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Ingranaggi

Questi testi illuminano una realtà cruda, affrontando temi scabrosi, volti ad illustrare gli “ingranaggi”, appunto, che fabbricano l’orrore e la morte. Domina un tono dissacratorio e ironico, che getta luce impietosamente sul male che da ogni parte ci circonda: “l’oro nero scarseggia / con armi variegate compensano i Grandi / convinti come no di fare bene ai piccoli / così ce la giochiamo – ahimè tutti quanti – / dall’ansia divorati d’un’intervista / dentro scatole nere evocando disastri / sprofondiamo nel buio delle contraddizioni / se uno uguale uno non canta ma nitrisce / e dilaga alle stelle il suo raglio / sull’uscio della mente sta bussando l’Inverno / l’Inverno suicidio dei ghiacci stupefatti / l’inverno sudicio della Ragione impura / addobbato di lampi e lumini a led / ma qui nessuno sembra essersene accorto.” (Un inverno di fuoco).

L’umanità sembra irrimediabilmente sfigurata dalla corruzione: “Incerti esseri / frementi ronzano / sulla crosta ferita della palla vagante / incerti esseri / minuscoli vanesi aggressivi / errano / flusso crescente irrefrenabile / vomitando sporcando litigando / strappando cuciture allargando crateri / trappole seminando ad ogni pio anfratto / (…) deturpati dall’ansia di potere e denaro / armati fino ai denti / corazzati.” (Incerti esseri). Stretto dalla morsa dell’ostentazione di “un pubblico di selfie specchi stampa TV”, Il Sé privato vuole uscire da questo ingranaggio infernale: “volle fare una pausa / affranto / il Sé privato / un mistico ritiro / in santissima pace / in qualche eremo collinoso / (…) ormai attortigliato / lombrico cieco / intorno al suo ombelico / si richiuse a riccio il Sé privato / pensando intensamente / a come uscir indenne da quell’impasse / più non rispose a chi l’interrogava / come se fosse lui / della Sibilla in gabbia la voce cavernosa / (…) attizzando le fiamme / pronte a divampare nell’abisso in agguato / così liquida cera / si sciolse / il Sé privato / insieme all’Avatar e ai peccati suoi.”

Con graffiante sarcasmo ci si chiede se in altri pianeti si svolga la stessa commedia umana, con il consiglio – per eventuali forme viventi – di starne alla larga: “lassù / ci sarà vita / qualche forma larvata? /chi sa se ci hanno visto / anche loro curiosi / con grossi cannocchiali? / e chi sa se prevedono congressi / e primarie leggi elettorali / decreti per la tangente? / a loro un consiglio / da noi stare alla larga / a lungo il più possibile / per il bene di tutti / il nostro forse / sicuramente il loro.” (Una stella).

La mente è un ingranaggio inceppato, incapace di comprendere l’orrore del male: “Lo sa l’oscena mano / quello che provoca il coltello brandito / e il nastro che strozza / il veleno versato nel bicchiere innocente / e l’acido lanciato sulla faccia inerme? / che vuoi che sia quisquilia / (…) lo sa solo la mente o crede di saperlo / ma lei bene non sta / qualcosa ha inceppato al buio l’ingranaggio.” (L’ingranaggio). Fa impressione come uomini così piccoli siano capaci di provocare grandi disastri: “scuotendo cenere dai loro sigari / gli Gnomi riuniti in congressi epocali / si scambiano decreti condoni e condom / con fare complice e sguardi ammiccanti / all’ombra della Sfinge / si strappano le unghie / le orecchie si tagliano / si rompono le ossa / e si buttano corpi / immondizia pietosa / sul ciglio della strada / e come da copione nessun colpevole / è entrato il carrello / nell’età della pietra / ridendo e scherzando / ha sfondato il Sistema / senz’averlo saputo.” (Sul ciglio della strada).

I muri che si erigono sono emblematici del clima d’odio che si respira: “alzati di continuo i muri stanno bene / anzi mai stati meglio / separano le rane dallo stagno fetale / dividendo il grano da un infido loglio / non basta primeggiare nel salto in lunghezza / occorre diffidare e a lato guardarsi / impenetrabili sono certi silenzi anche se dirompenti / nell’orma del dissenso i muri stanno bene / i muri reggono finché regge l’inferno.” (I muri stanno bene).    

