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Ketty Daneo - Poesie scelte (1950-1992)

Franca Olivo Fusco in questo libro ripercorre la vicissitudine esistenziale della sua amica poetessa Ketty Daneo alla luce del tessuto lirico dei suoi componimenti. Spicca, così, il sublime romanzo d’amore della scrittrice con il proprio sposo, cui dedica versi appassionati, evocando l’incantevole idillio della loro felice comunione di anime dopo la sua dolorosa scomparsa: “Se sfogo dessi ebbra al nome tuo / ricolmerei la terra del mio amore / ché tutto in me ha senso dal tuo bene / e pulsa la mia vita col tuo cuore. / Di tutto ciò ch’esista e veda e ascolti / vero è solo il fuoco del tuo amore; / dal suo inesauribile fermento / s’intride la mia vita di colore.” (da Il cantico degli anni nostri).

È proprio il suo amore che le ha donato una vita di pienezza: “Prima d’incontrarti, io vivevo? / Non ricordo. / D’inverno brani di Vangelo / consumava per me la nonna / all’esiguo lume / avvolta nello scialle nero; / e leggende ancestrali a primavera / ascoltavo mormorare l’amoroso salice / in cortile. / Ma ero veramente nata? / Non ricordo. / Se incontrai la luce della vita / nel tuo sguardo, allora / tu mi sei madre e sposo.” Suggestiva è questa celebrazione poetica degli occhi del marito: “Il mare, il cielo, il sole / ti vedo negli occhi / tempestosi e limpidi / come l’universo. / Occhi azzurri / non uguali ad altri occhi / che le mie dita / indugiano a carezzare… / I tuoi occhi, sentieri luminosi.” L’intesa amorosa sboccia dallo sguardo ebbro di tuffarsi nell’oceano di luce dell’amato: “Ebbri, gli occhi cercano i tuoi / già fermi nei miei / (attimo che la vita schiude al sogno ). / E mentre il mio inconscio / anela all’eterno / confido che eternamente / potrò condurvi il mio sguardo.” La sola parola del proprio diletto illumina il silenzio: “La tua parola è ferma / come la montagna / quando il sole la investe, / fresca come un bosco di pini, / pura come i colori dell’arcobaleno, / sottile come il profumo del tiglio.” (La tua parola).

L’amore contrastato dalla separazione trae maggiore slancio per il fervido desiderio: “L’acqua di questo mio pianto silenzioso / lava già le tue ferite, Signore, / Tu sai il mio dolce male, / Tu sai che egli è mio ed io sono di lui / seme della sua stessa zolla. / Ignari l’uno dell’altra nel buio / della terra, ci rivelammo al fiorire / come piante di grano / che il vento inevitabilmente unisce. / […] La vita per me non risorge qui / in questo esilio ordito da mio padre; / non è dimenticare / è tutto un lungo attendere del sangue, / è calmo desiderio di amare.” (Dominus custodiat). La scomparsa del marito getta la scrittrice in un vuoto che solo L’estasi dei ricordi può colmare: “Ti aspettavo da sempre, seguendo gli antichi / voli degli uccelli, interrogando i giorni / e le notti e gli astri, con silenzi e pudori, / pensavo a quando saresti venuto / e come ti avrei incontrato. / E giunse l’avvenimento. Salimmo quelle scale / d’incanto, a sera, insieme felici che non saprei / mai dire, mi conducevi alla festa di Natale. / Mi offristi un garofano rosso. / (…) È cosa tanto ingenua il sognare, / ed ecco che mi dicesti da uomo: / Poter restare così con il paradiso / nei tuoi occhi, per sempre.” Rivive, così, tutta l’estasi dell’incantesimo amoroso: “Stretta tra le tue braccia, il sole / nella soffitta, le nostre anime negli occhi / dell’uno e dell’altra, come onde del mare / pesci nell’acqua, rondini nel cielo, / api negli alveari, il nostro amore immenso / e in esso la musica della terra.” (La mia vita con te).

