Servizi
Contatti

Eventi


Questa raccolta di pensieri e saggi letterari di Pietro Nigro offre spunti di meditazioni profonde intorno all’arte, ai valori, alla società, alla cultura. La poesia è considerata uno strumento di redenzione per la civiltà, che si faccia cioè carico delle esigenze spirituali e morali dell’umanità: “La poesia in ogni caso rappresenta una guida al giusto percorso che la società deve seguire nel suo continuo evolversi.” La scrittura non è autarchica, fine a se stessa, bensì volta all’utile dell’edificazione comune. Essa non dev’essere improntata ad uno sfrenato individualismo, motivata dall’ambizione del successo, bensì deve ricercare un confronto e un dialogo, in modo da essere ricettacolo di fratellanza, non agone di competitività: “Scrivere è dibattere con se stesso e ricercare una soluzione sollecitando la propria coscienza; pubblicare è dibattere e ricercare la soluzione assieme agli altri.” Condividere le emozioni e l’amore per l’espressività poetica è favorire un “matrimonio di anime”, un sodalizio che, come nella Ginestra leopardiana, accomuni gli uomini nella ricerca della verità e della solidarietà, scongiurando “il nostro eterno naufragio.” La poesia è speculazione del trascendente, del sovrasensibile: ha “una sua funzione investigatrice nella sfera del non visibile.” Viene stilato una sorta di manifesto della poesia: “Poesia come verità | poesia come religione | poesia contro ogni ipocrisia | poesia come vita | poesia come eternità.” Ad essa si riconosce un potere di sublimazione, capace di elevare l’uomo al di sopra della sua miseria, un po’ come teorizzava Pico della Mirandola, e di liberarlo dal male: “Se gelosia, invidia, ira, superbia, prevaricazione saranno vinte, se l’uomo vivrà la sua breve vita amandosi e rispettandosi dando a ciascuno né più né meno che ad un altro, allora sì che l’uomo avrà ‘divinizzato’ la sua esistenza.” Si esalta una “poesia onesta”, come cantava Saba e dell’onestà si offre una sapiente intuizione: “È onesto colui il quale agisce in modo da salvaguardare il diritto altrui.”  Vi è una vera e propria ipostatizzazione della poesia, intesa in senso metafisico, quale sorgente di verità, bellezza, armonia e finanche di salvezza, quale essenza e finalità stessa della vita, come scrive in Riflessioni letterarie, pubblicate su “L’Autodidatta”- Artecultura (Edizioni Milano dal 1985 al 2007): “La poesia è via, è vita, ricerca e essenza, capolinea del mistero e della virtù.” Sente tutta l’urgenza educativa di una cultura per la promozione della civiltà e dei valori morali, auspicando addirittura una poesia ideologica, una “politica poetica”: “È compito dello Stato educare alla Poesia: senza di essa non c’è verità e amore; resta solo la violenza e l’odio.”

Sull’esistenza l’autore snocciola alcune sentenze mutuate da un’illustre tradizione filosofica, come il meccanicismo hobbesiano che ispirò anche Foscolo (le “cieche ruote dell’oriuolo” in Ultime lettere di Jacopo Ortis): “Siamo prigionieri, senza scampo, di leggi meccanicistiche; automi che obbediscono ai comandi del loro costruttore, dotati, per colmo di sventura, di sensibilità e capacità di riflessione e perciò procacciatori di ideali (amore, giustizia, bontà, bellezza, divinità).”

La vera libertà corrisponde alla piena realizzazione di sé, al proprio indiarsi: “Non c’è libertà senza il superamento del proprio egoismo nell’affermazione del senso di giustizia, nella trasformazione dell’uomo in essere divino: una libertà che ha come risultato l’amore e perciò non intralciante la libertà altrui con le stesse positività finali determinando così una libera armonia cosmica.” Interessante questa massima sull’infelicità: “Ciò che dispiace all’infelice è che possa trasmettere infelicità a chi gli sta vicino. È facile dire ‘Basta volere, si può superare l’infelicità’, ma questa nasce da circostanze che costituirono l’abbattimento delle speranze di un individuo… e perciò dispera.” Quanto alla verità, si è consapevoli della sua natura misteriosa di rivelazione: “Intuizioni, sì, sprazzi di verosimili verità, divinità mai ben definite, ma non ancora la verità. Un giorno chi la conosce ce la dirà interamente, ma non così, indefinita, labile e inconcludente. Noi cerchiamo la luce.” In Riflessioni su Dio e l’uomo Pietro Nigro si addentra in un’argomentazione metafisica piuttosto complessa, inalberandosi in sovrastrutture impegnative, profilando una cosmogonia incentrata sulla dialettica tra l’Essere e il Nulla, nonché sulla stirpe umana chiamata ad evolversi in divino (Elohim), in una singolare interpretazione del darwinismo.

I saggi letterari offrono spunti interessanti che svelano le competenze dell’autore, docente di letterature straniere, in particolare francese e inglese, sulla poesia ottocentesca e novecentesca. Stimolante è anche il saggio sul teatro in cui chiama in campo l’autorevole voce di Pirandello, con l’immagine icastica delle “statue bianche contro il nero abisso”, vale a dire lo sgretolamento del mito e la totale messa a nudo dell’animo umano, nel suo nero abisso, appunto, “cioè quella tenebra vertiginosa (tenebra in cui ci troviamo immersi, vertigine che avvertiamo in questa ‘discesa’ – infinita nell’abisso).” Significativa è la definizione dell’artista, il quale ha una straordinaria vocazione e missione, quella di portare prometeicamente il fuoco del divino in mezzo alla miseria umana: “All’artista è stata invece affidata l’alta missione di trasumanare l’uomo e aiutarlo nell’ascesa verso la compiutezza della civiltà.”

Recensione
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza