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La poetica di Graziella Minotti Beretta è improntata alla levità dei sentimenti, volta a custodire, come una vestale, la sacralità della memoria. È poesia degli affetti, domestica, che canta la semplicità e la sobrietà della vita, nella sua pudica bellezza. È elegia di perdute stagioni e di volti sbiaditi lungo il corso inarrestabile del tempo, come un fiume che scorre e che trascina con sé detriti di ricordi, mentre si setaccia l’oro puro di quell’amore di pienezza che si è investito nell’eterno e che si serba gelosamente nello scrigno del proprio cuore. Rivivono, così, le persone più care che hanno costellato l’esistenza dell’autrice, strappate dolorosamente da un crudele destino, come il padre partigiano ucciso dal fronte nemico: “Padre, torna prepotente | Ad ogni soffio nero | Quel vento che ha visto pascere | Futuri sogni liberi | E tra campi fumanti in rovina | Dal carminio delle tue vene | Il sacrificio supremo per la libertà.” (A mio padre partigiano trucidato il 7 aprile 1945). O è la delicata rêverie dedicata alla madre, figura fragile, malata, come un piccolo fiore esposto alle intemperie e destinato a spezzarsi al vento impietoso che lo scuote, avvolta dalla tenerezza di una bimba alla cui vivacità (“nell’incoscienza | dei miei verdi anni”) non riesce a tener dietro “col poco fiato corto”: “Lassù tra gli spazi incommensurabili | Dove lei è svanita | Lasciando una scia perenne | Come reliquia. | Già gli occhi azzurri erano persi | Nel suo cielo… | Lasciò la dolcezza | D’un sorriso | Uno sguardo malinconico latente | Che sin d’ora mi trascino.” (A mia madre Margherita, con nostalgia). Un amaro rimpianto per questo lutto inestinguibile sale all’anima come una marea livida: “Ti sei allontanata | In tutta fretta | Alla distanza siderale | Col tuo bagaglio incompleto. | (…) Il grumo di pianto | Non risale al viso…| Ricerca tra gli abissi | Quel perenne gemere | Per poterlo consolare.” (A mia madre Ave). O sono le dediche devote ai propri genitori adottivi, alla mamma, che si aggancia ad un vezzoso ricordo in Quella mia gonna bianca all’uncinetto (“Mamma, quando la luce barcolla | E i vapori opacizzano l’anima | Ecco rifulgermi ancora | In questo abbraccio di vento | E realtà delle cose | O in una velata malinconia | Dalle mille sfumature | Per l’inesorabile perso!), o al padre, segnato da un nefasto destino (“oh Padre, | Fa che non sia stato vano l’addormentarsi | Come l’inestinguibile amore | che riverso nel traballio delle prime stelle!”, A mio padre adottivo). Ciò che si è perduto ristagna come un’acqua amara in fondo al silenzio dei giorni: “Osservo sequele che sfilano | E mi riportano allora. | Ho fili bianchi | E una folata di pensieri | Mi cola dentro | Per un passato remoto | Che si allontana tacitamente | Alla deriva.” (Ti ho cercato su di un CD).

Tuttavia, riecheggiano anche note liete, che corteggiano la vita nascente, aurora di speranza e di meraviglia nuova: “E come un sogno sognato | Non ancora scorto, | Tu, amore della mia vita | Mi eri segretamente. | Nell’assonnate stagioni | Lievitavano | Verso spiragli di luce | E nuovi orizzonti. | Trepidanti conteggi | Alle crescenti e calanti | Fasi lunari | E con l’ali spiegate | L’attesa del tuo vagito.” (Una segreta gemma). Con segreta trepidazione e un’ansia muta l’autrice segue i passi della figlia, ne spia con premura i moti dell’anima, preoccupata qualora vi scorga tristezza: “Parlami figlia | non tenere stretto il pensiero | io trabocco d’amore per te | oh diletta | osservo e mi si spezza il cuore.” (A mia figlia). Alle figlie dedica tutte le fatiche, le gioie, le primizie che intessono l’esistenza in controluce ad una sognante primavera in cui sbocciano i fragili germogli dei desideri: “Come semi sparsi | nelle loro primavere | verso un mistero, fioriscono | con l’ardire | di sfidare il tempo | per colorare pagine vuote.” (Quel filo di seta). O ancora è l’affetto accorato per le nipotine, coccolate da bambine e ora già fatte donne, su cui riversa tenerezza e comprensibili apprensioni, movendosi “nei meandri di una storia insicura”: “Mi restano i sogni di un tempo | In cui strette vi accoglievo | E lo sguardo sciolto si perdeva beato | Tra i vostri sonni popolati di mistero.” (A Sara ed Annalisa). Sono fragranze e sapori che ricuciono lo spazio del ricordo, in cui affiora intatta l’immagine della sorella, con cui ha condiviso momenti felici nell’età spensierata della giovinezza: “Salivamo la lunga rampa di scale | dell’estiva casa di sassi | cariche di grazia chiacchierina | in una età indefinita, forse più bella… | Ci accoglieva una fragranza sparsa | di saporiti panzerotti | caldi e filanti | e un dito di bruschetto novello | del vigneto vicino.” (Ricordi Wilma…). Poi, col tempo che trascorre, è sempre bello ritrovarsi nell’inviolata pace domestica, anche se si è cariche d’anni e di affanni, purché non si sia persa la poesia degli affetti e della vita e non si sia spenta “ancora una scintilla luminosa di vita | attimo sereno risalente | che mi commuove.” (Da te vengo sorella).

