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Questa silloge esprime una tensione lirica, come rivela lo stesso titolo, verso “l’assoluto perfetto.” Mentre la materia sembra sbriciolarsi sotto l’urto della corrosione del tempo e delle intemperie, lo spirito si leva puro e libero ad innalzare il suo canto, a librarsi nell’infinito, a inabissarsi nell’oceano. Sopra il caos del mondo (“d’un silenzio si accende il Caos”, il Calvario) insorge questo anelito di assoluto, di un principio fisso che non disorienti, un punto cardine su cui poggiare la propria fragilità, come l’eterno motore immobile prefigurato da Socrate: “Più d’ogni altro s’abbruna questo tempo, | che ci abbandona al solco del fossato. | Tu dammi un segno, fasciami di Te | fammi dono di qualche amnesia, | fa che ognuno si trovi sullo scenario | più eletto dell’umanità, | dentro il delirio della Tua assenza-presenza | c’è il divenire del Principio Primo.” (Sento ardere l’incenso).

La salvezza operata dall’amore supremo, culminata nel suo sublime sacrificio (Il Tuo martirio, fiore scarlatto, | accerchiato nella sua infinitezza, | si dilata come una spuma solare”), s’impone per la sua forza assoluta su tutto e nonostante tutto su “l’uomo salvato, malgrado se stesso”: “Nella Tua carne l’unica assoluzione, | sangue versato al Golgota | in remissione dei nostri peccati. | Dalle Tue piaghe, marchiata a fuoco, | la Resurrezione.” (La cecità). Il dramma della passio Christi e dell’umanità, lungo questo iter doloroso, è delineato con un pathos notevole: “Dell’uomo nuovo, fosti | il corpo straziato, iato senza fine, | bellezza che tocca il sole | e lo riversa a tutte le creature.” (Tutto è compiuto). Si ha una cognizione profonda, propria del “vero poetico”, secondo la definizione manzoniana, che sa penetrare là dove non giunge la narrazione dei fatti. Con un impressionante realismo s’incarna il dramma vissuto in prima persona da Cristo: “I pretoriani di Cajfa – vettore d’assedio -, l’avanguardia scalmanata | a far scempio delle Tue membra. | Con un frullo d’ali potresti… | oh, sì, potresti ancora salvarTi. | Accerchiato da grida e bestemmie: | la vetrina delle vanità espone i Tuoi brandelli. | Ti beffeggiano i giudei, | untuosi impostori, abitatori di abissi. | L’anima mundi è connivente | evoca un cielo senza stelle… | Il legno imbrattato solleva | un vento di colombe violate. | Si schiudono sudari inaccessibili |sui Tuoi chiodi, si arrotano ai tendini, | alle ossa necrotizzare dall’agonia. | Mai tempio fu più profanato, | più svuotato di quel Tuo avamposto sacrificale. | Esser(ci) | lì, in quell’ora della tribolazione: | dolore estremo, ma redento.” (Il resto è niente). Lo strazio disumano sostenuto da Cristo con un coraggio sovrumano si materializza in questi versi: “Umiliato come un reietto: | il perizoma esiguo sventola | come un urlo nel buio. | Ti fa umano oltre la ragione | del trionfo, lo smacco di ferite, | lo scialo della sconsacrazione. | Maria di Magdala ai Tuoi piedi | piagata all’accezione d’agonia, | Ti sa sventurato alla gogna. | Il frutto del suo ventre tracanna | il calice amaro… le rotte del calvario.” (Esser(ci)).

