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Il testo di Antonio Crecchia è un’ampia e accurata monografia dedicata all’amico poeta Pasquale Martiniello. Condotta con metodo e sapienza critica, ci offre una panoramica completa della produzione artistica dello scrittore di Mirabella Eclano. Vengono ripercorsi rapidamente i dati biografici, dalla sua giovinezza trascorsa tra il lavoro nei campi e lo studio, che lo ha portato, dopo la laurea in Lettere all’Università di Napoli, all’insegnamento nelle scuole superiori; poi il suo impegno nella promozione della cultura, con l’istituzione del Premio Nazionale di Poesia “Aeclanum”; la partecipazione a giurie di concorsi poetici; la sua attività di socio di Accademie e Associazioni culturali; la sua militanza civile, ricoprendo la carica di sindaco negli anni 70’. Quindi si passano in rassegna da una ad una le numerose opere in versi del poeta, ben ventidue, concentrate quasi per ogni anno della sua carriera, presentandone i contenuti e gli aspetti stilistici. L’esordio avviene con Testimonianze irpine, una rivisitazione in chiave lirica della sua amata terra, “amara e bella”, direbbe Modugno, con la sua gente povera, ma onesta e il fascino incontaminato della natura. In Verso il Giudizio si manifesta quello che sarà il tono dominante dell’intera bibliografia di Martiniello, cioè il carattere inquisitorio di un’indagine coraggiosa della realtà, puntando il dito contro i furbi di turno, cui viene imputata la miseria di una maggioranza oppressa e inerme, ma che serba, nella sua innocenza, una dignità regale che la rende simile alla terra martoriata, tuttavia dalla bellezza intatta. Esodo, raccolta dedicata ai figli, alle sue “gemme”, Luisa e Alfonso Roberto, è ancora il canto delle proprie origini, mai dimenticate o tradite nel corso della sua evoluzione, soffermandosi, in particolare, sul fenomeno dell’emigrazione, che vede il Sud sempre più povero di risorse e di gioventù, con i diseredati che partono con una “valigia scorticata | pesante di pensieri avariati.” Il passo del Sole insiste nuovamente sul tema dell’emigrazione, con un riferimento costante alla figura paterna e alle proprie radici, al conflitto generazionale e alla precarietà dell’esistere, con l’alternanza di un’atmosfera “memoriale, di ritorno al mondo mitico dell’infanzia”, in un tono elegiaco e di una “storico/cronachistica”, in cui si ridesta la sua vis polemica. Lacrime sulla soglia nasce dallo strazio del terribile terremoto che colpì l’Irpinia il 23 novembre 1980: è dunque tutta intrisa di profonda mestizia e di un senso devastante di impotenza, ove non c’è più posto per le accuse, bensì è il momento di una sommessa riflessione intorno al dolore (“Madri togate di dolore | suonano il capo | sul prato sordo delle bare”); ugualmente il tragico attentato nella stazione di Bologna, che provoca 80 morti, tra cui bambini, è un grido senza voce che sale dalle macerie. Vipere nello stivale risente ancora del trauma del terremoto, che ha procurato all’autore come un’afonia e un rallentamento della sua attività creativa; il paesaggio è quello di una rovina, come in “S. Martino del Carso” di Ungaretti, dove tutto è pietrificato (“Pietre | maestre di vivo silenzio | scoperte e nascoste | unite e disperse | dentro mi siete radici di sangue”), ove si aggirano, per di più, gli avvoltoi, la mafia che “s’incattedra.” Con Il lamento di Gea il dramma esce dai confini della propria patria e si estende ad una dimensione planetaria, con una meditazione realistica ed amara del destino di questo mondo avvelenato dall’inquinamento ambientale, sociale e morale.