O ancora è la struggente premura con cui Graziella Minotti segue il cammino irto di un’altra sua sorella, travolta dalla durezza della vita, che ella accarezza con affettuosa compassione: “Insegui un non so ché di trasparente; | non sei più tu, nel vertiginoso cerchio | il verso si spreca | in cumuli grigiastri | ad offuscare la mèta. | Che ne sarà di te, sorella! Troppo amara fu per te la vita | costellata di continui: ‘no!’”. Ma il suo cuore fiducioso di madre sa intravedere una timida luce che danza sulla soglia dell’aurora, orifiamma di speranza: “Non odi l’incipiente scroscio | che cauto s’annunzia alla futura aurora | rarefatta, piegata in su la cima | per colorare primulacee.” (Non sei più tu). Tenace è il legame che unisce queste orfane consanguinee, pur “divise da un comune destino | in altre mani caritatevoli” e malgrado “i nostri caratteri mutevoli | marcati dalla diversità | delle proprie storie”: “Ci siamo ritrovate | A dar l’un l’altra conforto | Ed è questo l’ultimo grido, misterioso | Del legame, a cui noi diamo affido.” (A mia sorella Rosanna). Risplende tutta la grazia dell’infanzia in questa visione della sorella bambina: “Un roseo frugolino | Dallo sguardo severo azzurrato | E una cascata di riccioli d’oro | All’ombra di un grande fiocco. | Una bambola, | Di noi quattro, forse, la più bella.”

Anche la tarda età ha la sua poesia, declinata in gesti consueti che, a distanza di anni, destano tenerezza, aggrappandosi proprio a questi minimi dettagli la labilità del ricordo. Allora, è “il profumo di limoncino | Sparso per la stanza | Dove, tu nonna, | Volevi come contorno | ai soliti garofani rosa” a far riemergere le figure dei nonni adottivi (A Nina e Dario Ravano); in particolare, “il nonno, celebre artista | Orso, schivo di smancerie | sempre tra pennelli e smalti | Lasciava l’arte | Perché le mie piccole mani | Pettinassero i suoi radi | Capelli bianchi, or con la riga a destra | Ora a sinistra” è un ritratto che, per la sua efficacia icastica, s’incide nella memoria poetica. O ancora, sempre calata in una rassicurante dimensione domestica, riaffiora la “Diafana figura | Perennemente in lutto | Dai capelli bianchi | Raccolti a crocchia | Nell’immensa casa | Tra i fornelli a sobbollire | Per ore e ore la serale minestra.” (Alla mia nonna Pasqualina).

Nel nome dell’amicizia si modulano i versi, a gareggiare nella reciproca stima e ammirazione, nell’omaggio che la poetessa dedica A Luciano Loi: “Se non avessi un’ombra | A precedermi i passi | Ti direi: “Resta a guardia dei miei sogni!”). Di rimando gli fa eco, come in un duetto melodioso, il poeta, che ha scritto la prefazione e dei versi per lei, ad introdurre i suoi testi: “Oh! Le tue trecce d’oro! | - abbandonato nido - | E giorni ricolmi di sogni | Intriso di vento | È il melograno della sera | Che sfoglia i nostri versi | Non cedi il tuo spazio | E il sorriso ti si accende | Come il fulgore del sereno” (Ora che nella memoria, A Graziella); “Il sole non si consuma mai | Così la luce dello sguardo… | Anche quando la notte incombe” (È lo sguardo).

È l’addio all’amata amica con cui ha condiviso la bontà e la semplicità di momenti felici, tra “passeggiate coi nostri cani” e “marmellate”, che tuttavia il destino ha rapito troppo presto: “Ciao Elena, ora e per sempre | Nell’aurora e in quei tramonti sul lago | Che ammiravi sempre.” (A Elena).