Il potere delle tenebre (Questa è l’ora delle tenebre aveva preannunciato Gesù) esplode con quella furia omicida con cui si reclama il sangue dell’Innocente (Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli) che rispecchia la ferocia autodistruttiva che l’uomo rivolge su se stesso e sugli altri e che, per la prima volta, ha l’occasione di sfogare su un Dio fattosi Agnello inerme: “Gli ultimi azzardi Ti espongono | alla sentenza: -morte, morte - | l’urlo dei dannati è folgore farisea: | per un pugno di denari il boia, | Ti consegna, ti rinnega tre volte. | La smania di appenderTi si fa urlo, | sordido urlo agli astanti, | (farneticazione o viltà?) | mentre ai baccanali di Caino | trascrivono la storia del peccato, | le Tue ferite martellano | come piccole morti indistinte, | accavallate le une alle  altre. | - Si compie il misfatto - | Come fiore martoriato dalla grandine | si redime la morte dalla vita, | torna a splendere l’apoteosi del Giusto.” (Al di là del vallo). La tragedia innominabile che si consuma su quella croce è suggerita in questi versi: “Pare incrostarsi al gravame | l’efferatezza senza più controllo, | irrevocabile respira l’aria della fine. | Come trapassati che attizzano | il rigor mortis i tendini | si necrotizzano, ogni lembo di pelle | si espone all’Anticristo. | Ti viene cucito addosso lo scempio, | una lapidazione della luce abbuia | il Tuo dolore umano, si fa agonia. | La scarsa mercede dei traditori, | è prova del disonore: | neppure una farfalla | in quell’ora è creatura di suono, |………. l’aria è immota……. | consunzione della vita stessa. | Abbà, Abbà.” (Abbà… Abbà).

Una pausa che dà respiro dopo il ritmo incalzante e drammatico è in questa delicata poesia: “Come risacca al grande mare, | la pulsione tra creato e creature: | lo scandire il tempo senza fine | pare avvicini a Dio. | Tu odori d’acque sorgive, Signore. | Ti sento sbocciare alla zolla, | accendere filari di stelle, | cercare acqua per l’arsura del mondo. (…) Conchiglia incuneata allo scoglio, | mi svuoto all’onda che cancella | il ricamo delle tue orme e… | Ti cerco…oh se Ti cerco.” (L’ora inviolata).

Dopo il tumulto dei malvagi, dopo lo strazio del dolore, finalmente perfino il creato respira, dopo quel grido estremo che è un cosmico abbraccio (Tutto è compiuto), il cielo e la terra si riconciliano e l’intero universo è lavato dal Suo sangue e redento, nella palingenesi della Sua Resurrezione che dà luce al sogno di un’umanità nuova che ha in Cristo il suo capostipite: “Sei nel regno del Padre ora a respirare | nidi e germogli di miele. | La Tua vela ha retto alla tormenta. | è Tuo l’Immenso in pienezza eterna, | finalmente, senza predatori.” (Il dolore dell’erba). Tuttavia, resta quella ferita del peccato originale che, se sanata dalla piaga del costato di Cristo, esige la lotta e la fatica quotidiana per essere fedeli a quel disegno di salvezza, per raggiungere l’albero della croce, dopo che la rovina è venuta dall’albero del bene e del male nell’Eden originario: “Tuoi i pascoli verdi, Tuo l’innovato | silenzio edenico, l’atomo e il grido | si palesano al mondo. | Quello è il mondo in cui puoi rivestirci | di Luce, (se lo vuoi).” (La nudità).

La potenza della Resurrezione vince sulla disgregazione della materia e della coscienza dell’uomo, discende nel fondo dell’abisso: “L’ultimo velo si squarcia: | resurrectio | tra cose di terra e di cielo, | come una vertigine d’attesa | sei giunto all’abisso più fondo: | l’espropriazione di sé, essenziale | all’Ascesa, si compie.” (La Gloria di Dio). La partecipazione personale dell’autrice alla passio è di struggente intensità: “Oh bastasse accompagnare | i Tuoi passi alla croce: esser(ci), | quel tanto che basti | per cancellarne la colpa.” (Le tue spine). L’amore di Cristo supera tutte le nefandezze umane, il cui tarlo corrode le coscienze, vincendo l’orrore del male e della morte: “Sei linfa e radice che non temono | il rigore invernale; acqua sorgiva | offerta alla remissione dei peccati… | Ci porgi la Tua ciotola balsamica, | mentre hai bevuto quella infesta | di sciacalli e orride carogne.” (Il vento ci dispoglia). La forza sublime del Suo amore si rivela nella  Sua passione, in quel corpo che si lascia scarnificare per darsi in pasto “ai cani famelici”, in quell’anima che si lascia lacerare dalla furia dei dannati: “Sugli angeli, come un’onta, | è passata la furia degli alligatori, | se ne avverte ancora lo scempio. | Fosti il prezzo più alto da pagare | alla dissennatezza esecrabile del boia. | Vilipeso, a brandelli le tue vesti, | date in pasto ai cani famelici | perché si dilaniassero i lacerti. | (….) Ancora gridano irredente | le voci dei millantatori. | Nulla, neppure un baccello | d’onore che si possa paragonare | all’atomo di sole sul tuo volto. | Non volevi graffiare la pelle al nemico, | mentre t’inchiodavano: | “Padre”, dicesti, “perdona loro, non sanno quello che fanno.” (L’oasi verde).

