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Il tempo delle catene pensanti

L’autrice, in questa raccolta in versi, sembra cercare di ricavarsi spazi di libertà interiore sottratti ai vincoli del “tempo delle catene pensanti”, che imprigiona e soffoca la propria identità, contesa tra l’Assoluto e il Nulla. Giuseppina Quarticelli, come scrive nel testo finale in prosa, che fa da corollario alle poesie, s’addentra in “quello strano paese”, percorre la “strada del tempo”, costeggiando le “curve sinuose verso l’infinito.” Alla fine, ciò che attende ineluttabilmente è la “Morte”, e ogni sforzo è volto a catturare “il battito fremente” del cuore, quei fotogrammi di luce che possano restituire l’immagine impressa della vita, corda tesa tra l’Alfa e l’Omega, tra il contingente e l’Eterno, su cui, come funamboli, si tentano passi incerti sospesi su un abisso.

Le catene pensanti, così, assurgono a simbolo di ciò che costringe ai ceppi della finitezza, che impedisce di svelare in pienezza la propria persona allo sguardo dell’altro: “Amico mio | taci il mio nome, | sciogli le catene pensanti. | Se potessi vedermi… | se potessi guardarmi… | mi chiameresti Amore | o amante nei sogni | e schiava della luce.” (Il passato). Allo stesso tempo, però, nell’alterità si possono rintracciare frammenti di se stessi: “Nei tuoi occhi | c’è il mare | e la terra bagnata, | tutti i volti del vento | intorno al mandorlo | in fiore. | C’è una strada di luce | verso il sole al tramonto, | su una spiaggia deserta | alla fine del cielo… | c’è il mio tempo… nel mondo.” (Il mio tempo nei tuoi occhi). Anche la verità deve farsi strada tra i tanti ostacoli che la bloccano, tra i numerosi inganni che l’irretiscono: “A poco a poco | serberò per voi | tutti i chicchi | dell’eternità. | Chiuderò la porta | lascerò le chiavi | comporrete voi | verso a verso | la sublime verità | che di evocare mi occupai.” (Tempo di verità). Essa consente di assaporare l’ebbrezza della libertà, in tutta la sua azzurra trasparenza di vitalità: “È | il silenzio liquido | del cuore | liquore dolce e lieve | di ebbrezza | di vita. | Le catene di menzogna | cedono stanche | ai piedi dell’eterna libertà.” (Ora posso). L’uomo ha dentro di sé una sete d’infinito che preme contro le gabbie che lo vorrebbero carcerare entro il suo limite, mentre anela al volo estatico dell’anima: “Vedi | il gabbiano | ha finito il suo volo | sulla mia spiaggia | e le tue nitide e leali impronte | sopravvissute | alla grande onda | raccontano ora | del coraggio | di girasoli ammirati | di tutte le limpide aurore | del tuo tempo.” (L’uomo infinito).

Ore preziose intingono nell’oro dell’eterno la sacralità di ogni istante trasfigurato in poesia: “Parlami tu | dei numerosi silenzi del cielo | dopo i temporali | quando | sfuggono le nubi | con il vento | e si fondono d’oro purissimo | al sole | le tue pupille.”; “Sbottonai il tempo | per intrufolarmi | nel battito eterno | della terra | ove tutto è già stato.” (Tempo di perle). Il passato riaffiora come antichi reperti dalla tempesta dei giorni: “Dall’anfora di creta | estraggo lentamente | ogni ora già vissuta | meditando | sulla brevità | dei giorni. | La tempesta riordina | rimpianti e terrori | svelati dal lampo.” (Tempi andati). Ci si proietta verso una dimensione ultraterrena che valica gli angusti confini di quest’esistenza: “Un mattino | diverrai | carne | grida | paura | quando | la corda del mio arco | spezzerà | il mistero della vita.” (Sempre arriva).

L’autrice svolge questo lucido assioma dell’umana vicissitudine, inchiodata al tempo che trascorre impietoso, attraverso una delicata modulazione lirica, volta a suggerire appena l’arcano che si cela al comune sguardo, con espressioni soffuse di poetica leggiadria: “Sui miei pensieri | ormeggia il tuo sguardo. | È notte.” (Vola… il futuro).

Recensione
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