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Nebrodiversi

Il titolo, una geniale sinalefe di due termini, “Nebrodi”, monti caratteristici della Sicilia e “versi”, suggerisce enigmaticamente il suggestivo scenario a cui s’ispira la poesia dell’autore: “Ricordo improvvisamente sbucato / da un tempo di pastori / accovacciati all’ombra di qualche rudere / mentre la nenia delle pecore / si spandeva sulla groppa dei Nebrodi. / Infanzia incavata nella memoria. / Ora l’alba preme sui vetri.” (Sulla groppa dei Nebrodi, da Se dura l’inverno). In questi testi, infatti, prendono vita “odori e sapori”, per dirla con Vittorini, le intense fragranze dei limoni, dei fichidindia, delle zagare che evocano il profumo della terra di Sicilia. L’ “amara terra mia” – cantava Modugno – col suo fascino malioso seduce irresistibilmente i suoi figli, ma anche li condanna all’inanità o li costringe all’esilio: “Occhi di operai, occhi di studenti, / gli occhi dei miei amici, / i miei occhi. / Partiranno domani col solito / treno diretto verso il nord. / Saranno gli occhi di un carabiniere, / di un operaio della fiat, / di un laureato. / Saranno gli occhi di uno straniero.” (Autunno). Essa piange i suoi morti, dopo averli abbandonati al loro destino: “Cresce uomini / e subito li espelle, / Mistretta. / E vedove bianche / attendono mariti. / E al morto del giorno / si piangono anche i vivi.” (Mistretta). Le dure condizioni della povertà insinuano la sofferenza nelle famiglie: “Ancora gambe di bambini tremano / sotto il peso eccessivo del lavoro / e il lavoro continua a restare / debitore nei confronti di molti uomini / e molta gente continua a riempire / treni di valige e di speranze / e troppe madri piangono figli lontani / cupidamente falciati dal capitale / mentre uomini vecchi montano / questo nuovo anno.” (Ancora).

La scrittura ha scaturigine proprio dal paese favoloso dell’infanzia, da questa età dell’oro gravida di primizie di sogni e di ideali. La “vicissitudine sospesa”, per dirla con Luzi, che attiene all’umano, tramandata in quest’opera, abbraccia un ampio arco (dal 1973 al 2012) e trascorre nelle mutevoli stagioni lungo la scena di questo mondo: “E scena dopo scena / la vita si gonfia d’espressioni: / asciutto talvolta l’animo / come letto di torrente estivo / che non ha fiato d’acqua; / tenero, talaltra, e palpitante / come fiamma che s’espande / col soffio delle labbra. / E meridiano dopo meridiano / è tramonto….e meridiano / dopo meridiano è alba altrove.”

La poesia Essere, genialmente configurata alla forma di una clessidra, s’interroga sullo sgomento indefinito di esistere, senza che si possa dare una compiutezza di senso al trascorrere inesorabile dei giorni: “Essere in questa parte d’infinito / solo per una porzione di tempo: / nostro delirio nascosto fra / le pieghe del sorriso / mentre si brinda / all’anno che / va via. / Intanto è giorno e / cruda come un martirio / continua a girare la terra / (l’ieri e il domani non nostri / fanno dell’oggi una prigione…) / E s’intrecciano…e s’intersecano / fedi a sciogliere il dubbio delle cose.” (Essere). Nell’angoscia che incombe e a cui si soccombe insorge il grido dell’anima che invoca Dio, unica sorgente perenne della vita vera: “dio Dio immenso / facci un cenno, mostrati / non fantasia – suggestione / di quattro apostoli, / mostrati e perdona / questo peccato / di incredulo Tommaso.” (Sussulti d’acquazzone sulle tegole).

L’amore è vertigine e brivido inconsulto che percorre le più intime fibre dell’essere, emozione sempre viva e contrastata: “Tu muovi le labbra / verso la mia malinconia / e non ti accorgi / di come, a pugni stretti, / devo battere la vertigine / di te vicina. Poi, / t’allontani inconsapevole.” (da L’amore epigrammato). È trepidazione e soprassalto del cuore: “Esplosiva sorge la voglia / d’incontrarti / in giornate come questa, / col sole che batte / sull’odore di primavera, / nei campi in fiore / e sull’erba / verde / come la mia età di uomo.” È sensazione che resta sulla pelle e che ti porti addosso ovunque tu vada: “così porto le nostre carezze / dipinte sugli occhi e gli abbracci / di seta larghi nel sangue e il senso / della vita dolce sulle unghie.” È ebbrezza selvaggia che accende i sensi: “Forse abbiamo lo stesso cuore inquieto / nascosto nella stessa timida pelle… / Cuore di puledri / sedotti dal profumo delle ginestre / ammucchiate a maggio per le colline. / Cuore di puledri / che lasciati liberi volano per i campi.”

