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L'anima e il lago

Questa silloge poetica, vincitrice del Concorso Letterario Internazionale “Città di Pomezia” 2010, è l’epos lirico di una tragedia vissuta in prima persona dall’autrice, la quale, come dichiara nella nota, se prima quasi aveva “timore o pudore a rivelarlo del tutto”, ora ritiene “che era giunto il momento di non nasconderlo più né a me stessa né agli altri.” Il primo atto di questo dramma, come tutti gli altri, si svolge nel lago – ciò che svela il senso del titolo –, percepito come un elemento minaccioso e spettrale, in quanto teatro della sventura che ha colpito il padre della poetessa, capitano d’artiglieria e d’aviazione, prima ancora che lei nascesse: la morte, ad appena trent’anni, in guerra, durante una battaglia aerea, sullo sfondo cupo della tempesta sul lago. Quest’ultimo diventa metafora del mistero assurdo e imperscrutabile della morte che le ha strappato così prematuramente l’affetto paterno, una ferita incisa agli albori di un’inerme vita nascente, e proprio per questo difficile da sanare, come un marchio a fuoco indelebile. La suggestione dell’immaginazione, che sopperisce al vissuto, è tale da rendere lo scenario terrificante, dai contorni irreali di un incubo: “Il lago si gonfia, ondeggia improvviso, | pallido freme, livido. | (…) Un lampo vivido | squarcia violento le nuvole | e s’inabissa | nell’onde tumide. | Trema al rombo del tuono | la terra squassata, | impaurita | dall’impeto della tempesta | implacabile | sul lago grigio, | pallido, livido.” (Tempesta sul lago in agosto); “S’alza improvviso il vento, urla rabbioso | sul lago che s’infuria, | si gonfia minaccioso in onde nere | e schiaffeggia le rive.” (Pioggia d’autunno sul lago).

È una quïete struggente sulle orme del padre perduto, con intensi accenti di pathos che sfiora lo strazio dell’anima, la quale è interlocutrice del lago, quale depositario del Mistero: “«Dimmi chi sei, | tu che bussi alla Porta del Mistero!» | «Sono una fragile donna che vive | nell’ostico, ferreo mondo | senza trovare una risposta | che illumini il buio profondo, | che squarci la nube del dubbio.” (Tempesta sul lago in agosto). L’elemento dell’acqua ha in sé questa drammatica ambivalenza di vita e morte, di serena bonaccia e spaventosa tempesta; per Giorgina Busca Gernetti è comprensibile che prevalga il secondo aspetto, di cui specchia l’orrore nello sguardo impietrito di Medusa che pare rivelare un oracolo funesto: “L’acqua livida | avida inghiotte le pietre; | lenti s’allargano cerchi. | Vana la magia delle rune. | Silenzio d’abisso | nel vuoto irreale dell’anima.” (Le rune); “L’ala tenebrosa della notte | si distende ampia sul lago | fermo, placato, | immobile | nella fissità della morte. | Solo l’urlo implacabile | del vento | nel gelido canneto | tormenta | la quiete funerea della notte | nella squallida palude | deserta come l’anima dolente.” (Vento nella palude). Nel lago si aggirano presenze inquietanti, fantasmi, sembianze spaventose che danno forma alla Morte che vi aleggia sovrana: “Vanno lievi sull’acqua | del lago, nero di notte e di nubi, | scure sagome informi | come talvolta la schiera silente | di neri monaci avvolti nel manto. (…) | Ormai a me vicini, | già io scorgo del primo che s’accosta | orrido un simulacro | di morte che si cela dentro il fosco | del manto opaco e lugubre. | (…) Lo scheletro biancastro | allunga verso me il suo braccio scarno, | un dito adunco…” (Simulacri sul lago, Incubo).

Sembra che una parte della scrittrice, per il forte legame viscerale che a lui l’unisce, sia affondata con suo padre nel lago, immagine che ricorre come un’ossessione, come un nodo insoluto dell’inconscio che, proprio perché non del tutto venuto alla luce, se non attraverso la “foresta di simboli”, per dirla con Baudelaire, più la vessa, tanto da figurarsi di essere ella stessa priva di vita nell’oscuro fondo lacustre: “Son io senza il mio corpo, | lasciato immobile come una veste | vuota, afflosciata, senza più colore | nel canneto del lago. | È lo spirito mio che vaga libero | oltre le soffici candide nuvole | sull’acqua tenebrosa, grigia, livida | del lago traditore.” (Oltre le nuvole). La stessa brama di vivere, con la sua festa di luci, colori, profumi, nella primavera del creato, sembra averla abbandonata, come, per una sorte avversa, chi l’ha generata, ciò che trapela in Non odo più, capolavoro di metrica e di musicale armonia, pur nella tristezza del dettato poetico: “Non odo più stormire | le verdi fronde amiche | di musica frementi | nell’odorato viale. | Non tinnuli gorgheggi | di colorate piume | canore nella luce | dorata del meriggio. | Non rèfolo di vento | primaverile increspa | l’azzurra seta liquida | e limpida del lago. | Forse è memoria il canto, | il vento, il lago, il sole | ed io non son più viva | sulla terra feconda. | Son spirito che vaga | nell’etere infinito, | che nell’acqua s’immerge | ondeggiando tra l’alghe.” (Non odo più).

Il Mistero che inquieta e sconvolge sembra segnare il passo ad ogni possibile tentativo di essere decifrato, ergendosi come impenetrabile Sfinge, che stronca sul nascere ogni interrogativo: “Una porta di ferro nero sbarra | la strada verso l’Oltre, | verso l’ambita Soglia del Mistero | segreta per gli umani, che nel buio | del dubbio sulla sorte si trascinano. | Lo spirito s’accosta… | La Soglia è impenetrabile. | Sconfitto ed angosciato ora lo spirito | vaga sul lago grigio senza sosta, | nel lago oscuro senza meta vaga. | Non luce vera illumina i suoi giorni, | non luce sul Mistero.” (La soglia segreta).

Si raggiunge il culmine del pathos, in una profonda commozione e una notevole suggestione lirica, in questo incontro con l’ombra paterna, che rievoca celebri topoi letterari, da Virgilio, a Dante, in tale viaggio negli inferi che, come Orfeo con Euridice, vorrebbe strappare il proprio caro dall’Ade, dal regno dei morti, con la sola forza del canto e dell’onnipotenza dell’amore, mentre s’intesse uno struggente dialogo tra anime tra loro saldamente avvinte, di là dall’invalicabile frontiera che le divide: “Nei pressi della Soglia imperscrutabile | un’Ombra vana appare | e s’accosta ondeggiante nell’oscura | acqua fonda del lago, | (…) «Padre, sei tu?» pare esclamare fioca | l’anima-spirito del lago grigio. | «Sei tu, padre, che infine mi compari | sì ch’io ti veda almeno oltre la morte?» | «Figlia mia, son tuo padre, riaffiorato | dal buio della guerra che mi spense | prima che tu nascessi. Ora gli abbracci | solo tra fredde ombre.» | «Padre, soltanto questo mi è concesso? | Le carezze paterne non conosco.» | «Sorte amara per te, piccola mia, | e per me, che mi spensi nella morte | piangendo le mie bimbe abbandonate | senza poter vedere | te che crescevi ancora dentro il grembo | della madre piangente.» (L’ombra).

L’anima della poetessa vaga sospesa senza sosta su quel lago, come un oscuro e invisibile genius loci, senza poter svelare l’ignoto, come se tra quelle acque tumultuose si agitasse il Mistero cui anelerebbe dare un volto, che può solo immaginare dalla cornice di una foto, mentre vorrebbe restituire a se stessa quei tratti sì caramente vagheggiati, inabissati nel fondo lacustre, e quella voce di cui non conosce neanche la tonalità: “Vaga lo spirito nel lago torbido | senza pace, per l’Ombra | improvvisa nell’acqua, inconoscibile | pur dallo sguardo acuto, non più umano. | I suoi tratti del volto, tanto amato | nelle immagini ornate dall’argento, | incerti, impercettibili | apparivano a chi brama da sempre | il padre suo vedere, la sua voce | conoscere, sapere se dolcissima | e musicale o roca nella vita | reale fosse. Ma tutto è Mistero.” (Senza pace). In quel lago, ossessivamente (“Lo spirito angosciato nella torbida | acqua del lago immobile | vaga ondeggiante di notte, di giorno, | nell’aurora rosata sopra i colli, | al tramonto del sole che s’immerge | nel grigio freddo e cupo”), come il buco nero che insieme a lui ha inghiottito il proprio mondo, il baricentro del suo cataclisma esistenziale, cerca il corpo del padre amato, che più non le è dato rivedere sulla terra. Ed è questa tragica ineluttabilità che le flagella e le raschia l’anima (“come si può ch’io regga a tanta notte?”, riecheggiano i versi strazianti di Ungaretti di fronte alla perdita del figlio): “Cerca un corpo lo spirito vagante, | il suo corpo, ma nulla ricompare | nel canneto sferzato da folate | improvvise di vento. | Nessun corpo nell’acqua ormai increspata, | irta di spuma e creste. | Solo una veste logora, | strappata, sfilacciata, ma fiorita | come nel suo ricordo, | d’angoscia punge, trafigge lo spirito | vagante solitario sopra il lago, | nel lago fondo immerso.” (Tra le canne).

Questo compiuto poemetto lirico si chiude con una rêverie, una visione rasserenante che, tuttavia, precisa amaramente l’autrice, è “solo per i viventi”, mentre lo spirito (“E se dal fondo lo spirito emerge | la luce pare opaca, pare spegnersi”) continua a vagare, inquieto, senza tregua, drammaticamente sospeso tra la terra, le cui ingannevoli seduzioni non incantano – per la profonda cognizione del dolore –, e da cui ci si sente sradicati insieme a suo padre, e un cielo troppo lontano, per poterne godere lo splendore altissimo e confuso: “Il lago azzurro freme per la brezza | che ricama ed increspa | la sua lucente seta sotto i raggi | d’un sole d’oro, libero dal velo | di pallente foschia | che traslucido rende, opaco e scialbo | il bel cielo lombardo. | Candide vele fendono l’azzurro | dell’aria limpida e serena. Candidi | cigni dal flessuoso collo immergono | rapidi il capo a catturare prede | nell’acqua trasparente. | Di smalto il lago e il cielo che i gabbiani | graffiano con i voli. | (…) Ma lo spirito errante senza pace | nella profondità buia del lago | più non gode di questa viva luce | del sole, della serica, increspata | superficie dell’acqua | luminosa, invitante, serenante | solo per i viventi.” (Sole sul lago).
Recensione
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