L’amore rivive nella soavità dei ricordi e nell’idillio dell’incanto dell’intesa: “Due sole anime | Nell’incredulità dei tuoi occhi | Che indenni traspirano. | Sfila tutto ciò | Non corroso dal tempo | Per intensità di sentimenti. | Nella voragine | un delirio adolescente | E una miriade di scintille | Sospese ad un passo | Dalle cime.” (All’amato). E palpita ancora nella foga delle passioni e nel sussulto delle emozioni in un amore cristallizzato: “Altro non è che | Fermento lievitante | a più segreti e lancio | dalle mille incognite | verso le nuvole. | Voci che salpano suadenti | Col vento in poppa a tutto tondo | Felicità nel sentirsi | E della prima carezza | Dalle mani che si sfiorano e | Come il timido bacio sciolto | Tra languori | In voli impossibili.” Una benedizione è la poesia che si dona a chi si ama perché l’accompagni lungo il cammino come un viatico di salvezza e di pace: “Sia il sereno a posarti accanto | tra piumati gesti quotidiani | Alleggerire quell’infinito andare | Con la mia anima | Che da sempre ti appartiene.” (La risposta a: “vorrei vederti”).

Commovente è questa ironia amara, ma anche un po’ affettuosa verso queste “Tre vecchierelle che se ne vanno | A spasso con animo leggero | Con fragilità di bimbo | Sul loro viale del tramonto | Che si fa sempre più prossimo.” (Lente scendevano i gradini, ciò che richiama alla mente “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale” di Montale, nella stessa condizione di debolezza).

A queste dediche segue la conquista dello spazio interiore, attraverso meditazioni e fantasticherie che corrono lungo i ridenti paesaggi: “Un pensiero mi sfugge or ora | leggero, inconsapevole | al mistero fluttuante | che spalanca la mia anima | in voli liberi.” (Fantasticando). La memoria è oasi fiorita da cui rampolla la vita custodita nella sua inviolabile sacralità: “Come onde schiumano alla luce | e così via le altre | in un corale suono di scroscio | sfiorando la morbidezza | d’un sogno maturato | o verso un suono scadente.” (Non restano che i ricordi). Ci si ritaglia un’intimità al riparo da ogni oltraggio profano: “Chiuso l’uscio alle inciviltà | Sto col silenzio | Che sussurra altre cose | E trascendo dall’altrui scorno | Tra tele e colori a olio.” (Al residence “Le Magnolie”), ciò che riecheggia la cadenza lapidaria del Natale ungarettiano (“Sto | con le quattro | capriole | di fumo | del focolare.”) Ci si può mettere all’ascolto di Una emozione che infonde serenità e pace interiore: “Poi, ecco il traghetto | Primo movimento al largo | Che scivolando tra l’acque immote | silenzioso avanza | Con ghirlande di luci accese | Aprendo il giorno e il suo carico d’affanni | Con questa bellezza che mi nasce dentro.”

L’età giovanile affiora in tutta la sua freschezza e promessa di felicità intrepida: “Oh giovinezza! | Giardino fiorito di gemme | dischiuse alla luce incerta | e a pallide aurore distratte | dal lento corso lunare!” (Dove riaffiorano i ricordi). Ciò accende il rimpianto di una perduta stagione che arride, ormai lontana, con la sua scia luminosa: “Ah, cosa non darei | per calcare la soglia | di quei sorgivi orizzonti | nella medesima favola! | Fu in primavera forse | con le sue dolci lusinghe | profuse in solchi | sondare in pensieri fragili | il suo buon seme.” (Una scintilla). Il tempo, nella sua corsa inarrestabile, sembra travolgere tutto e tutti, senza ritegno alcuno, mentre la vita fugge rapida come un lampo, senza che si sia compreso appieno e lasciando quasi sempre molto di incompiuto: “Non ha memoria il tempo | Né riposo per la corsa | Mentre sfuggevole | Alla velocità impensata | Insegue la sua rotta. | (…) Troppo breve è il nostro tragitto | Come flutto sciolto alla riva… | La nostra firma in calce. | Pagine eternamente vuote | Lasciate senza memoria | Nello stordimento di assenze | Che non hanno nome.” (Non ha memoria il tempo).

La scintilla dell’anima, nella spola tra il cielo e la terra, ricama arabeschi di emozioni e di dolci fantasie: “Non ha confini il guizzo | Confessa, macina, allude | Assurge desideri ad ogni colpo di remi | Reso possibile da risvolti | Involontari per le prossime ore. | Un lancio nell’aria rarefatta | Senza attrito | Col solo ricordo | Conservato indenne | Battente a unisono.” (Regalati una favola). Si è sospesi su questo avamposto di vita, un po’ come cantava Ungaretti (“Si sta come | d’autunno | sugli alberi | le foglie”, Soldati): “Si sta come su d’un vascello | Alla conquista | In spirituale meditazione | E un afflato lieve | Come il nonsenso | Al totale affidamento | Verso quelle rive | Frustrate dal vento. | (…) Ravviso lo schiumare di questa vita | E più in là dove si assottiglia | Lo sciabordio alla battigia | E sarà il prossimo porto | E amica la visione viva.” (Nella sconfinata bellezza).

