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Mentre piano risali il torrente

È la poesia idilliaca della natura che si assapora in questi versi, nel felice connubio con le immagini fotografiche, in cui l’immediatezza dell’impatto visivo si deposita nella meditazione interiore e nella contemplazione estetica, come l’onda sulla riva, restituendo la bellezza del paesaggio e al contempo la profondità del pensiero, come in questa accattivante simbologia antropomorfa: “Tutte diverse le dieci sorelle! / Gioiscono per le nubi scure / che salgono dal mare / e assediano le montagne / nel tempo che l’autunno / abbruna la valle / e rinverdisce i prati; / godono nei giorni / che imbiancano le creste / del Corvo e della Conigliera / e luccica di neve la Montagna / al lume della luna. / Vivono d’acqua chiara / che il cielo semina / nelle contrade della valle. / Voluttuose sotto la coltre bianca / e sempre spasimanti / fino a primavera. / Tutte diverse le dieci sorelle! / Diversamente slanciate: / chi dentro una camicia / con sotto un’ampia gonna, / chi dentro la tuta da giardiniere / chi dentro un velo di sposa, / …numeri primi di feconda vita.”

Emozioni, sensazioni, impressioni, così, s’avvicendano “mentre piano risali il torrente”, vale a dire fintanto che costeggi questa “vicissitudine sospesa” (per dirla con Luzi) con l’intuizione artistica e filosofica, rimuginando i silenzi, così come il fiume leviga i ciottoli lungo il greto: “Mentre piano risali il torrente / dell’acqua ascolti il lieve rumore: / un gorgogliare di gocce / che, cantilenando, saltellano scalini / levigati dalle stagioni immemori / che videro pastori e contadini / fra gli ulivi e le vigne della valle. / E mentre indugia in qualche conca, / l’acqua s’ammanta di colori, / pastello di foglie e cielo intorno.” È quanto espresso nella citazione di Jorges Louis Borges posta ad epigrafe del libro: “Guardare il fiume fatto di tempo e di acqua / e ricordare che il tempo è un altro fiume / Sapere che noi ci perdiamo come il fiume / e che i volti passano come l’acqua. / Vedere nel giorno e nell’anno un simbolo / dei giorni dell’uomo e dei suoi anni. / Convertire l’oltraggio degli anni / in una musica, una voce e un simbolo.” (Arte poetica).

Si sosta lungo la sponda del “tempo senza tempo” per affacciarsi sull’Eternità: “Sinuosa scorre l’acqua gorgogliando / sul grigio della roccia primordiale / trascinando tempo soave / tempo senza tempo, / sicché a sedersi sopra un masso / posto a tribuna naturale / ciascuno cancella le cambiali / contratte con la vita orologiaia.” E se panta rei, tuttavia qualcosa resta, come quel detrito infinitesimo che stringi tra le mani e che è il nocciolo della tua vita, il tesoro prezioso che ti è stato affidato e che hai custodito dalla violenza della corrente: “È natura di agreste bellezza / che passo dopo passo / induce a contemplare la sua essenza / di tempo che scorre sull’acqua / senza fretta / e pian piano ti conduce, / fatica dopo piccola fatica, / là, dove dall’alto delle antichi rupi / scorre a rivoli una cascata chiara / sul grigio dorso della nuda pietra / e per mano ti conduce / in fiotto di luce senza tempo.” E restano l’incanto, lo splendore, a margine dei quali si allunga l’ombra dell’uomo, col peso dei sui dubbi e contraddizioni (“Ah l’uomo che se ne va sicuro, / agli altri e a se stesso amico, / e l’ombra sua non cura che la canicola / stampa sopra uno scalcinato muro!”, scriveva Montale in Non chiederci la parola): “E… vengono a trovare / l’acqua scrosciante / fra salici sparpagliati / ai bordi del torrente, / l’acqua cristallina / coi granchi silenziosi, / l’acqua cascante / dalle rupi erbose / forse perché rispecchia / l’umana leggerezza / in rapido cammino.”

La natura assurge a metafora cosmica, evocando nella sua armonia e genio architettonico il principio metafisico dei numeri primi tanto caro all’autore: “Mi sovviene, così, / attraversando il prato che sovrasta / il greto del torrente amato, / il remoto ordine dei numeri primi / socchiuso / in naturali quadratiche geometrie.” Essa sembra personificare anche il percorso esistenziale dell’uomo: “La strada tortuosa / conduce alla meta, / la curva tornante / discende e allontana / un altro tornante / riallinea il percorso / e fluttua la distanza / con l’agognato punto. / E finalmente, bloccati i motori, / un punto d’imbocco / passo dopo passo / alla valle trascina / il gravame del corpo / fin quando non giunge / coi piedi a toccare l’acqua / che saltellando scende / e controcorrente si risale il torrente / fin quando, ad una svolta, / la fatica si dissolve alla vista / della fulgida cascata.”

Questi testi di Filippo Giordano individuano nell’acqua l’elemento primordiale che nel suo grembo trasparente culla la vita, la quale zampilla fresca e rigogliosa dalle suggestive foto delle cascate di Mistretta - quale culmine di pienezza -, o ancora rifluisce nelle anse tortuose dei giorni, tra gli ostacoli quotidiani, per poi sfociare nel mare sconfinato dell’eterno: “Acqua che, secondo le stagioni, / flebile o impetuosa / dall’alto / a precipizio scende / schioccando contro l’acqua, / tambureggiando la terra. / Festosa e sprizzante tempesta / che alla mente richiama / l’arcobaleno fugace della vita.”

Recensione
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