Non resta che il perdono ad offrire sollievo al tragico subbuglio: “Non ci resta che la brezza la sera, | leggera, come una piuma; | una preghiera raccolta in grembo, | un perdono tardivo | che non meritiamo.” (Un pensiero di speranza). Ci affascina il trascendente, come annuncio di salvezza in mezzo alla generale perdizione: “Tu sei il soprannaturale, l’approdo | e l’indulgenza indivisibili, | il vaticinio di speranza. | Ci scorta il mistero della Rivelazione, | dove l’infinito progetto è più arduo.” (Ardue le attese).

Con notevole efficacia icastica si raffigura il mistero del sacrificio eucaristico, di quella trasfigurazione da una dimensione materiale di crudezza ad una realtà sovrannaturale, di sovrana armonia: “La Tua trasmigrazione mirava | a quel fiorire altrove, | come un croco alla Luce. | Nessuna miseria sarà più devastante | di quella morte annunciata.” (Solo memoria).

Il dramma della Madre che partecipa alla passione del Figlio è impresso in questa poesia, nel dolore di colei che si vede strappare la creatura amata dalle sue stesse viscere: “S’impiglia il manto di Maria | al legno della dilapidazione: | dalla nuda essenza, per decifrare | il disegno più grande. | Ombra essa stessa fra le ombre, | all’anfratto si arresta. Ecco, il sacello, | la pietra tombale scoperchiata… | l’urlo della carne trafitta | si chiede il “perché” della negazione. | (…) Oh poter morire dentro il pozzo | che le chiude il figlio prediletto.” (L’alba dell’Avvento).

Suggestivo questo slancio trepidante dell’anima che si leva, come ridestata dal richiamo dello Sposo che bussa (Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba): “Accenderò l’infinito di una grazia | che tutto denuda l’ultimo tratto, | sarò da Te, Signore: | l’anima leggera dalle fronde | coglierà il Tuo respiro, senza ferirsi.” (Tra case bianche e libeccio). Il divino, come insegna il profeta Elia, è nel tocco leggero della brezza, sulle corde leggere che fa brillare la sovrana armonia che tesse come un’arpa d’oro sottesa tra terra e cielo. Ascoltare questo respiro lieve che sottende all’essere è privilegio del poeta: “Sei | la fonte battesimale dell’unico perdono, | il divino messaggio della redenzione. | Impariamo da Te ad amare l’erba nuova, | quando sulla fronte dell’inverno | spunta la prima gemma mite | e silenziosa, | come luna persa in fondo al pozzo.” (La voce di tutti i silenzi).

D’impressionante vividezza realistica ed emotiva è quest’altra immersione nell’abisso di dolore che ha raggiunto il Signore nel suo vertice d’amore: “anima mundi, giunco piegato | alla marea degli sputi. | Gesù di Nazareth non regge alla Croce, | cade, si rialza, confuso al delirio | del branco barcolla all’asprezza | dei farneticanti, | al plebiscito che ostenta la sua fine. | Sperimenta la solitudine del gorgo, | la frana negli abissi, il cielo senza stelle. | La Sindone rimanda il volto tumefatto: | “Eccomi, Padre, sia fatta la Tua volontà.” (Nessuno cambiò la Tua sorte). Il creato stesso è offeso e come ammutolito dinanzi a tale innominabile strazio, l’assassinio di un Dio: “Pure l’erbe non ricresceranno | sotto il legno della Crocefissione, | è tabula rasa l’albagia. | Un fremito accende il dolore del vento | non dà tregua, nemmeno ai calchi | dei carnefici, retaggio di Babele” (L’illusione di ebbrezza). La salvezza è un seme deposto in fondo al cuore che, se scaldato al sole, potrà germogliare e si vedranno biondeggiare le messi: “Bene che salva: ecco, | il messaggio: breve e unicum, | spiga che mostri all’agape | l’allotropia del seme. | L’affamato trovi il pane, l’acqua l’assetato. | Scorti ora il sacrificio | del rerum natura. Salvaci. “ (Sia fatta la Tua volontà).