Indicibile è il dolore del forzato distacco: “Quando m’inoltro nei roveti di me stessa, / e so che non potrei guarire, / quando la logica marcisce, / il mio dolore è uno squarcio illeggibile. / Una scure scalpella il cuore / e il sangue cresce, fluisce / come un fiume nelle vene. / Bruciano le tue mani di febbre, / quel fuoco che ti fa scoppiare / il petto dove è nato il tumore. / Vorrei avere la forza del diluvio / che smuove le montagne, vorrei avere / la forza della tempesta che sradica / le radici degli alberi, / forse potrei guarirti.” (Le tue mani bianche e azzurre). Il lutto inestinguibile della morte lacera l’anima e agghiaccia il sangue nelle vene: “Senza di te, la vita mia – e non mia – come foresta / straniera sarà, i miei piedi sopra schegge / di vetro cammineranno. Non sento, come il marmo / non sente l’incanto d’esistere. (E amavamo la vita, / niente a noi pareva complicato). Adesso la mente / ruota intorno al perno trottola alienata sugli scarti / del pensiero. Oh, regno della nostra casa. / Il tempo aveva scolpito un paradiso fra gli alberi, / il giardino d’inverno fioriva d’un eterno sole / elementare e passeri cantavano come flauti / sul palcoscenico dell’alba. / Dorme l’odore delle acacie e io cerco nelle ombre / della sera l’improvviso lampo della tua presenza. / Spargevi parole d’amore e spuntavano rose di bosco / dal cemento. Ora i miei occhi fissano il nulla / oltre l’astratto del cielo.” (Dorme l’odore delle acacie). L’amore si proietta in una dimensione senza tempo e senza spazio, in cui si perpetua in un Paradiso inviolato: “Se sapessimo tutto ciò / che sa il mare di Pago / entreremmo sicuri a camminare / sui petali tersi delle acque / e i gabbiani dalle bianche-viola ali / volerebbero sul nostro capo / senza paura, per carezzarci. / Sarebbe come una rinascita / alla luce delle albe / alla soave innocenza dell’aurora. / Ogni alba una riscoperta / del nostro amore, e dentro il mare / nelle grandi profondità / tutto l’immenso cielo e ascolteremmo / in estasi nel silenzio e la luce / il passo degli angeli / sulla pianura delle acque,” (Al mare dell’isola Pago). Tutto il bene seminato da quella felice relazione sponsale continua a fiorire nella propria vita: “È mio, immutato il tuo amore. / Ogni anno 1985 / mi volto indietro e non divento / statua di sale, ti ascolto, / tutto il bene che da te ho avuto / rivivo mille volte tanto, e già so / che rinascerò dalla mia morte / sempre tua sposa. / Attendo il momento / in cui mi chiamerai / e la dolcezza in cui con incontenibile / felicità mi abbandonerò a te.” (Il lungo abbraccio).

Gli fanno eco le parole dello stesso sposo Renato Daneo: “Nella dolina del cielo rivelato / ti aspetterò seduto su una roccia / del Carso celeste, verrai vestita di bianco, / colomba, cigno, amore allora saremo / eternamente uniti in profondi respiri d’amore / felicità perfetta nel giardino dell’Eden.” (L’ultimo pensiero del mio amato uomo). Terribile è veder soffrire il proprio amato, tale da giungere a invocarne la morte come una liberazione: “Vorrei andare con la croce come Gesù Cristo, per te, / non è vita umana questa che scava gallerie di sangue / il tuo povero corpo, una risacca di cellule marce. / Potessi inventare una salvezza come un Pasteur, / vorrei essere una maga, ma solo spezzarmi il cuore / posso e versare lacrime segrete / sul tuo corpo fermentato dal cancro. / Ma benedetta sarà come una preghiera smisurata / e pura terribile e amorosa, la morte; / chiederò salvezza, la morte darà finalmente quiete / al mio amato, benedetta morte, ambiguo angelo nero / ravvolgerà il santo corpo martoriato. / Amore, amore mio per l’ultima volta / come artiglio, alto un singulto in anima aperta. / Nel mio petto il cuore si schianterà.” (Nel mio petto il cuore si schianterà). Un grido commovente che “penetra le nubi” (Sir 35,17) del cielo è questa Elegia: “Amore, mio angelo lontano, / anelo di raggiungerti, / lo spirito non dimentica / ma disperato piange. / Voglio urlare il mio amore / perché non ho mai smesso di amarti / lacerare le nubi vorrei, che velano / la tua presenza fra astruse / fragilarie, e sei anche / nelle radici del vento, / sei dentro l’altezza di Dio, / e so che vibri spirito / all’acceso richiamo che si fonde / al preludio di enigmi, / sull’alloro del tuo nome. / Questo mio amore echeggia / sino all’estrema collina delle querce / dietro la casa, s’impenna ad ali silenziose / di rondini, amore, ti parlo nel mistero / della lontananza e sono come il mare / che in burrasca trascina la voce / e s’infrange sulle rocce. / Ogni ora sento il grido del cuore / che ti chiama in attesa che si apra un approdo. / Cerco di leggere il tuo silenzio / nei sentieri del cielo, / quel silenzio è un punto azzurro tra le nubi. / Giungerà fino ai confini dell’eterno / la mia voce? Ho dentro al petto una voce / che si scioglie in oro sperduta nei sogni / del nostro magico primo incontro.”

