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Minacciosi schiumano i flutti

I versi di Gor’kij, più noto al pubblico come narratore e drammaturgo, hanno l’intensità e la suggestione dei flutti che spumeggiano indomiti e tempestosi, assalendo la nuda riva, riflesso della sua anima inquieta: “Io nuoto, dietro di me / Minacciosi schiumano i flutti. / La via marina è ignota all’anima, / La lontananza è coperta dal manto del buio. / Ma nuoto con la profonda fiducia / Che da dietro le nubi brillerà / Vittorioso sulla grigia lontananza / Un raggio del sole gioioso. / L’onda minacci pure sventura, / Mare – rasserena la tua ira! / Con l’anima audace / percepisco i bagliori dell’alba!”

Il poeta è baluardo della verità più autentica e inconfessabile, che costa lacrime e sangue rivelare, perché per la maggior parte il mondo corrotto e vile non la vuole sentire, soffocandola sotto un cumulo di superficialità e cinismo : “Al mondo fa fatica colui / Che ha il cuore sensibile, / Che vede ovunque menzogna e male, / Ma non osa dire la verità; / Chi è immerso nel vortice delle disgrazie / E da una folla insensata / Di perfidi ignoranti è circondato – / Ignoranti con la coscienza cieca; / Chi al mondo vive solitario / E vede – la verità è disprezzata, / L’urlo della verità non è ascoltato, / Quando intonerà una canzone.”

L’amore è un tiranno implacabile che neanche la furia del mare riesce a spodestare dal proprio cuore: “Addio! L’anima è colma d’uggia. / Sono di nuovo solo, come prima, / E di nuovo la mia vita è oscura, / Addio, mia scintilla luminosa!... / Addio! / Addio! Ho alzato le vele, / Sto mesto al timone, / Voci di gabbiani veloci / E strisce di schiuma bianca - / Tutto ciò con cui la terra si congeda / Da me…Addio! / La lontananza del mare mi minaccia sventura, / Il tarlo della malinconia mi erode l’anima, / E ulula minaccioso il flutto grigio… / Ma il mare con tutta la sua acqua / Non può spazzarti via dal cuore!.../ Addio!” (Addio!).

L’epos poetico intesse l’affabulazione teatrale, ove una donna mette in scena il proprio sentimento di corale passione: “Di notte la strada buia nella steppa - / Dio mio, oh dio – è così spaventosa! / Sono sola al mondo, sono nata orfana; La steppa e il sole lo sanno – sono sola! / Bagliori rossi bruciano il cielo notturno, - / È spaventata nel cielo azzurro la piccola luna! / Signore! Per la felicità o per il malvagio dolore / Anche il mio dolore è tutto nel fuoco? / Non ho più le forze per aspettare ciò che verrà… / Dio mio, come odorano soavemente le erbe! / Oh, se il buio notturno celasse presto il tramonto, / Dio, come sono perfidi i miei pensieri… / Sarò contenta, - seminerò fiori, / Ne seminerò molti, ovunque vorrò! / Dio mio, perdonami! Non oso dire / Ciò che spero…No, tacerò…/ Col corpo caldo son ben stretta alla terra, / Nemmeno le stelle mi vedono nella calda oscurità notturna. / Chi là nella steppa cavalca un cavallo bianco? / Dio mio, oh dio! È lui, mi segue? / Che gli dirò, come gli risponderò, / Se fermerà il cavallo bianco? / Signore, dammi le forze per un parlare affabile, / Insegnami la parola soave. / È sfrecciato oltre, incontro a perfidi bagliori, / Dio mio, oh dio! Perché!? / Signore, manda presto un serafino, / Come un saggio uccello bianco dietro a lui!” O ancora, è l’avvincente favola a celebrare il pathos della dialettica amorosa: “Nel bosco sopra il fiume viveva una fata, / Nel fiume spesso faceva il bagno; / Ma un dì, dimenticando la prudenza, / Capitò nelle reti dei pescatori. / I pescatori ne furono spaventati… / Ma era con loro il giovane Marko; / Afferrò la bella fata / E cominciò a baciarla con fervore. / La fata, come un ramo sinuoso, / Si piegò tra le mani possenti, / Guardò negli occhi di Marko / E rise piano di chissà che… / Tutto il giorno carezzò Marko, / E appena giunse la notte - / Scomparve l’allegra fata, - / Si intristì l’anima di Marko…/ Vagava Marko giorno e notte / Nel bosco sul fiume Dunaj, / Cercava, gemeva: “Dov’è la fata?” / Ma le onde ridevano: “Non lo sappiamo.” / Ma lui scoppiò a urlare: “Mentite! / Voi giocate con lei! / E si gettò il giovane stolto / nel Dunaj, per trovare la sua fata.” (La leggenda di Marko)