Ancora un altro duro atto di quel dramma in cui trapela tutto l’orrore e lo sgomento di una divinità violata: “Hai subito in silenzio il furore | degli invasati… hai permesso | che milioni di Giuda ti tradissero; | che la perversione oltraggiasse, la stirpe d’Israele. | Si sono ingozzati del Tuo sangue, | pasciuti della carne benedetta | come porci all’ingrasso, | gozzovigliando sull’erba, | come nel bianco bisso | il lerciume di fogna.” (Eri il Verbo eri l’Origine).

Una folgorante intuizione sulla natura umana, sulla sua endemica fragilità, è contenuta in questa poesia: “Non so se la notte ha memoria | del calvario, se l’erba nuova impazza | o muore il sole alle Tue braccia: | com’è aspra l’imperfezione! | Al muro d’ombra sostiamo: | portatori di strali acuminati, | pronti ad attraversare i deserti, | senza guida. | (…)  Dio, com’è aspra l’imperfezione: | sentirsi ora piagati è il precipizio, | nel lutto di granaglie, senza scampo.” (Al muro d’ombra). Di contro si staglia “il perfetto assoluto”, nella sua inviolabile purezza, inaccessibile bellezza e inesauribile Misericordia: “S’apre ad ogni possibile germoglio, | il mattino del mondo, arde | nella bellezza di una luce sommessa, | che fori le nebbie fitte dello straordinario: | il perfetto assoluto è nel cuore di Cristo, | nell’inviolabilità della Sua missione.” (L’avvento è mitezza).

Si può delibare la suggestione delle immagini e la grazia delicata di questi versi: “Stilla d’un miele insinuante la vita, | sulla sua cartina tornasole ha trine | d’arcobaleno, l’infanzia benedicente | della bonaccia madreperla e i risvegli | funestati da uragani e insidie. | Tu sei la linfa che fiammeggia | nelle limpide acque delle rive, | rifulgi nella Trinità del Tuo regno, | come l’oro nel ventre dei deserti. | Solo il Tuo Verbo ci salverà.” (Creature proterve).

La consolazione del Signore che sana le ferite con il balsamo del Suo sangue e nutre gli affamati con il frumento del Suo corpo si stende sulle mortali creature e sull’umanità sofferente: “Hai soffiato alle sorgenti le acque | della natività, hai battezzato gli storpi, | consolato gli afflitti, liberato Lazzaro | dalle sue bende infeste. | Ti sei fatto salvezza, incenso, | necessario al riscatto della genesi. | Sei nell’erba rugiadosa della coscienza, | quando tutto pare pietrificarsi, | perire d’un pianto che riflette il lutto. | (…) La Tua mantiglia allunghi | sui sofferenti, sei vela e roccia, | vertigine fonda degli oceani, | il fine ultimo, l’ascesi e il senso.”(L’ascesi e il senso).

Tutto ciò che devia l’armonia del cosmo è eresia: “Eresia è dove si ferma il girotondo | di lucciole, lo sfascio delle ali. | Lì,  tutto si fa pegno d’eterno | o di nequizie.” (Volge a Te l’ultima ala).

L’epifania di Dio si compone nella leggerezza fatata dell’armonia sottile che arpeggia il creato sospeso tra terra e cielo: “Ha ancora tralci la speranza, | antichi come i palpiti che inquietano | l’ultimo tratto di strada sterrata, | il gravame di un dolore | che si fa memoria, grido insonne. | (…) Dio si curva sullo stelo dolente, | sulla foglia secca, sul polline leggero, | per riapparire dal morbido tappeto | d’erbe o dal chicco di un sorriso.” (Come un grido insonne).