In Notturno sul Carso la poetessa celebra l’amore intrepido che oltrepassa l’estrema frontiera della morte, sullo sfondo della guerra in Jugoslavia dal 1943 al 1945, incarnato nella vicissitudine di un ragazzo italiano e di una ragazza slava che, pur di raggiungere l’amato, varca il confine proibito, cadendo così sotto la sassaiola del colpi dei soldati:”Quando cadde, e la pallottola / si posò e assurse a perla / nella conchiglia del cuore, / Dio prestò la voce al vento, / perché le sussurrasse sulla bocca / un nome.” (Quando cadde); “Ora sono morta e tu mi sogni / perché l’anima mia / in fuga nella notte viene a te / da albero ad albero nascosta, / come prima d’essere uccisa dai soldati. / Cattiva è la morte, amore, / e non ascolta l’ultima preghiera; / oltre la linea di confine / raggiungerti volevo.” (Oltre la linea di confine). Il Carso, terra di confine, luogo dell’anima prediletto, è decantato in più occasioni, come a difesa della sua riserva naturale contro un progetto di cementificazione in Bosco di cento verdi: “Terra dei miei avi, qui sospinti / da antiche risacche adriatiche / tra rocce e doline nei boschi. / Carso, bosco di cento verdi, / mia luce verde, di sole glorioso /e spighe di stelle dal tuo cielo, / boschi, volti e cose a me identici / figlia del vostro incantamento. / Carso eterno, perfetto nella conca delle valli, / nei viottoli di sassi fra case di pietra greggia, / nelle follie degli uccelli, / con l’innocenza sospesa, sfiorata dal vento, / dei caprioli e l’ebbrezza lucida degli scoiattoli.”

Ketty Daneo ha il coraggio, il lucido realismo e la generosità altruistica di affrontare con la sua sensibilità poetica anche strazianti fatti di cronaca, come pure gli abominevoli orrori della Storia: “Di certo è che il vento dai forni / alza le ceneri dei morti e cancella / le ultime voci, non più umane / arse da fuochi senza tregua. / È ancora vivo il mio corpo? / […] Quanti sono i giorni che attendo / tra febbre e fame il turno trionfale / verso il recinto della morte? / Inverno primavera estate ogni alba / si ricomincia, chilometri di andirivieni / in marcia: o lavori o l’inerzia ti affonda / dentro la palude, ma l’agguato che temi / è più mite delle bocche dei forni. (…) / Per quale peccato? Neanche questo bullone / di cielo sopra di noi ti risponde, / eppoi il cielo ha le sbarre ad alta tensione / e la voce di Dio non le può oltrepassare-” (Notizie sfuggite ad Auschwitz). Il suo sguardo attento sa cogliere le molteplici sfaccettature di una dolente umanità, come in questa potente radiografia di Ragazza con fiori secchi nel prato mentale, tratto dal libro Schizofrenia: “È una ragazza euforica come salamandra. / A volte muta come cascata di neve, / (…) “Voi che irridete la mia desolata tristezza / donatemi uno sguardo non di pietà / per questa spietata alienazione / balzata fuori da un utero di pietra. / Io che odo gli accordi del mare / e oltrepasso le nuvole per ottenere / un pezzo di cielo, e sento scorrere / il fiume del mio cuore che spinge / l’acqua fin dentro la mia testa, / mi smarrisco nello sfacelo dei miei passi, / e non posso strappare nemmeno con le unghie / i fiori secchi che galleggiano / dentro la mia testa. / E sono nata innocente come mughetto di campagna.”