L’anelito dell’anima si tende verso il cielo, ma la forza di gravità la scaglia con violenza sulla terra, in mezzo agli affanni e alle frustrazioni quotidiane: “L’aquila si alza nel cielo, rilucendo con l’ala possente… / Anch’io vorrei, anch’io andrei / Là, nei cieli, dietro l’aquila! / Voglio! Ma sono sterili gli sforzi! / Io sono figlia di questa triste terra, / E a lungo le ali della mia anima / Si son trascinate nel fango e nella polvere… / Amo le vostre discussioni ardite / E i vostri sogni luminosi, / Ma conosco le tane buie, / Vi abitano le talpe cieche; / I pensieri belli sono estranei a esse, / E la loro anima non è lieta del sole, / Le opprimono bisogni gravosi, / Amore e attenzione servono loro! / Si ergono tra me e voi / Come un muro silenzioso…/ Dite – con quali parole / Posso attirarle dietro di me? / Il mio amato vaga nel deserto / Nel mare afoso di sabbia rossa…/ Lo so, nella lontananza nebbiosa e azzurra / L’attende il deserto e la malinconia…/ Il sole, come un occhio perfido, / Guarda taciturno dal cielo con sguardo ardente…/ Io verrò e mi leverò accanto all’amato - / Fa fatica là ed è solo! / Il mio amato è snello e alto, / E io sono bella e leggera, / Entrambi, come due fiori, / Siamo gettati sulla sabbia rossa… / In due, abbracciati dalla calura ardente, / Andremo lontano sulla sabbia, / E nel deserto esanime seppelliremo / Lui i suoi sogni… io la mia malinconia...”

La poesia dei paesaggi si staglia con la levità delle maestose vette da cui si può contemplare la vastità del mare e l’infinito che nel cielo azzurro tutt’attorno si spande: “Afa. Quiete…Una veduta stupenda! / Là, lontano, - il mare dorme, / Dalle rive son cadute sulle onde / Le ombre di esili mandorli, / E i platani vi immergevano / il verde rigoglioso dei rami; / E sulla schiuma bianca della riva, / Come un sorriso sono quelle ombre - / Come un sorriso di vecchie montagne, / Le cui cime tetre si sono / Innalzate là, sulla deserta / Vastità azzurra, / Dove la nebbia ha celato alla terra / il loro severo granito. / Con importanza, in severo silenzio / Le teste di antiche montagne / Guardano il velluto del cielo azzurro, / Avvolte da una grigia foschia. / E spaventano il pensiero e lo sguardo / i loro ripidi spioventi verso il mare. / Nella lontananza dei cieli non sentono / i sospiri delle onde e della schiuma rigogliosa - / Questo sciabordio e rumore armonioso, / Colmo di soave, dolce menzogna, / Un rumore accorso ai loro piedi, / Per violare la pace dei loro pensieri. / Ma silenti e tetre, / Le rocce hanno sepolto i pensieri / nel profondo del granito umido. / E, rivestite di nubi, / Stanno così per secoli, / Confortate dal gioco rumoroso delle onde. / Nella tenera lanugine della schiuma soave / Le onde, come sirene, alle rocce / Cantano dolcemente qualcosa, / Ma in risposta alle loro incursioni / I severi scrigni dei misteri / Non concedono loro nulla: / Né un accenno, né mezza parola, / Nulla dei segreti del passato…/ (…) La lontananza del mare è coperta / Da un’assonnata foschia di dolce opale. / Con la sua profondità senza fondo / Lì il cielo è caduto sulle onde / E si è confuso stranamente con esse. / Dolcemente questi due titani, / Entrambi colmi di arsura meridionale, / Sono caduti uno sul petto dell’altro. / Abbracciati, si sono uniti - e dormono. / E come uno sciame non visibile all’occhio, / Là, nella chiara altitudine azzurra, / Ghirlande di sogni sfrecciavano / Sopra di me verso quella lontananza…/ Mi sembrava di vivere / In un sogno stupendo…” (Sul Mar Nero)

