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La poesia di Angela Ambrosini è aulica e raffinata, intessuta di echi montaliani (il libeccio stesso è un tema ricorrente comune) e luziani, nonché di slanci lirici modulati dalla trama delle impressioni interiori, visive e paesaggistiche. Spesso è la contemplazione della natura, infatti, a far scoccare la scintilla poetica: “Libeccio ci sfiora in questa pausa | d’estate non ancora piena, | né ancora lambisce la riva | del giorno il sospetto dell’ombra | che a settembre già impera. | Se la vita come questa soglia | fosse infinita, di schiarite e fiotti | di vento in un battito fuso | all’opale del cielo, | se parole e pensiero | in docile trama avvinti | l’enigma sciogliessero ostinato | del tempo, al tempo darei | a mani piene il mio nome, | gli anni e forse anche il cuore. | (…) Libeccio ci sfiora in questa pausa | d’estate ormai piena | e rimango qui sulla riva | del giorno, ferma, con te, | in agguato alla sera.”

Delicate rêveries costellano il mondo poetico dell’autrice: “E primule impigliava lo sguardo | acceso di noi che in fuga | danzando a solcare | abissi da prati e poggi | tessevano fili di sogni. | Immenso il fiato del cielo | sul dorso del sole.” Con efficacia icastica si scolpiscono emozioni incastonate in impreziosite immagini: “se qui, adesso tra briciole | di vita più forte m’assale | soffio d’infinito e altro | sole schianta negli occhi | col tumulto delle nubi, affilando | sguardi al respiro di domani.” (L’attimo fuggente); “Solo la parola, la parola | già detta soffia roghi di luce | e sera si fa il baratro illune” (Solo la parola); “Soli nel sole andavamo | tassello dopo tassello | il mosaico delle stagioni | a tingere con occhi di cielo. | E azzurro era | il silenzio.” (Soli nel sole). Echeggiano celebri pagine di letteratura che attingono, ad esempio, al topos della rosa decantata da Matteo Maria Boiardo: “Se di rose s’ammanta il giorno | a rinnovata luce che a fiotti | s’assiepa dietro persiane chine | su macerate frasi e pensieri | e silenzi cupi di affetti | (…) vorrei anch’io l’anima | del mondo lapidare | d’inesausto fulgore e crepitio | odoroso da siepi e viottoli | strappato in dono a tingere | ogni mattino, ogni tramonto e sera | di questa stagione dai vasti cieli, | come le rose, sì, | come le rose.” (Come le rose). Vi è la rievocazione nostalgica ed elegiaca del passato, a cui sono annodati gli affetti e ancorate le persone care ormai perdute, come allo scoglio di verghiana memoria, che si modula in un intenso lirismo ed impressionismo visivo: “Sempre torna alla memoria la sponda | alta del mattino sciogliersi in chicchi | di luce alle persiane e la voce | di mia madre traboccare | dai profumi di cucina. | Mistero ha il tempo andato più di quello | che ci aspetta e stupore sempre nuovo | le consunte cose che lasciammo | ignari nella casa dell’età bella, | ignari di loro vita.” (La casa del tempo). La meditazione esistenziale dell’autrice assurge a verità sublimi e a raffinate evoluzioni artistiche, consentendoci di assaporare l’eleganza e la delicatezza dei versi: “Ma nell’irrefrenabile flusso | di vita che attanaglia, | inganna e si ripete con l’arco | rapido del cielo che uguale | a se stesso mi sogghigna, | scacciare il germe del naufragio | per farne nuova spiga, | questa è la spiga che ci è data. | Questo è ciò che m’appartiene. | Tutto il resto sia fremito d’ali, | lumeggiare scheggiato | dalla fuga dei giorni.”

Il fascino del notturno, decantato da tutta una tradizione mistica (specialmente S. Giovanni della Croce, di cui è riportata, ad epigrafe del testo, la citazione) e letteraria (Foscolo, Novalis) permea questa lirica: “Notte: figlia ti sono nel vuoto | violetto del brivido a sera | quando inesplosa ancòra | la tua rabbia buia s’attarda | e balugina lumi e memorie, | gesti e intenzioni | per rovesciare cupola d’astri | in antri di sogni. | Notte. | Se ne andrà di nuovo | la tua quiete cupa a ghermire | altri cieli e il pendolo insonne | che di prostrata vita scandisce | i cuori, pungerà adagio | le palpebre al tempo | che definitiva coltre prepara.” (Chiaroscuro). Vi sono espressioni intessute di un intenso lirismo che accarezza i paesaggi e trasfigura la visione del reale: “Ora mio è il mare, | linfa d’ira che ignoto mugghia | oltre pendici e macchie | di questa terra mia, al santo dei poveri | grembo, sepolcro e cielo, | inabissato cielo tra foglie e rami.” (Ora mia è la strada); “mostrami il guizzo di Dio | che mali lenisce quando | trascolora l’onda al respiro dell’arpa. | Qui vorrei, immortale isola immota, | gorghi d’inverno arrendere in bonaccia | mentre turbina il gabbiano | su brughiere di venti | e tanto oceano obliquo intorno | brucia leggende.” (Isola). Suggestiva è questa poesia dedicata all’anima, in un segreto, sacro colloquio con il suo mistero insondabile: “Anima, anfora chiara del tempo | incolume al tempo, | prigione di congedi sillabati | giorno dopo giorno nello srotolarsi | tacito di parole e versi, | fa’ di ogni rimpianto | un turbinio di fuochi fatui, | di occasioni rare non più perdute, | ma tenacemente non volute.” Non si può che delibare la delicata grazia e il soffuso nitore di questi versi: “Se anche fosse questa la mia ultima | aurora, filari di luce vedrei spezzare | il buio, girasole che piega il capo | al fiato fluido del mattino. | Se anche fosse questa la mia ultima | voce, gorgoglio d’atomo al rombo | del mondo, da zolla a zolla scioglierei | in flutti d’eco il seme del canto.”

La vita è sollevata dal volo pindarico dell’arte poetica e dalla levità della suggestione immaginifica, dal respiro dell’anima che in sé teneramente la culla: “Pullula il tempo e all’alito dell’alba | si fa petalo il pensiero, petalo d’ombra | a scrutare tizzoni di speranza | sotto la cenere del dubbio, | ad annusare la strada del ritorno | sotto il fango del dolore. | Ma senza ritorno è il morso del fiume | se nel mare ha il suo approdo, | se tanta luce ovunque vale a espiare | la notte: | prima che tocchi lo zenit | la corrente, di nuovo e ancora saprò, | saprete che nulla è nulla e tutto | sarà spora feconda nello spasmo del vento, | seppure con sembianze di sudario.” (Lontano).

Recensione
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