I cataclismi e le guerre s’affacciano in tutto il loro indicibile Caos: “i campi sono arsi sciolti i ghiacciai / le isole sommerse / un ricordo appena / ci guardano severi gli occhi dei cicloni / sollevano nei mari onde inferocite / sprofondano fuscelli inermi navi / (…) ad intervalli brevi scoppia un ordigno / la cui eco s’allarga a colpi d’ala / rifiuti vetri macerie rossi brandelli sparsi / monti crateri putridi / s’esibiscono fieri e fumanti nel vento / che trasporta il fetore al di là le frontiere / uomini mascherati camminano smarriti / lo sguardo all’inferno / temono d’inciampare su altri uomini / nel fango nella polvere in mille cocci stesi.”

Si evoca l’orrore dell’Olocausto: “ci sarebbero stati teschi da rosolare / da raccogliere denti braccia e capelli / registri da riempire prove da seppellire / scarseggiava la carne / di più la mano d’opera / già quasi tutta eliminata / era tanta però / la buona volontà su binari forzati / si sa / “fa il lavoro / libero l’uomo” / saliva un denso fumo / sopra il bosco sacro / a sprazzi si alzavano / nauseabondi fuochi / barlumi sfilacciati dalla navata oscura" (Rotaie).

Si brancola come ciechi, preda del nonsense: “Il disegno oscuro del nostro stare al mondo / chi di noi l’ha capito? / alzi presto la mano / chi pretende di aver ottenuto risposta / illuminante / tra fanfare e orgasmi pattume e cenere / percorriamo la scena occhi bendati / scrutare l’orizzonte pare compito vano” (Il disegno oscuro). L’uomo non ha compreso la sua piccolezza a fronte della vastità dell’universo: “Sulla fine del mondo / quanti vani discorsi / ipotesi paure / sapienti analisi / ricerche inconcludenti / un altro Bingo Bang quasi rassicurante / in data ancora ignota / ma comunque lontana / un ritornare alato nella pancia del nulla / dopo questi millenni di prove / andate a male / oppure un’esplosione / un bel fungo mirato / nato dal pollice di un invertebrato / un losco esperimento / concepito da menti per lo meno tarate / (…) intanto trema e gronda la crosta della terra / adirata – è dire poco – dalla presenza oscena / del pidocchio aggrappato sopra la sua schiena / non abbiamo capito / la nostra nullità e la nostra impotenza / solo pari ai danni che ciechi provochiamo / né la sua collera ad averci in groppa / il suo grattarsi osceno / il suo scuotersi per di noi sbarazzarsi.” (L’esperimento).

Il tempo sembra un ingranaggio truccato che ha imboccato una folle corsa: “pare come impazzito il così detto Tempo / sfugge / e si contorce / tra mani sempre vuote / poniamoci / pensosi / certi interrogativi / – Dov’è l’orologiaio? / è colpa solo sua / quell’andazzo infernale? / colpa dell’ingranaggio alla lunga consunto? / ci ha messo la zampa lo spirito maligno? / chi ha stretto le viti e pigiato sul tasto / di un accelerato senza freno? / chi ha deciso feste e ricorrenze assurde / e tutti dietro scemi a battere le mani?” (Le lancette).

L’unica grandezza dell’uomo è in quella sua immagine divina che chiamiamo anima: “da quando è mondo il mondo / in quel momento dunque / insieme al verme nudo / è apparso un pensiero / forse un’anima / – come altro chiamarla – / mai ripetibile / abbinata ad ognuno / che emana bagliori fuggitive scintille / ne secerne di più la lucciola smarrita / nella notte d’agosto / erranti lucciole.” (Il verme nudo).

Edith Dzieduszycka in questi versi dà voce ad interrogativi e riflessioni principalmente sul male dell’uomo, che prende corpo attraverso descrizioni cronachistiche; esso, al centro del creato, sembra sopraffatto dal peso della sua miseria e sovrastato da un mistero troppo imperscrutabile: “da dove ci arriva la Coscienza del Sé / con Libero Arbitrio / sedicente a rimorchio? /chi ci ha caricati sulle spalle quel peso? / mi dica – se lo sa – / di quale utilità per noi / è il capire / che ora qui ci siamo / tra che cosa / e chi sa / quell’altra cosa ancora? / ben presto dall’arpione / verremo acciuffati / e non ci sarà modo di dire / non vogliamo.” (I pescatori).

Recensione
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