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La poesia di Claudia Manuela Turco affronta la materia incandescente della sofferenza umana, si addentra tra le pieghe di un’anima ferita, ne mette a nudo le cicatrici, senza ritorcere vilmente lo sguardo, ma lasciandosi turbare dal grido atroce dell’innocenza offesa e della dignità calpestata. Sono i più deboli e i più indifesi, travolti da un destino crudele, che non hanno voce all’orrore subìto (“era come agnello condotto al macello” “e non aprì la sua bocca”, Is, 53,7), a cui la poetessa presta la sua verità profetica. Allora, è il dramma di una donna disintegrata, nella sua identità violata, in una moltitudine di frammenti che non riescono a ricomporre l’immagine originaria (come nel Palazzo di Atlante, la ridda di riflessi contraddittori non restituisce quella vera), come uno specchio frantumato in mille rivoli di vetro. Il suo è un martirio inglorioso, di non minore sofferenza, ma che, per la sua tacita umiliazione, non trova eco tra le stelle di S. Lorenzo e affonda nell’oscurità del silenzio: “Allo specchio | i seni nudi | divengono | occhi spietati. | Le stelle di San Lorenzo | sono un offensivo contrappunto di aghi e spilli.” (Frammenti di donna). Sconvolgente è il brutale sopruso che subisce un’inerme ragazzina, la cui tenera natura e le infantili aspirazioni (era in procinto di restituire alla biblioteca il libro Cime tempestose e non aveva fatto in tempo a dare il nome al suo cucciolo, con il cui nome sulle labbra muore tragicamente ) vengono contraddette dalla logica spietata del branco e sommerse da una violenza inaudita e insostenibile che l’uccide, come un delicato fiore in boccio viene stroncato da una falce inesorabile (soltanto il cielo, che la copre premurosamente con il pudore della neve, sembra avere pietà di lei): “Ella si sforzava di ripensare al suo cucciolo, | che ancora non aveva un nome; | non poteva morire | senza nemmeno avergli dato un nome. | Sulla terra brulla | cominciò a cadere qualche fiocco di neve, | mentre il cuore di Sara cessava di pulsare. | L’ultima sua parola |….cuccciolo.” (Sulla terra brulla).

O ancora è il dramma nascosto di un’infanzia negata dalla malattia, sacrificata nelle stanze di ospedale, il cui stigma ci si trascina dietro anche una volta cresciuti, come un incomunicabile segreto: “Urla strappate | dal ferro che rodeva la carne, | a sangue vivo rosso-vino. | (…) Il cuore | un’ustione che non guarisce. | Eterno dolore fanciullo, | di te nulla racconti, | di te veramente. | (…) Volto, ovale di segreta armonia; | gomitolo di cicatrici, coagulo di cicatrici, | in una matassa di lana che è il nostro cuore.” (Cicatrici nascoste). Il corpo di questo piccolo sofferente è come un codice da decifrare, ciò che si può arguire dalle spiegazioni fornite in nota: “Cerniere nascondono una seconda pelle”, vale a dire “una capacità di resistere alle difficoltà non comune”; “Soffuso calore di preghiera | oltrepassa | i corridoi del vento, | petalo di farfalla” (“Il dolore e la sofferenza, nelle loro varie manifestazioni, possono oltrepassare le barriere spazio-temporali e unire le persone sensibili anche a distanza.”) Ogni bambino si creava un proprio mondo fittizio per sopravvivere allo strazio: “Nel giardino d’infanzia | ogni fanciullo, dalla sua cella, | costruiva una galleria sotterranea. | Delitto | infrangere | promessa di un bambino.” Non è dato in alcun modo di recuperare la stagione d’oro dell’infanzia, ormai perduta, in una tardiva involuzione: “L’immobilità è stata | maestra di autocontrollo, | per riscoprirsi poi, | troppo tardi, | fanciulli in inattese esplosioni.”

Il fascino malioso del notturno, trasfigurato dalla sublimità del dolore, ispira l’intensa suggestione di questi versi: “Un velo nero cela un velo bianco, | cielo crivellato dalla luce delle stelle, proiettili di | oro puro | Graffio di ruggine | dalle vie impervie | salendo sulle ali degli angeli. | Ceneri e violette | ombrellini colorati, | dipinti a olio sul velluto, | danzano sull’orlo della brocca | Un’oliva di sangue | il brivido.” (Stelle- Spille, In eterea contemplazione).