Delicata è questa rêverie che accompagna il pensiero del transito della morte: “Era solo una spiga tremante, | un candido giglio al libeccio, | a intenerire l’aria del tramonto. | L’ala redenta dell’ultimo passero, | preludio di aromi celesti. | (…) Oh quante attese ha il cuore | prima di morire, la memoria | sosta all’abbraccio di bianche corolle, | si fa spigo in chicchi d’ombra.” (Un fraseggio aspro di sole). O ancora vi sono meditazioni profonde sul rapporto con Dio: “Dio solo serba virgole d’amore, | quando tutto è perduto, solo Lui | concede plenitudini d’immenso.” (Mi consegno al ricordo). Il colloquio con l’anima è di un’intima verità che commuove: “Così mi parli, anima, | mi narri di isole e naufragi, | di dolcezze infinite, di pensieri | equidistanti, prossimi alla disfatta, | del viaggio su mulattiere ripide, | scoscese, funestate da fulmini e saette.” (Provo a camminarTi a fianco). Lo spirito della freschezza dell’infanzia è quello che assapora la grazia dell’innocenza divina, la sostanza del sogno e il respiro della poesia: “Hanno tinte azzurre le mie albe, | qualche meraviglia d’infanzia, | quando adottavo a pelle gli aromi | della terra, il pane impastato al lievito | materno, la fatica antica di bassura.” (La lanterna ha consumato l’olio). Quell’innocenza perduta si redime soltanto con il dolore: “Più nulla però che possa riguadagnare | il fiato del primo vagito, | l’abbondanza dei frutti maturi. | Oggi ci torna in frantumi il cielo, | inclina al silenzio, graffia; a sua discolpa, | fa leggero il peso di un pensiero.” (La pena del vento). Insorge sempre quell’anelito profondo verso l’Assoluto, di là dal turbine delle umane passioni: “Oh potessi protendermi a Te | come una rosa bianca alla luce. | Perduta la stagione delle ali, | torno a sfuggire l’inferno dei vivi, | a sedurre le stelle rimaste. | E quel silenzio sbianca le mie notti.” (Mantiglie di fieno).

Tra il principio e la fine, tra l’alfa e l’omega, si dispiega il mistero dell’eterno: tra nascita e morte, tra il proprio perdersi e la vita che non muore: “Cristo accogli la gomena al molo, | nella cupio dissolvi delle tenebre | la nostra vocazione. | Tra la nascita e la morte c’è solo | l’identità assoluta del Sacramento.” (Cupio dissolvi).

Ancora un altro scorcio drammatico della passione, in cui Cristo consuma il suo martirio (“la Tua offerta di pace, | rimasta a metà tra angeli e demoni”), povero e nudo: “La trave pesante alle Tue spalle | portava la schiavitù d’Israele. | Eri lì: le mani alzate, in abbandono, | mentre il sogno Ti moriva | fra le ciglia…” (Per le Tue sole spalle). Lo strazio innominabile del deicidio è saturo di orrore: “Ti hanno infilzato come farfalla | allo spuntone più alto del pinnacolo.” (Ogni attimo). La luce della divinità è offuscata, su questa terra, dalla polvere dei nostri peccati: “Troppo vaga è la memoria di Te, | mio eletto, troppo hai trangugiato | il calice di veleni, troppa ostentazione | miseranda ha fatto negare e rinnegare | il regno di Dio.” (Come il Padre Tuo).

Vi è un’ansia di confondersi nell’abbraccio della SS. Trinità, di naufragare nell’oceano luminoso dell’eternità, di ardere nel rogo dell’infinito splendore: “Essere barlume indistinto | del Tuo sguardo innocente, | azzurrità di guglie e corona | della Tua regalità… | Vorrei fermare l’attimo, | al riverbero dell’oro solare, | quando si fa diadema sul Tuo capo | ogni più piccolo riflesso di cielo.” (Ti ho cercato).

La missione del Salvatore è di non spezzare “la canna infranta”, ma di “disegnare una rotta per gl’involuti, | i reietti, gli esclusi della terra. | Poter accendere ora una scintilla | dalla devastazione, un fiore | appartenuto al trionfo della vita | sulla morte, la Tua Grandezza.” (Il punto più alto).

vi sono intimi colloqui che trasfigurano il silenzio del lievito d’oro del divino: “Ti sento, | oh se Ti sento essenziale, inaffondabile, | palpitante all’abbraccio delle stelle.” (Ogni attimo).