Madre Natura è un’altra dimensione rassicurante, speculare di quella domestica, un grembo che accoglie, una dimora per l’uomo che vi abita e vi può rintracciare l’armonia di ciò che è stato creato da Dio in una suprema espansione d’amore, come si canta in questo Inno alla primavera: “Ancora qua e là sprazzi di neve | Ma largheggia sulla sponda | Lungo quel declivio al sole | Una estesa fioritura di primule gialle | E di violette. | (…) Eccola qui | Col fermento non tutto presente | Ma prossimo | E ninfa dalla veste colorata | Con la sua sporta ricolma | Spargere i suoi colori | senza un ordine preciso.” Accanto a questa che è annunzio di resurrezione, anche la stagione che è presagio della fine, l’autunno, ha il suo fascino particolare: “Oh stagione mutevole | Dalle mille nostre aspettative | Rendici lo stupore delle tue tinte | E quel senso di languore | Che scende come brivido sorgivo | Inspirato in questa alba fresca!” (Già l’autunno). È la poesia sognante che si culla con le forme vezzose della natura che attirano lo sguardo e suscitano accenti di meraviglia, nella contemplazione estatica: “Come mendicanti questi filari | Cedono ora il loro caduco argento | A memoria di fievoli ombre | Raggi palpitanti tra le foglie | Sparse fragranze di timo e di boscaglie. | (…) E pare le betulle col loro manto bianco | Entrare mute a braccia aperte | Nella notte stellare | Con gli ultimi sospiri | In un profondo sonno segreto.” (Filari di betulle).

È il candore del Paesaggio dicembrino, nella magia della neve che rende tutto ovattato, come in un incantesimo: “Né più si gode della regalità | d’un tramonto in fiamme | cantare l’effimera vittoria sul giorno | (…) Ora misurato è il passo | sulla neve fresca e ghiaccio | il respiro…fumo. | ”

Il mare ridesta l’ebbrezza spumeggiante della stagione dell’infanzia della vita, quando questa sorrideva intatta come aurora dalla sua riva ancora sconosciuta: “Rivedo quella bimba scalza | sorridente, con le sue trecce dorate | immersa sino alle caviglie | nell’effervescente spuma | o china col suo secchiello | a ricercare cocci di conchiglia” (Risveglio di memorie); “Sempre riluce l’orizzonte | Dalle remote visioni | D’albe e tramonti | Sopra l’acque | Maternamente profonde.” (Onde dell’infinito mare). O ancora è la poesia evanescente delle nuvole, che cavalcano, come spumeggianti vascelli, la corrente celeste: “Diradano…disperdendo giù nella valle | Tra castagni e pini | Quella loro scia, ormai trasparente. | Così le cime della catena | Rilucono raggianti | La buona novella accogliente | Agli umori che cedono languidi. | Altre ne sorgono dall’occidua riva | Minacciose e statiche… | (…) Un susseguirsi d’imaghi mutanti | Alla perenne attesa di dolcezza…” (Nuvole ed altro). Oppure hanno il fascino selvaggio della tempesta che le attraversa: “L’avvicinarsi dei cirri | Dall’imminente spremersi | E questo volo del vento | Tra le fronde, gonfio ed impetuoso | Far danzarle in un solfeggio | Per poi, repente tra gli spifferi, | Fischiare il suo lamento… (Un accendersi di luci e tuoni).

Un soffuso lirismo permea questa raccolta, che ha le risonanze elegiache di Leopardi e di Pascoli, con pennellate lievi di immagini che incorniciano icasticamente le parole e note leggere che si modulano su ariose vaghezze: “Tremulo ricciolo | sulla cresta dell’onda | schiumando, accarezza | l’invisibile sponda. | Senti, oltre il respiro | quel brusio dal bosco… (…) Ma questa notte è chiara… | guarda le stellanti e quante | disegnare il cielo. | E la luna è così viva | luminosa, palpitante | tra i rami, sopra i tetti | affacciata sul lago…” (Nel silenzio della notte).

Questa raccolta è un inno alla vita che, malgrado le sue contraddizioni e fatiche, risplende di luce propria e intramontabile, nella sua fondamentale bontà e divina bellezza: “Ha radici profonde, pulsanti | Aggrovigliate al crogiuolo | Che arde costantemente | Ogni giorno consumato | E alimenta la cecità nell’anima. | L’amore è come una sonata | Per un turbinio di tempesta lontana | A rigonfiare un buon spartito | Per un’ombra di quiete. | (…) L’amore è vita | E va’ oltre la materia e la sua scia.” (Come l’amore).
Recensione
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