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La solitudine dei metrò

In questi testi trapela la nostalgia del poeta per la terra natia sicula, odorosa di “zagare” e “fichi d’india”, e tutto il genuino mondo agreste che rappresenta, quale metafora di un Paradiso incontaminato di felicità. A questo ameno scenario si contrappone la sua attuale ubicazione, “la solitudine dei metrò”, nel suo grigiore anonimo e monotono: “Sei nella solitudine dei metrò / quando invece pensavi di abitare / nel grembo caldo della terra, /nel covo degli amori, / tra la passione degli sguardi. / (…) Sei nella solitudine dei metrò, / nei volti che emergono / dal cilindrico cuore della terra / o sfumano nei cunicoli dei tunnel / ingoiati dal nero delle stazioni, / chiusi nell’azzurro dei sogni / che si portano dietro.” (La solitudine dei metrò).

L’autore, tuttavia, è come dissociato e, nel mentre che si trova immerso nell’inferno cittadino (“Ma devo stare al gioco dei semafori, / in coda agli sportelli, esibire codici fiscali / e riempirmi il cuore di guerre, urbane disperazioni / mentre mi urlano di farmi da parte / e che la vita si consuma dall’oggi al domani”), con l’immaginazione si concede l’evasione nel suo Eden perduto: “Ma stasera ho il cielo in tasca, / sulla faccia tramonti a ricami oro arancio / e questa città poi che s’incendia all’improvviso / sui muri, negli occhi grigi e marrone della gente. / Ho il cielo in tasca / inseguo sentieri polverosi, / viottoli stretti di menta, gerani / e poi i silenzi solari delle piane / verde oro, l’odore buono delle madie, / praterie di lucciole e papaveri.” (Il cielo in tasca).

Il Sud, decantato da tanta illustre letteratura (Vittorini, Sciascia, Quasimodo, etc.), rivive nei versi del poeta in tutta la sua suggestione maliosa: “Sempre più a Sud ai popoli di limoni, / alle colonie di gelsomini, profondi silenzi, / infiniti bagliori; infine il mare / oltre le chiome dei pini, paradiso di smeraldo / in cui tuffarsi per dimenticare.” (Verso Sud). Al contrario, a Firenze, nella sua attuale residenza, si è immersi nel caos della città, che si può sorprendere ancora attonita e irriconoscibile prima del risveglio, quando poi diventerà preda del delirio frenetico e dell’insostenibile ritmo convulso: “Poi il cielo si riprende il celeste, / l’azzurro e l’indaco, ritorna il valzer / dei semafori, l’urlo dei clacson. / Ti accorgi che quel sogno di silenzi, / solitudini, fragranze è già finito. / Ricominciano a correre gli uomini /chiusi nelle auto, smarriti nelle strade. / Riprende la ricerca disperata / di un amore da vivere / in una mischia di sensi e controsensi, / tristezze e grigi veleni, / guerre urbane, anonime storie.” (All’alba).

È una sinfonia prosaica e grottesca, parodia di un vagheggiato cinguettio di campagna, in un’invadente quanto sgradevole contiguità, quella che attende il primo mattino: “All’alba la prima cosa che vedi / è una serranda che dà sull’altra serranda / a un metro di distanza. / La prima voce non è quella dell’usignolo / ma della sveglia della parete accanto. / Poi sale la sinfonia dei rasoi, / lo scroscio degli sciacquoni, / riparte il ballo degli ascensori / e un fiume di volti se ne va / chiuso nelle cromie dei cellulari.” (Note mattutine da un condominio). È “la mitologia del quotidiano”, come scrive Paolo Ruffilli nella prefazione, che insegue volti stanchi che si perdono nell’anonimato della città: “Entrano ed escono dall’albergo popolare, / dall’apolide terra dei sogni svaniti. / Li guardi diversi e lontani / nella loro solitudine di panchine / ebbre di sole, lune, amori mancati / e meraviglie immaginate.” (Quelli dell’albergo popolare). È la solitudine dolorosa che si consuma nelle corsie dell’ospedale: “Meglio poi e meglio a primavera / per seguire come lui dai vetri / il grido delle rondini e immaginare / di volare via dai letti bianchi di dolore, / via lontano tra i campi di lavanda / e l’azzurro del mare.” (Careggi).