Con L’ora della iena s’inaugura quel ciclo della mitologia del male attraverso una fauna del negativo che avrà ulteriori riscontri nelle opere successive, con una lucida analisi della politica corrotta e “dell’irrisolta tragedia del vivere civile”, come scrive il critico Dino Papetti. I canti della memoria è di nuovo un testo dedicato alla sua terra e alla “sacralità della famiglia patriarcale”, con la figura paterna dominante e una condizione filiale vigile e viscerale. Le piste del tempo sono costruite su un “flusso di coscienza”, in cui affiorano sensazioni e pensieri, sorretti dall’immancabile ironia, risalendo al proprio vissuto e a quello del suo tempo. L’orlo del bicchiere ha ancora il tono dell’invettiva contro il degrado sociale e morale, in “un pessimismo senza via d’uscita, affiorante da una coscienza delusa, ustionata da tanta perversione che caratterizza i comportamenti individuali e collettivi di una società allo sbando.” Memoria e tempo ha come contesto un’altra volta l’Irpinia, questa volta inquadrata sotto il versante culturale, di un carattere non meno avvilente, dipanando il filo della memoria, ma senza escludere lo sguardo critico sulla società odierna. I lunatici è un ulteriore atto di accusa contro i burattinai del potere, denunciando “l’inconsistenza razionale, il parassitismo intellettuale, la dabbenaggine della classe politica, le sbavature della burocrazia, la teatralità e il potere nefasto, antieducativo, di taluni mezzi di informazione.” Radici è una “discesa agli inferi”, nei sottoscala tenebrosi delle manovre istituzionali, con una speculazione sempre più mirata che si addentra nei bassifondi delle meschinità umane che corrodono il tessuto sociale. La vetrina, dedicata al “Chiarissimo Professore Giuseppe Giacalone”, segue il filone dell’indignatio, la stessa che ha ispirato le Filippiche di Demostene o le satire mordaci di Giovenale, nonché il tono agguerrito dell’Inferno di Dante, ed è veramente una sorta di passerella in cui vediamo sfilare tutte le brutture di questo mondo, con il loro falso luccichio che abbaglia le menti deboli. In Ossimori si punta il dito ancora sulla corruzione endemica dei nostri tempi, caratterizzati da “gazze ladre”, “carogne mai battezzate da padri dissoluti” e chi più ne ha più ne metta, soffermandosi sulle contraddizioni laceranti, sulle “due facce mai identiche di una stessa medaglia.” Il picchio prefigura simbolicamente l’azione di scavo nell’intricata realtà, martellando sui mali consueti (“Sai che dentro c’è un farinoso | vuoto da cancro, ove nidifichi | gioioso e vinci del cuore la sfida”); così pure La zanzara è altro elemento naturale icastico per la sua funzione di prurito che esercita sulle coscienze colpevoli. Una pausa elegiaca si ha con No munno spierso, rievocazione di un mondo perduto, quello atavico della civiltà contadina, attraverso la sua stessa lingua, il dialetto, che rivive in tutto il suo calore. I ragni continuano la saga della stigmatizzazione del contesto politico e sociale attraverso una simbologia negativa presa a prestito dal regno animale. Occhio di civetta è lo sguardo acuto e penetrante di chi, nella sua impietosa diagnosi, non risparmia niente e nessuno: “E tu dolce civetta… amica civetta (…) avverti il fiato di presenze oscure e ostili | … e lasci tremiti di gelo nella schiena | un groviglio di pensieri che inforcano difese…”. Infine, a suggellare il ciclo delle icone della malvagità tratte dalla sfera faunistica, in una sorta di bestiario medievale, sono Le faine, che coronano anche la fitta produzione artistica del poeta, in cui l’ironia si fa sempre più corrosiva e la denuncia esplicita, pronta a “graffiare” la sensibilità intorpidita. A completare il saggio vi sono poi “considerazioni di ordine semantico, stilistico ed estetico”, volte ad esaltare l’efficacia espressiva e la maturità tecnica di Martiniello, nonché una “breve antologia di note e stralci critici” che registrano i notevoli consensi riportati. Significativo è il capitolo dedicato alla dimensione religiosa del poeta, il quale instaura un rapporto conflittuale con Dio, soprattutto quando s’interroga sulle calamità che affliggono la povera umanità, ma nel contempo manifesta una profonda fede, in un’ansia di bene comune e di giustizia universale, avvertendo la presenza del Padre nello splendore della natura, nella generosità della terra e nelle vicissitudini dolorose, accanto ai più piccoli e miseri. Conclude il libro di Crecchia una rassegna dei “testi esemplari”, attraverso cui traccia le coordinate di Pasquale Martiniello nella sua duplice veste di uomo, nel suo engagement civile, morale e sociale e di poeta, quale attento censore dei cattivi costumi, ma anche con la sua chiaroveggenza che si lascia incantare dalla bellezza, su cui riposa l’immagine divina.

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