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L’alba di un nuovo giorno

Il titolo del vasto corpus poetico inaugura il messaggio di fondo che abbraccia l’intera opera: la palingenesi che scaturisce dalla sofferenza, la possibilità di prolungare nell’oltre ciò che si arrende alla finitezza della materia. L’alba del nuovo giorno è anche la poesia dell’anteprima: “Ho sognato un ritorno / dove l’alba di un nuovo giorno / apre le sue cortine / su un mondo rinnovato / nella sua innocenza. / dove l’an8ima prende fiato / per un cammino calmo / dove le ore hanno / senso di eterno. / Ho sognato / l’alba di un nuovo giorno / dove la vita, come una pergamena / che si srotoli, / riallacci fili spezzati / dove il male si volge al bene. / Qualcuno dice “è impossibile” / tornare nel giardino dell’Eden. / Io penso tentare è “possibile” / un piccolo passo alla volta / dove ogni cosa ha avuto inizio.”

Nella stessa sezione Amore e Amare, dedicata al marito Livio scomparso, si mette in atto questa quête dell’amato che, anche se non è più presente fisicamente, lo è per sempre nello spirito: “Casa senza palpiti, / silenziosa, muta. / Cuore attonito, / assente di sentimenti. / Pesante come la pietra / grezza, che ancora vive / nell’antica roccia, / e cercare nelle fessure / soccorso a stille / di vaganti sorgenti / per lacrime da piangere. (…) Eppure il dolore / è lì, visibile / troppo grande / per potersi esprimere / e sembra morire con chi / porta tra le mani / fasci di giorni vissuti. / Il richiamo del compagno / trascina la misteriosa essenza / di un amore che deve vivere / l’oltre.” (Richiamo); “Più oltre, più oltre, / al di là del cielo, / e ancor più in là / oltre l’infinito / (…) Solo in Dio riconosco la meta / dove posso acquietare la pena / a attenderti / quando l’ultimo respiro di terra / ritroverà quello dell’Oltre: / quello Universale.” (Più oltre, più oltre).

L’immortalità dell’amore che trascende anche l’estrema frontiera della morte, nella vivezza e nel pathos degli accenti con cui viene cantato, è la prova irrefutabile di tale assunto. “Mi sono rivestita / di perle della tua fatica / Nei capelli il fiore / del tuo sguardo stanco / Sul collo il rubino / soffice delle tue labbra / Sulla guancia il palmo / della lieve carezza / E per cintura / le tue affettuose braccia / Sul petto spargo / i profumati fiori / dei miei pensieri a te / Ed ora ceniamo / alla mensa dell’amore” (Ed ora ceniamo). Gli istanti vissuti insieme non potranno mai essere annullati, resteranno per sempre: “Va pensiero senza tempo, / va da colui che prese possesso / ed incendiò la mia anima / con morbide dita di medusa / Va da colui che, come Penelope / sublimò le ore del giorno / tra gelosia e amore / per frantumarle nella resa notturna / Va e rivelagli quanto ancora / rimane di lui sulle mie labbra / docili al riso e parche nel pianto / Portagli la luce dei miei occhi nei suoi / perché rammenti il nostro indomiti infinito / Va e risorgi memoria / di giorni sfatti e rifatti complici; / dei nostri corpi avvinti nell’abbraccio, / del calore che scioglieva dolcezza / come i dolci frutti di Chios e Delo.” (Pensiero senza tempo).

Anche in Sentimento del tempo affiora la volontà di travalicare il contingente per approdare all’assoluto, nell’oblìo di sé: “Ho bevuto acqua di Lete: / ho dimenticato chi ero. (…) Non so chi ero, non so chi sarò / ho dimenticato ogni cosa / vivo solo il momento.” (Il Maestro e il liuto). La dimensione del presente come unica che ci appartiene, eppure sempre ci sfugge, si protende verso l’altrove dell’eterno.

