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La voce arcana

In questi versi si sente vibrare veramente “la voce arcana” di quel mistero insoluto che è la vita, che s’affaccia con tutti i suoi dubbi, trepidanti sorrisi e incerti silenzi: “Sotto l’urto delle nuvole / l’oro / si fonde al fuoco, / il potere / della Sibilla sviscera / vaticini. / Salgo / la via anonima / per sfondi e transizioni.”; “Va viene ritorna / il respiro confuso / tra l’incanto e lo strazio, / va e viene / continuo e leggero / sulle ali del mistero. / Non lo vedo / ma lo sento a fianco. / Poi la fatica / trova l’arte del riposo.” (Invisibile). La melodia della poesia è tutta intrisa di questo fascino di un sublime enigmatico: “Ondeggio / sul filo della vita / sopporto / aghi di pioggia. / Il tempo / lastrica in un tronco / l’amore / col miele. / Obbedisco al gran silenzio.” (Ebbrezza). Ogni giorno è un’incognita di cui si assaporano le imprevedibili sfumature fin dal principio: “Quello / che non sai è nelle mani / dell’alba / un rumore sospetto… / il fragore nasconde la fine. / Attendo come bimbo con il pianto / soffocato / spuntare la notte / straccio la ricetta. / Per ricomporre il giorno malato di vita.” (Ignoto). Il notturno è per antonomasia l’anticamera dell’oblio dell’inconscio, ove galleggiano i sentimenti indefiniti e le emozioni inconsulte, la cui natura labile e illusoria si svela alle prime luci del mattino: “Nell’incanto dell’alba / il buio supplica un’ora / un’ora…solo un’ora…/ Già avanzano nel corridoio / anelli di luce / a rendere chiare le illusioni / pretese dall’anima. / Mi rifugio nell’attimo / prima che gli occhi / si riempiano di buio.” (Nell’attimo preteso).

L’ebbrezza spumeggiante del mare investe l’essere con tutto il suo divino furore: “La febbre del mare / ai confini d’argento / si veste di memoria / per divenire marea. / La febbre del mare / animale tremante / castrato da miserie / urla speranze. / La febbre del mare / sale calda quando / arriva a baciare / la mia guancia. / E prendermi con sé.” (Mura d’acqua). La vita si tende sempre oltre se stessa, verso l’estrema frontiera: “La vita non sazia / chiama un’altra / non più occhi per nuovi orizzonti. / Aperte ali per dissolversi / nella nebbia / dalla pelle di pesca.” (Il nome inciso). Dall’evanescenza dell’invisibile si dipinge l’essenza interiore: “Sono quello che vedo / celebro quello che scompare / amo quello che non vedo. / Così / dall’occhio del cielo / pesco i sogni / nei pozzi dell’esistenza. / Nell’estasi dispersa.” (Magia). L’intesa amorosa è estasi fugace sottratta alla rovina del tempo: “Neppure il sole / mi trascura / così / lampeggia la tua mano / nella mia / e tutto scorre in quell’incanto. / Conservo il cuore nell’aria dove passi.” (Così). Tuttavia, la fragile felicità dell’amore si estenua nel languore autunnale della fine: “Quell’amore / era una cosa bella / infinitamente triste, / sentiva la vergogna / nelle stagioni straniere. / Quell’amore / scritto con l’inchiostro / dell’amarezza / aveva vissuto / senza incontrare virtù. / Quell’amore, / ora, / giace sepolto / oltre il rosso degli aceri.”

Una risorsa inesauribile arride oltre l’orizzonte, quando l’eternità colmerà di pienezza la precaria esistenza: “Altra bellezza nuova / si volatilizza / nella vita che appariva / inesauribile, / le ultime miniere / dell’essere / si schiuderanno per la luce / della lucciola / quando mi vedrò restituito / l’ultimo dono / sul confine estremo.” (Tesori nascosti). I giorni fioriscono come primizie dalla scintilla di luce della speranza: “La spiga è vita / dove la fragranza non ha nome / e si fa scia / nell’acqua del papiro, / caschi di datteri sperimentano / il profumo / sulle strade verticali di palme / nell’oasi. / Virgulti d’incenso sono miraggio / di sorgenti / nelle pieghe di sabbia del deserto.” Il sogno sembra sopravvivere alla stessa labile inconsistenza della vita: “Se nulla potrà più / riportarmi / tra lucidi fili d’erba / bagnerò / le ali nel pianto / delle nuvole / dove sarà / l’urna del mio sogno.” Come un respiro di cielo affacciato sull’eterno è la resurrezione, la propria rinascita che assicura la sorpresa del ritorno, aria nuova di primavera che irrompe in una stanza buia: “Dal rumore nell’oscurità / giungo alla tua porta. / “Eccomi, sono tornato.” / Dai labirinti della nostalgia / divento polvere per risorgere / così bevo aria / mentre nei polmoni / divampano campane / si spiegano i venti.” (Anni celesti).

Marco Boietti modula la sua “voce arcana” sulla scia della trascendenza della divina armonia che adombra la realtà e arpeggia la sinfonia celeste in rima all’universo.

Recensione
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