È una poesia calata nella storia degli uomini, nelle loro lotte e sudori, come nelle proteste ostinate contro la negazione del lavoro e quindi della propria dignità: “È così da mesi / col coltello tra i denti, la nostalgia dei figli / annidati sul cuore spento delle fonderie, / nelle malinconie dei torni, delle presse / a un passo dalla luna, nel volo dei merli. / Non avremmo mai creduto di arrampicarci / un giorno nella vertigine dei venti metri / nel ceruleo vuoto d’orizzonti, / scalare metro dopo metro il cilindro dei mattoni / fino in cima, nell’aria sospesa dei giorni di lavoro / a sventolare la dignità finita nel macero dei sogni.” (Dalle torri fumarie). È la cronaca drammatica degli immigrati di Rosarno - che hanno popolato i giornali per le loro rivolte -, appesi alla speranza di una sopravvivenza che ogni giorno tira a sorte su a chi dare una magra chance: “A Rosarno i camion sbucano / da contrade abbandonate, / vanno per strade di cose bruciate, / miasmi, esultanze di aromi e cromie / nella loro danza segreta di andate e ritorni. / Portano un carico amaro di vite / all’impronta di un comando che sceglie / chi sale e chi resta ad aspettare. / Si lasciano dietro silenzi, dignità negate, / gli striscioni di protesta sulla tangenziale, / le voci fuori dal coro tra l’arsura delle cicale / e i tornanti di lavanda che esultano.” (Rosarno).

Così si rievoca con pathos straziante la tragedia della deportazione degli ebrei ad Auschwitz, il 3 novembre 1943, dalla stazione di Santa Maria Novella, ne La locomotiva del mare: “Era la via del mare a farla felice / col suo odore di salmastro, / i canti delle cicale, ma quel giorno / la locomotiva sei quattro zero / non avrebbe più rivisto l’oro dei campi, / il sorriso delle vigne, la festa degli ulivi. / Tirava un treno merci senza destinazione, / un purgatorio di volti smarriti / ammassati in piedi, seduti a terra / tra i vagoni arrugginiti. / Partì il tre novembre in una nube / di vapore bianco dopo un fischio / lugubre, infinito, dal binario sedici. / Tagliò pianure grigie, candide nevi, / valicò monti sempre più a nord / mentre saliva la preghiera delle donne, / il sogno, lo stupore dei bambini. / E gli uomini respiravano mete oscure, / fili di cieli, dai bordi, dalle fessure. / (…) Restò su quell’ultimo binario / incenerita nelle nebbie, nel nero di Novembre, / fusa come le ossa degli uomini, / con la sua voglia di sbuffare allegramente / tra le macchie di granturco e girasoli, / a un passo dal suo mare azzurro di sempre.” L’autore dimostra una generosa attenzione all’umano, alle sue vicissitudini di lacrime e sangue, attraverso poesie impegnate che denunciano, ad esempio, le ingiustizie e gli orrori subiti dai popoli oppressi dalla guerra e dalla miseria, costretti a inseguire il miraggio di “una terra promessa” che spesso naufraga, come le loro vite, su straniere rive: “Siamo in trecento e passa / uno sull’altro nella barca dei sogni / che punta alla rinfusa / verso la terra promessa. / Al terzo giorno in balìa delle onde, / di un mare blu profondo senza orizzonti. (…) / Ci hanno raccontato che all’ovest / c’era l’isola felice; tremila euro / e un’altra vita da indossare / a poche miglia di distanza. / Senza motore, senza volti, / nel rosa sconforto dei tramonti / di noi non sa più niente il mondo; / qualcuno fa la conta di quanti / sono morti e quanti sono rimasti / aggrappati ai legni, alle funi, sottocoperta.” (La barca dei sogni).

Nella terza parte, L’amore strepitoso, si celebra la nostalgia del Paradiso perduto, tessendo la trama degli affetti, nello “strappo a mani tese dai miei cari”, per dirla con Luzi, dinanzi alla sentenza inappellabile della morte, come nella delicatissima poesia, dall’intenso respiro lirico, de L’amore che dicevi: “Ricordi? Mi dicevi: “vedi figlio mio / tra queste zolle arse c’è il senso giusto della vita, / fatica e oro dalla terra, azzurro nei respiri. / (…) Un giorno tornerai alla tua Itaca, / qua tutto sarà tuo; troverai / pane e sudore, Dio ti parlerà / da un cielo di limoni, da un mare di frumento. / Cantavi quell’aria di Modugno: / “Meraviglioso è il mondo” e ti perdevi / tra piane di covoni e girasoli. / Adesso dimmi padre mio: / Qual è il senso della vita ora che il paese / è diventato città grigia e milioni di persone / solcano autostrade, metropolitane / con il cuore duro della sfida? / Adesso che le tre case rosse della piana / sono infiniti condomini e gli uomini / soffrono la fame, covano odi, respirano veleni / e muoiono in un giro di palazzi grigi. / (…) E Dio forse non sta più in cieli di fragranze / ma tra vuoti capannoni, piazze di protesta, / sa di cementi, periferie tristi. / l’amore che dicevi sai, è rimasto solo / in quell’aria che cantavi; profuma ancora di zagare.”