La pena sconsolata della madre di Ketty, Felicita, nell’attesa dei quattro figli lontani, echeggia in tutto il suo intenso pathos in questi versi: “Come un tempo la casa odora di mele / e pane impastato dalle tue mani. / Ma sempre più sbiadisce il colore / dei tuoi occhi, tristi conchiglie, / il viso incavato da lacrime / che invano tento di asciugare. / Non hai più la treccia ordinata / alta sul capo e cammini assorta / sonnambula per la casa, / (è chiaro giorno d’estate) / con il lumino acceso delle notti. / Mi sgomenta la tua calma simulata / mentre dipani gli intricati dubbi / della mente. L’attesa dei figli, madre, / è lunga tutta una vita. / Io non so inventare la speranza / costruirne una sulla rete sfilacciata / di notizie risecchite da chilometri / e chilometri di silenzi clandestini. / In questa eterna staffetta di giochi / tragici di guerra la speranza non germina.” (Quattro preghiere). La figura materna è come un astro radioso che ha sempre illuminato la sua vita: “Madre, eri per me l’universo, il sole / il cielo, la mia forza, / la luce di tutto gli astri, / e come potevo avventurarmi / in una strada sbagliata, incerta, / ingannatrice se tutte le direzioni / avevano il tuo nome: Felicita. / Eri la mia felicità, la mia fortezza / il destino, la santa. / La mia ricchezza era la tua luminosa / presenza, la segreta intesa / per camminare anche sulle strade / più pericolose e insidiose, / ma tu la mia guida mi portavi sicura / alla scienza di Dio. / Ti penso, madre, con amore / mentre passeggi imperatrice d’Austria / con il leggero fruscio della gonna / per gli azzurri pastini del cielo, / adesso, madre, tua eterna dimora.” (A mia madre). Struggente è questo ritratto del padre che langue nell’agonia: “Stringevo le tue mani rattrappite, padre mio, / e il fremito freddo che oltrepassava / il mio corpo come aghi a livello / d’uno smisurato silenzio diventava termine / dell’equazione vita morte. / Al mio radar di figlia trasmettevi / nell’alfabeto consunto segnali estremi.” (Due giugno 1967).

Improntata ad un dialogo drammatico è la corrispondenza con il fratello Giulio in guerra nella lontana e fredda Russia, il quale trova consolazione nell’amore di una donna e, alla fine, tornerà sano e salvo: “Il mio carro armato si muove lentamente nel fango / la morte sempre intorno a me, potrei sprofondare / colpito, crocifisso come Cristo, / ma io vado incontro al nemico / con il mio caparbio ottimismo [...] / Qui non c’è più bosco né cielo né luce / aerei nemici sopra di noi si fingono / un lenzuolo in circonferenza di cielo. / Voglio bene a una ragazza siberiana / mi attende nell’izba, mi viene incontro / gli occhi celesti sbucano sotto il fazzoletto / di lana, ascolto incantato le sue parole / ma non so dirle il mio amore / nato da nemici di guerra. (…) Il Don scorre minaccioso, addenta i corpi / dei caduti come un branco di lupi sfrenati / è pieno di urla altissime, un concerto tragico / che spacca cervello e cuore.” (Battaglia sul Don). Invece l’altro fratello, Enrico, che si arruolerà tra le fila dei partigiani in Slovenia, già cagionevole di salute, vi troverà ineluttabilmente la morte: “La vita ora ti abbandona, fratello mio amato, / inutile afferrarla per la tunica di mille colori, / sole, mare, boschi fiori vento e neve, / chiedere a chi clemenza, a Dio? / Mio fratello magico, ma tu hai offeso / la tua giovinezza prigioniero dei sogni / nelle folte ortiche della vita. / Quante sconfitte amare, velenose / come la pianta del laburno. / Hai spezzato le leggi del cielo che non capivi / devastato le vene d’oro del sole, / e la storia lunga dei tuoi fragili bronchi / piagati dal male; la vita si è burlata di te, / approfittando, scaltra, per rubarti / i sogni intensamente desiderati. / Quante cose fulgide speravi dal futuro / fratello caro, vano è chiedere / ora alla vita calpestata, di trattenerti.” (La vita ti tradisce).

Franca Olivo Fusco in queste Poesie scelte traccia con finezza psicologica e competenza letteraria il profilo autobiografico dell’amica scrittrice, contribuendo con i suoi racconti legati alla propria testimonianza personale, addentrandosi nella pregiata trama dei suoi versi, riconoscendone il palpito vibrante dei sentimenti e delle emozioni che cavalcano l’onda lirica della ‘transustanziazione’ (secondo un’ardita definizione di Luzi) poetica.

Recensione
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