbandieri di un solo viaggio | esasperiamo gli albatri alla riva”; “silenzi, che sciamano, | come fasci di luce nella penombra, | quando assaporano l’attesa che li nutre”; “Ora torno illesa alla mia incandescenza, | alla distanza oscura della notte.”
Recensione
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