Rivive anche il mito, mai tramontato, decantato dal regista Tornatore, del Cinema Paradiso: “Altra era la promessa del domani / sotto un tetto di stelle azzurrine. / Altri gli eroi audaci, le dive amanti / nelle pupille, nella bocca. / Altri noi che toccavamo il cielo / stretti nelle file odorose, / nel gioco delle mani ignare del futuro. / Noi, come i film che scorrevano, / il coro delle stelle, delle lune ruffiane, / firmamenti luminosi.”

Struggente è questa rêverie che evoca la donna amata scomparsa, che ha trascinato via con sé tutto l’oro della vita: “Se tu tornassi da quella vita / d’altri cieli solo quel tanto / per una visita breve, quattro parole, / scopriresti che sono ancora là / nell’intreccio di oleandri e gelsomini, / ai rifugi tra ombre e rami, / nell’oro filtrato dalle foglie; / ancora là come l’erba, le corolle / a respirare lune argentate / lucciole accese tra i campi. / (…) Ti accorgeresti / che siamo morti nello stesso istante / tu tra le stelle azzurrine / che sognammo da fanciulli / io in una terra grigia di strade e condomini.” (Se tu tornassi). Nel ricordo l’amore si ravviva in tutto l’ardore della sua passione: “Quell’estate era come essere / formiche, bruchi immersi nell’oro / della terra, nascosti tra le onde / di un mare frusciante di spighe. / Calammo nel grembo solare della piana, / avvampati di canicolare passione, / saziati d’immensi bagliori, / emersi come fili d’erba dalle zolle.” (Quell’estate).

Un forte sentimento religioso permea l’universo interiore del poeta, come è evidente in Un canto gregoriano, ove il canto si fa mirabile ascesi a Dio: “Un canto gregoriano / mi scava dentro. / Apre celle di conventi, / navate e cattedrali, / porte celesti, cunicoli di preghiere. / Dentro c’è Dio; / si sente che viene fuori / da un’arcana melodia, / che spunta da un infinito / lontano di galassie / e penetra nell’anima. / (…) Sale nella monodia dei cieli / scende per scale segrete / e altari di candele. / (…) Forse è proprio Lui che chiama / dall’azzurro dei confini.”

Con amaro rimpianto e profonda commozione si dà il commiato alle creature amate, dandosi appuntamento per l’eterno: “Ciao Franca amata sposa / ti lascio tra Martina e Salvatore / altre vite, altre storie, / altri sogni rimasti negli occhi. / A destra un fiore di campo, / a sinistra un coro di lilium in festa. / Vi lascio. / Quante cose avrete da raccontarvi / nel vento lieve di maggio! / (…) Vi lascio / al quadrato otto, / alla fila settantaquattro, / all’istante radioso del volto terreno / e a Dio segreto, al cielo lontano. / Vi lascio / al vostro parlottare di anime serene / nell’attesa di vederci sbucare / dai quadrati, dalle file, / dalle pene della terra.” (Quadrato otto, fila settantaquattro).

Carmelo Consoli in questi versi, improntati ad una notevole efficacia icastica e levità poetica, esprime il dramma di una lacerazione esistenziale tra un mondo ancestrale, ispirato ai sani e genuini valori, della sacralità della terra natia, con le sue fragranze, “odori e sapori” - per dirla con Vittorini -, i suoi riti, i suoi miti, i suoi amori passionali e sinceri, il suo patrimonio di bellezza, di affetti e di volti cari e, al contrario, il grigiore desolante della “solitudine dei metrò”, appunto, dove il moderno uomo occidentale è condannato a sopravvivere, “nella follia delle strade, / tra i disperati che del vivere / hanno solo lo scandire inutile dei giorni” (L’amore che dicevi), nel labirinto assurdo in cui ha smarrito se stesso.

Recensione
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