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Il titolo della raccolta poetica suggerisce già icasticamente il tema preponderante: “le faine”, icona del male, di una negatività che avviluppa la realtà fino a soffocarla. Un’ironia lucida e corrosiva esegue impietosamente l’autopsia sul cadavere di una società “anoressica od obesa”, logorata dall’egoismo, dalla superbia e dal consumismo sfrenato. Con accenti sinceri e intensi l’autore punta il dito contro i mali del mondo, attraverso una poesia che non è estetica contemplazione, un crogiolarsi all’ombra del Parnaso, bensì è carne e sangue, calandosi nell’arena, sporcandosi nel fango, in mezzo ai derelitti, alle vittime di un ingranaggio diabolico. Discende dall’Olimpo dell’estasi artistica e la sua voce si fa aperta denuncia, accesa invettiva contro l’ipocrisia, l’indifferenza, la viltà borghese, l’opportunismo degli intrighi politici. Affonda il dito “nel fuoco dell’eterna piaga” e anche se si ustiona al contatto con il lievito infernale, si erge vindice ad accusare tutte le ingiustizie. Una rabbia e uno sdegno misti ad una profonda pietà per questa povera umanità, per “la terra già stuprata da mille veleni”, sono i sentimenti predominanti che pervadono i suoi testi. Ci offre uno spaccato del Belpaese come ce lo raccontano i telegiornali, ma sotto la supervisione del suo occhio critico, con i crimini orribili della cronaca nera (“Tommy dagli occhi di cielo”), gli scandali dei “ruffiani e mezze calze”, come sentenzia Guccini nella canzone “Cirano.” Proprio come questo celebre personaggio, infilza i suoi avversari con l’immediatezza espressiva delle sue parole, ferendoli con la lama tagliente della verità nuda e cruda che non risparmia niente e nessuno. Il rischio di una poesia ‘realista’ potrebbe essere un impoverimento lirico, ma non è questo il caso di Pasquale Martiniello, il quale riesce a mantenersi sempre ad un ottimo livello artistico, senza scadere mai nella banalità e tanto meno nella volgarità, anche quando si sofferma su temi scottanti. Ci investe con la valanga impetuosa dei suoi versi senza respiro di punteggiatura, che già nella struttura sintattica s’impongono per la loro foga e virulenza comunicativa. Le intuizioni sono molto incisive e c’è posto anche per riflessioni esistenziali, come sul senso della precarietà dell’essere: “Sono per ora un pensiero acceso | Mi spengo e mi accendo come | una lampadina il guscio la casa | sempre temporanei” (Sono per ora). Ci si sente in balìa di forze incontrollate, quali il potere imprevedibile della morte: “Non sono io che | scelgo la modalità dell’uscita | di chiudere il debito con la vita” (Tenevo fra le dita). Le immagini sono pregnanti e calde di vita: “Oggi il grano forte mareggia | all’ira del vento che vortica torce | e sconocchia gli steli e ne fa lettiera” (“Quando maggio è piovoso); “Il vento ispido qui spoglia l’aria | da nuvole e asciuga al borgo il manto | ricamato dal Carro che torreggia | con l’icona dell’afflitta Addolorata.” (Sciupano risorse). Ciò che più esaspera è il tradimento, verso se stessi, l’uomo, Cristo, contro l’autenticità della fede: “Non si nomini il Cristo invano | per sanare debiti folli di coscienza | e debolezze struggenti della carne | appendendolo complice alla parete | d’una cella È strano non tenerlo stretto | e vivo al petto e nel cuore compagno | voce a sgomento degli insulti diabolici” (Quando c’è arsura). Domina la profanazione della maestà divina: “È  | tempo di caccia piena in questi giorni | di assassinio del Vangelo I custodi | della croce tacciono e lasciano il passo | agli anticristi che sgomitano alla corsa” (Odore di frittura). I tempi attuali sembrano aver superato ogni limite di barbarie: “Viviamo il delitto più osceno della storia.” Si avverte la tragica estromissione della sacralità del divino dalla vita umana: “Non c’è Dio È un padre relegato lasciato | negli ospizi” (Quella goccia). Si stigmatizza l’ipocrisia dei falsi cristiani, dei farisei: “Guai a chi tocca il loro Caino | la bestia nera del loro profondo “ (Cristiani). In mezzo a tanto putridume insorge un anelito di purezza: “Magari un vento scioccante | inatteso purificasse l’aria da questo | bruciore di pula rognosa irrespirabile.” Ai margini, con i loro sogni, i loro ideali, ci sono i poeti, “giullari di Cristo”, che vivono come esiliati: “Vivono d’ombra densa mandrie | infinite di poeti in cerca di luce” (Vivono d’ombra). L’autore matura una coscienza storica che “ode i pianti degli uccisi” (È in calvario il sole) ed è consapevolezza dell’estraniamento cui sono condannati gli