Nel “Villaggio tra le braccia di Morfeo” sfila tutta un’umanità dolente, dei vinti di verghiana memoria, per i quali non sembra esservi speranza di realizzazione o di redenzione: “Diecimila giorni e passa / irrealizzati. / E c’è chi sfida lo sguardo triste / e dà le pacche sulle spalle / e poi la mano / e poi sparisce / portandosi la mano e la speranza.” (Morfeo & Fulvio); “Lui figlio disoccupato, pertanto / dipendente, mentre il petto / i polmoni del padre sempre più spesso / ancorano a sofferte veglie la famiglia.” (Morfeo & Sebastiano); “Cerchiamo sempre la vita / e sempre qualcosa ci sfugge. / E prendiamo un altro treno… / Una disfida, insomma, / tra ciò che abbiamo e siamo / e ciò che avremmo voluto vivere.” (Morfeo & Enzamaria).

In Scorcia ri limuni scamosciata rivivono i personaggi del villaggio attraverso l’immediatezza vitale del dialetto, così come s’incarna la saggezza popolare in figure elementari che assurgono a spunti di meditazione filosofica: “E quando il tempo / mi salì addosso / capii che era lui a comandare / e che l’asino ero io.” (L’asino).

Il sentimento religioso è ricerca ansiosa che si confronta con il dubbio, con i drammi esistenziali e con il mistero: “Chissà come consolerà la vita / questa strenua ricerca del divino / che, evolvendosi, l’intelletto umano / rincorre, senza sosta, da millenni? / Penso, dunque sono minuscolo / granello di sabbia nella immensità, / sale che le meningi spreme / sul caos e sulle forme del Signore. / E se Cosa sono, terrena come / un vaso di coccio che si rompe, / è un fitto mistero questa Cosa / che contiene l’universo nel pensiero.” (Dubbio magistrale). È una speculazione cosmica che spazia dalla vaghezza lirica allo spessore intellettuale della meditazione filosofica: “Vago lo sguardo nell’immenso cielo / sperando nella scia delle comete. / Straripa a volte il Caso dilagando / fra meteoriti che cozzano pianeti / (…) È l’uomo figlio d’uno scriteriato / ordine di forze che s’attraggono / e collima la sua intelligenza / ansiosa con il Tuo volere? / Chi sono i puri ai quali Tu concedi / il codice che valicando il dubbio / nutre di fede il corpo e l’esistenza? / È gonfio di silenzi il Tuo respiro… / oppure parli una lingua universale / di planetarie geometri elicoidali / numeri primi, quadratiche distanze.” (Natale).

L’autore teorizza un’eziologia della cosmogonia che ha a fondamento i numeri primi, dei quali avverte un’attrazione misteriosa: “Ma i numeri primi / possono capricciosamente andare / a zonzo nell’universo mentale / dei numeri interi e naturali / sciolti da qualsiasi regola / a farsi beffe dei matematici / che non riescono a inquadrarli / dietro il canale della comprensione? / Può l’universo dei numeri interi / sfornare primi estraendo a caso, / una tantum, dal pallottoliere / il sempre più raro cavaliere / che non si piega e non si spezza?” (Nel mare grande delle attrazioni). Il numero primo s’identifica con il Verbo della creazione: “Prima del principio era lo zero. /Un buio senza corpo e senza idea. / Poi venne l’Uno, soggetto – oggetto / primo, pensabile, concreto. / Partendo dal vuoto del niente assoluto, / fece un passo e si trovò Uno. / Si guardò intorno e meditando / sulla immensità del nulla circostante / realizzò l’idea di variegare il mondo.” Alla genesi dell’universo è la ruàh, il soffio dello Spirito: “Prima del principio era lo zero. / Un assoluto vuoto di pensiero. / Poi venne il soffio dello Spirito / ad animare di pulsante linfa / la materia oscura e senza tempo. / Soffiò la vita e l’uomo venne, / solitaria creatura intelligente / fra animali e piante d’ogni specie / a far tesoro della esperienza / delle somme dei cicli di stagione.”

Spiccano espressioni incisive e di notevole efficacia icastica: “quel tal giorno del mese di giugno / che ha l’abbraccio di luce più lungo.” (Solstizio); “La città…chiusa al settimo piano / degli orli di prato ha perso l’arcano.” (Il paese usa ancora cantare); “Grovigli inestricabili agli incroci / misurano ai muli la tenacia / e sfidano dei buoi la pazienza.” (Palermo); “Su queste montagne di prati e pini / e case, l’estate prima intravista, / stretta fra due acquazzoni, improvvisa / s’è assisa, regina senza ombre / di rivali a contrastarne l’umore.” (I voli e i versi); “Vomere solca. / Utero inseminato, / la terra geme. / Dicembre vola / dentro fiocchi di neve / viene Gennaio.”; “Talaltra è solo un pallido ricordo / di luna sopra nubi a mandrie / sciolte nella prateria del cielo.” (Talvolta il verso è luce).

Filippo Giordano, in quest’ampia raccolta che abbraccia l’intero arco di una vita, tesse il canto dei suoi giorni, dalle primizie di luce della giovinezza all’imbrunire del tramonto, dipingendo i colori, restituendo gli umori e i sapori della terra natia e ritraendone i personaggi più caratteristici, spaziando dall’ironia, alla levità poetica, all’indagine gnoseologica, offrendo in tal modo un quadro completo della propria personale esperienza di umana vicissitudine.

Recensione
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