Ora l’amore di Cristo crocefisso aleggia nella profanazione della vita fragile, come quando Egli stesso s’incarna in un bambino in fasce: “Sei il brandello di coperta che ripara | il clochard, il frullo d’atomo | che annuncia la vita ab origine. | A Te si ferma la fiumana d’acque, | le radici infestate dal peccato. | Abbiamo cavalcato il dolore della carne | (…) Come quella notte a Bethlemme, | sii Tu il preludio e l’abbraccio | tra cielo e mare.” (La sorgente purificata d’acqua).

L’anima si tende incessantemente verso Colui che l’ha vagheggiata per Sé fin dall’Eternità, si trastulla pargoletta tra le Sue braccia, si culla nell’oceano luminoso dell’Eternità: “Ti porto in me, come una conversione | che conduca al perdono, | dialogare in Te è come stupirsi | dinanzi a una vetta incendiata di sole. | Sono rabdomante in cerca d’acqua. | Tu irraggiungibile, celestiale | come un fiordaliso inondato d’amore, | mi segui a distanza ravvicinata.” (Madre di tutte le madri).

Altamente lirico è questo ritratto della Madre Celeste, che ha reso possibile il miracolo dell’incarnazione. “Maria, | madre di tutte le madri, colei | che generò l’essenza di Dio, | e la donò come intermezzo | fra uomo e Dio,  la sospinse ai primordi | per riunire le acque, saldare cielo e terra. | Perché mai tutta l’eredità delle stelle | fu in quel Dio che doveva perdonare | la terrestrità miserevole del mondo?”

L’apparizione di Dio nella propria anima è un’occasione preziosa che trasfigura di intatto stupore la vita: “Ti perdo e ogni giorno Ti ritrovo | nell’onda divina del disegno astrale. | Vi lumeggia appena una polvere d’oro | che sorprende la mia immaginazione. | Mi basta solo la Tua impronta, | l’olezzo inebriante di giglio al sole, | per passare dal nulla al tutto.” (Per passare dal nulla al tutto). Si scava dentro lo spirito per estrarre l’oro dalla castità del silenzio in “anfore di cielo”, per conservare “l’anima | come al principio della natività”: “Ho ancora un residuo di passioni | dentro il vissuto, feritoie d’azzurro. | Un pensiero che prova a tessere | i paradigmi dei residui sogni, | impigliati come liane nel pozzo. | (…) Ho bisogno d’Assoluto, | di recuperare il minimo | della Dimensione Divina.” (Un pensiero a tessere).

Ritorna, come un controcanto, la visione della passione di Cristo, il contrasto tra la leggiadria della sua divina innocenza e la profanazione oscena con cui lo si viola: “Le stelle sono d’indaco stasera, | un intreccio di fieno e primule | si lega alle Tue mani consumate | dai chiodi e dai fendenti. | (…) Si burlano delle Tue nervature regali: | “sono fatte a immagine di cieli”, | Ti urlano: “per qualche paradiso che ti è negato”. | Eppure hanno udito il pianto del glicine.” (Il Tuo mantello). È universale lo sgomento per l’assassinio di Dio, tanto che ci si chiede come siano potuti sopravvivere, non solo l’uomo, ma anche il creato stesso, se non per un disegno di perdono, amore ulteriore  e misericordia suprema: “Hanno profanato la terra, | esorcizzato il silenzio, | perché non si accorgessero dell’ignominia, | del florilegio infame sulla tua carne. | Il cerchio di un cielo desolato | ora si chiude sul loro esecrabile atto, | vagheggia un’ala controvento. | (…) Un tempo che disconosce il canto dei ruscelli: | la rosa più fulgida dell’universalità.” (Il grido della terra).

Una nota di delicatezza è in questa poesia: “Il giorno ha dita di corallo, | orde di tamerici che arrossano il cielo. | (…)  L’acqua benedetta è essenziale alla vita, | come l’ala amorevole degli Angeli | affaccendati alla Tua Croce.” (Prima che canti il gallo).

Il pregio ammirevole di questa raccolta è di rendere l’afflato del divino, la tensione verso l’assoluto con folgoranti intuizioni, la suggestione e l’efficacia delle immagini.
Recensione
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