Le favole celebrano archetipi dal simbolismo arguto e ardito, come, ad esempio, il binomio inscindibile di Amore e Morte: “Da allora fino a oggi l’Amore e la Morte / Come sorelle vagano inseparabili, / Dietro l’amore la Morte con la falce appuntita / Si trascina dappertutto, come una ruffiana. / Vaga, incantata dalla sorella, / E ovunque – alle nozze e al banchetto funebre / Costruisce instancabile, indefessa, / Le gioie dell’Amore e la felicità della Vita.”

Interessante è questa osservazione sugli uccelli, sulla loro ansia di innalzarsi dalla caduca condizione terrena, secondo la prospettiva meschina del serpente: “Così ecco dov’è il fascino dei voli in cielo! È nella caduta!...Buffi gli uccelli! Senza conoscer la terra, immalinconendosi in essa, sfrecciano in alto nel cielo e cercano la vita in un deserto afoso. Lì c’è solo il vuoto. Lì c’è molta luce, ma non c’è cibo, né un appoggio per il corpo vivo. Perché la fierezza? Perché i biasimi? Per coprire con essa la follia dei propri desideri e celare dietro di essi la propria inadeguatezza per le faccende della vita? Buffi gli uccelli!...”

Intriso di fascino malioso è questo impetuoso presagio di tempesta: “Sulla pianura grigia del mare il vento raccoglie le nubi. Tra le nubi e il mare plana fiera la Procellaria, simile a un lampo nero. Ora sfiorando l’onda con l’ala, ora salendo alle nubi come una freccia, strilla e – le nubi sentono la gioia bell’urlo audace dell’uccello. In quell’urlo c’è la bramosia della tempesta! La forza dell’ira, la fiamma della passione e la certezza della vittoria – ciò che sentono le nubi in quell’urlo. I gabbiani gemono prima della tempesta, - gemono, si agitano sopra il mare e sul suo fondo sono pronti a celare il proprio orrore davanti alla tempesta. (…) Di una fiamma azzurra avvampano i branchi di nubi sull’abisso del mare. Il mare cattura le frecce dei lampi e nel suo abisso le spegne. Come serpi infuocate si snodano in mare, scomparendo, i riflessi di quei lampi. – La tempesta! Presto giungerà la tempesta! / È l’audace Procellaria che plana fiera tra i lampi sul mare che mugghia furioso, ora strilla il profeta della vittoria:- Possa giungere più forte la tempesta!... ” (Il canto della Procellaria).

Spiccano espressioni improntate a notevole efficacia icastica e vibrante lirismo: “Ciò che vedevamo là - / Il colore del cielo con la luna tonda, / Ammantato da un tappeto azzurro, / E branchi di stelle luminose…” (Juzgljar); “Il mare enorme, che sospira pigramente accanto alla riva, - s’è assopito ed è immobile nella lontananza, ricoperta dal luccichio azzurro della luna. Morbido e argentato, si è unito là col cielo azzurro del sud e dorme profondamente, riflettendo in sé il tessuto diafano dei cirri, immobili, che non celano i fregi dorati delle stelle. Pare che il cielo si pieghi sempre più sul mare, desiderando capire ciò di cui sussurrano le onde instancabili, trascinandosi assonnate sulla riva. (…) Le montagne sono imponenti e pensierose. Le loro ombre nere sono cadute sulle creste rigogliose delle onde verdastre e le rivestono, come desiderando fermare l’unico movimento, assordare lo sciabordio incessante dell’acqua e i sospiri della schiuma, - tutti i suoni, che violano il silenzio misterioso, diffuso tutt’attorno insieme all’argento azzurro del luccichio della luna, ancora celata oltre le cime montane.” (Il canto del falco).

I versi di Maksim Gor’kii sono ebbri della selvaggia furia del mare, di cui “minacciosi schiumano i flutti”, appunto, del divino furore che cavalca l’orizzonte cilestre, sospeso tra vita e morte.

Recensione
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