intellettuali: “Pesa sui cuori la cecità | aspra del tempo | Siamo fuori dai palchi | della grande storia” (Pesa sui cuori). È la poesia del quotidiano, dei piccoli miracoli spesso inavvertiti che costellano l’esistenza: sono gli “umili sapori della vita che ricircola.” Si profila anche una poetica della terapia dell’anima, della ricerca di salvezza nel coraggio con cui si affronta il buio dei tempi: “Fatti infermiera mia poesia Parti | con ago e filo garza e forbici Cerca | i sepolti vivi nelle fosse le tragedie.” (È la borghesia). Di fronte a tanti mali si leva un moto di pietà: “Mia povera gente tu | corri infilandoti nella rete da cui non sei | mai uscita” (La mia officina). Significativo è il ritratto che delinea di Pasolini: “E sei stato divorato dal fragore eversivo | di quel treno lasciato al suo destino | E solo più di un cane in solitudine ti | sbranasti l’anima o pastore senza gregge | poeta-profeta sconfitto deriso portavoce | di una parte del mondo la proletaria | la tua amante venerata lasciatasi inretire” (Nella tua dispensa). Si sente il marciume fin dentro se stessi: “Miele il sonno bruciata | questa carie d’anima” (Miele il sonno). Si auspica una palingenesi attraverso una purificazione interiore: “È macerazione solitaria la penitenza | da scavare nel profondo del delirio | e purificarsi goccia a goccia al | filtro del cilicio interno” (Siamo tutti ubriachi). Il Natale che ci si augura è l’utopia di un regno di pace e di amore: “Quando il pastore non calpesta | neve rossa di sangue e l’uomo | uccide in sé l’istinto di lupo | e cessa di sbranare col suo viso | d’angelo quando la culla è altare | per le madri” (Sarà Natale). Nonostante tutto non si vuole perdere la tenacia di credere: “Non ci negare il respiro della speranza | che ancora palpita nell’ala del passero | ferito Non dite che non c’è più orlo di | sabbia o un ramo che ci eviti il dirupo” (Non ci negate il respiro). Si sente l’impotenza di fronte a tanto male universale (“In Caino c’è il mio il tuo il nostro | male“) che non si riesce ad arginare: “Le vittime hanno sempre torto” (Le vittime); “Il silenzio è voce | d’un dio incatenato” (Quando gli aghi). Siamo come “canne al vento”, per citare Deledda, sbattuti qua e là da correnti opposte: “Forse il grido rotto | di rondini inquiete siamo per vie | e piazze e ponti nostri luoghi e | salotti e campi di parole e d’amore | di bandiere arcobaleno alle porte | uggiose di questo autunno fradicio | di girasoli” (Siamo lo scandalo). La brutalità della realtà ci corrompe, ci violenta: “Il tempo ci stupra e ci fa | detestabili.” (Non siamo che passeggeri). Questa è la dichiarazione esplicita della propria identità di anticonformista: “Sono di svolta un anomalo | un asimmetrico In rottura | con me stesso un dissociato | e nemico dei mangiatori del sangue del prossimo Le faine | vanno lapidate e appese al collo | della pertica” (Sono di svolta).  Oltre alla vena polemica e sardonica, c’è spazio anche per la tenerezza amorosa: “Sospiro di morire nella culla | del tuo cuore quando ondeggia il grano | al volo stridente delle rondini voraci | d’infinito” (Mi lascerei). O è il lirismo di cui è intriso questo vero e proprio inno ad una metafisica paternità: “Sei la terra tenera o secca | pettinata con rastrelli d’oro | l’aratro che pio feconda | il letto di mille ricami di sposa | la voce trepida della stalla | che profuma di latte e aroma | inebriante di giallo fieno | l’acqua che ride in lacrime | lucenti che scappano dal secchio” (Padre). Ugualmente appassionati sono gli accenti che rivolge alla Terra Madre, sull’onda del messianico “nuovi cieli e nuova terra” (Is 65,17): “Non so madre quando in queste | belve battezzate, in queste vie vigilate da | fantasmi, in questi luoghi scrutati da occhi | invisibili ritornerà il tempo dell’amore per | abbracci e tenerezze, il vento d’aprile alle | canizie del ciliegio, il fuoco dei papaveri | a lucerna lungo cigli di rupi a viandanti | penitenti, il sorriso del biancospino che parli | a barbagli di speranza accesi in ugole di chitarre | e zufoli di sambuco contro corde di capestro.” (Madre).

Infine, il nostro Cirano non poteva che concludere con uno sberleffo, sulla scia dell’appello ironico di Baudelaire al lettore in “Les fleurs du mal” (“hypocrite lecteur”), quale orgogliosa rivendicazione della propria poetica di implacabile denuncia e del timbro originale del suo engagement: “Non mi tirare pure tu per la giacca | se il mio verso stravacca Io di certo | a silenzio non soggiaccio.” (Non mi tirare).

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