Geniale è questa intuizione della parentesi, il cui segno grafico si apre all’inizio e si chiude alla fine del testo, quale “espressione sintattica autonoma” che “può occupare il primo e l’ultimo verso della poesia da sola, disegnando il profilo di un ventre materno”, che rivela questo desiderio di ritagliarsi un’oasi fiorita di silenzio, una nicchia di sacralità in cui custodire lo spirito, un grembo fecondo che protegga la vita fragile, col suo rassicurante tepore, dalle sferzanti insidie terrene: “Mi chiudo | nella brughiera | oliveto di sangue | (…) Mi nascondo in una nicchia silente | parentesi-conca di ventre materno.” (Tra parentesi).

Un grazioso inno all’amore è Per sempre nel Golfo dei poeti, in cui si celebra l’imperituro sodalizio tra l’autrice e il suo sposo, che sfugge alla corrosione del tempo, cristallizzandosi in un’avvincente metafora, la cui icona è una fanciulla di neve, protagonista di un racconto natalizio russo, la quale, sull’onda della festa della vita della primavera, s’innamora, disgelandosi e donando il suo cuore: “Il cuore tremante | offrì il suo giglio di mare. | In una danza divenni primavera, | tua sposa incoronata | con un diadema di Claddagh. | Senza uno specchio, | riuscivo a vedermi. | I lunghi capelli mi vestivano di luce.” Pure se contraddice il racconto fiabesco, in cui la fanciulla di neve dileguò, inghiottita dalla bella stagione, per il respiro poetico immancabile è il lieto fine: “Note flautate | accompagnarono il cammino del sole. | E fu sempre primavera.”

Quale testimone di fede e di verità nel sanguinoso tourbillon della Storia, si evoca la figura luminosa e gigantesca di Giovanni Paolo II: “Omino viola, | molla dalla schiena avvitata, | nei tuoi occhi | la fragranza della terra, | nei capelli nerissimi | la forza di fili bianchi, | stigmate aperte di segreti | col pianto nel pianto condivisi, | noi che ci siamo attesi nella roccia. | Resta il nostro sangue, | solo il nostro sangue, | dietro la tenda, | dato e non ricevuto, | il fiume di sangue degli arcani maggiori, | il nostro sangue inascoltato | macchiato dell’onestà del dire.” (Non abbiamo tempo).

Vi sono, poi, frammenti che catturano barlumi di miraggi fugaci, di sospiri amorosi: “Ti persi | in un soffio, | per ritrovarti nel vento.” (Corrispondenza d’amorosi sensi). Oppure balenano sprazzi di emozioni e di suggestioni visive da decifrare dal codice della scrittura: “Uncini indecifrabili | le tue parole. | Come note metalliche | effuse da argentine corde | d’arpa di giada, | come spada falcata che s’agita | minacciosa sul cuore, | tormentavano | la mia mente.” (Uncini). O Ancora sono delicate rêveries: “In una scintilla di seta | pulsa | un’anima errante.” (Scintilla di seta). In un’atavica smemoratezza, come in rarefatta bruma, si smarrisce la propria identità: “Lontano | o vicino, | perdo i miei luoghi.” (Identità mutevole). Inviolabile è l’aura sacrale della poesia, da non infrangere con la menomazione dell’impreziosimento semantico: “Delitto offender | perfetta armonia | mutilando | di parola poesia.” (Sacralità).

Claudia Manuela Turco mostra di sapersi destreggiare con agilità lessicale e ariosi slanci lirici, anche quando affronta temi difficili e scabrosi (ciò che denota una sensibilità altruistica non comune), come la violenza di cui è oggetto l’identità femminile, la sofferenza e la malattia, senza, per questo, privarsi di vaghe e leggiadre evasioni che l’estro poetico disegna come aeree volute di fumo nel cielo inviolato della fantasia. Questo eclettismo, questa capacità di dominare la materia interiore e di plasmare forme ornate e tornite, costituisce il maggior pregio dell’autrice, la quale si profila come abile artista a tutto tondo.
Recensione
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