Il male della Storia, da cui l’autrice non ritorce vigliaccamente lo sguardo, è indagato in seno metafisico attraverso le tragedie concrete che feriscono l’umanità, che si fanno carne e sangue in queste pagine (Guerre-Carestie-Tribolazioni-Tsunami= Migrazione). Ora è la bambina rivestita di una cintura esplosiva cui il padre fa credere di andare a prendere una bambola presso i carri armati: “E la bambina va oltre il mercato / quasi saltellando pensando alla bambola, / col suo vestitino logoro / con una cintura strana che fa tic tac / sotto una giacchetta / e Inschallah e Allāhu akbar, / il padre preme il contatto.” (Vai). Ora è il ragazzino che parte rassicurando la madre (“tornerò”) e invece sui campi di lavoro trova la morte: “E poi l’epilogo: per una lastra di ferro / di una fabbrica crollata e in disuso / qualcuno è venuto / e ti ha tolto la vita. / Neppure il tempo di ricordare / le parole che hai sempre pensato. / “Tornerò madre, / tornerò / e sarà per sempre.” (Io parto).

O ancora è un ragazzo affetto da tubercolosi che muore il giorno dopo il ricovero a Modica, chiamando papà il suo medico, che serba delle poesie nel portafoglio di cui viene riportata una nel testo. È il mendicante che, in mezzo all’indifferenza e ai lussi della gente, chiede qualcosa per sopravvivere. Sono tutte le guerre, dai ricordi del rifugio in Italia ai tempi del fascismo, a quelle più recenti di Bosnia e Siria. La poetessa partecipa intensamente ai drammi del proprio tempo e ciò nonostante individua sempre una speranza verso cui proiettare la negatività: “Uomini, donne escono da tane, / con grido rauco e colore di talpa, / sul grigio, solo colore rosso, / sangue sulle braccia, sui volti accecati… / un formicaio impazzito / corre qua e là, cercano la speranza. / Dov’è la speranza! / Dov’è la speranza! / (…) Piantate alberi / perché possano confidare il loro dolore! / Coltivate fiori perché possa fiorire una speranza! / I sogni torneranno luminosi come i loro occhi. / Forse sarà quella luce che illuminerà / il cammino necessario chiamato: resilienza, / resilienza comunque, a far risorgere / dalle ceneri come la Fenice per ricominciare…” (Oggi).

C’è tanta bellezza anche in mezzo alla povertà, che si rispecchia negli occhi dei bambini, laddove la grazia dell’infanzia è qualcosa che si afferma a prescindere, che ha valore da sé: “La casa più bella / è il ventre di sua madre, / ma quando nasce alla vita / stracci a rivestire. / Eppure / tutti i bimbi del mondo / hanno occho grandi e luminosi / se non muoiono di fame / sanno giocare anche nel fango / e ridono per un nonnulla.” (Tutti i bimbi del mondo).

Nel capitolo quarto, La natura conforta le pene, la full immersion nel mondo naturale è fonte di consolazione e di pace, essere avvolti dalla sua ciclicità rassicurante, che sfugge al declino del tempo, rinnovandosi attraverso le stagioni: “Sempre ritorno a quel tempo / dove le barriere si facevano impalpabili / ed io sentivo la linfa salire / con la tua anima al cielo / per poi discendere con le radici / ai sentieri oscuri della sorgente. / Noi scambiavamo confidenze / albero, amico mio.” (Albero amico mio).

Nella sezione Dubbi e rimpianti Wilma Minotti passa al crogiuolo della severità meditativa e della sofferenza la sua fede e speranza e ne torna corroborata: “Non riusciamo a sciogliere il dubbio, / ancorato alla gomena del porto / come un vascello che non trova la sua libertà. / La notte un sipario oltre il quale / si cela l’ignoto dell’ignoto. / La morte è un oltre vita / o la vita un’apparente morte! / Andare oltre… oltre cosa? / Tu sei celato a noi, / perché ognuno possa cercarti! / Oppure noi Ti celiamo / per la paura di trovarti! / I nostri centimetri di vita / possono sciogliere l’enigma?” (Dubbi).

Pure nel silenzio soffocante dell’insensibilità, quando il cuore tace, insorge la pienezza di senso a reclamare il suo spazio e il suo riconoscimento: “Chiuso come in un pugno, / il mio spirito è stritolato / dall’indifferenza che mi pervade. / Vivo con i miei sensi / di minerale / come un violino senza corde, / cercando impossibili melodie. / Eppure da qualche parte, / oltre il muro invisibile, / capto l’armonia. / A tentoni, / le mie mani cercano / una piccola fessura, / che gli occhi non riescono / a trovare, / che mi possa svegliare / da questa agonia.”

Recensione
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