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Noura

Questi versi della giornalista Asmae Dachan – italo-siriana, nata ad Ancona, impegnata nel documentare il dramma che sta vivendo la martoriata Siria – sono una struggente quête della sorella perduta, Noura, il cui nome significa “luce”. Nel cuore della crudeltà della guerra fioriscono lo spazio della memoria, l’oasi dell’elegiaca rievocazione della figura amata, avvolta dalla tenerezza nostalgica di chi ne compiange dolorosamente la scomparsa. In mezzo alle brutalità e agli orrori che hanno straziato questa “amara terra” (se vogliamo dirla con Modugno) cosiddetta del “gelsomino”, sboccia la pietas del ricordo, respira l’umanità sacrale degli affetti.

Come introduce Patrizia Garofalo, le parole sono “rugiada dall’alba”, “lacrima e battesimo di terra” ad irrigare il deserto della desolazione, “primavera di fioriture / inverno di coperta nevosa e calda” (Se le parole potessero…) a stendere un velo pietoso “sull’oscenità della morte”, secondo la definizione di Elsa Morante. Alla rievocazione poetica è affidata la celebrazione di una presenza che, nonostante l’assenza materiale, non dilegua, sulle orme di colei che ha lasciato indelebilmente il segno della sua bellezza e del suo amore: “Ho nominato la mia insonnia / custode del tuo ricordo. / Ho chiesto alla mia solitudine /di accompagnare la tua ombra / e ai miei silenzi di scandire il tempo, / il tempo che separa i tuoi occhi / dal mio sguardo, / il tuo sorriso / dal mio volto di pietra, / le tue mani dal mio abbraccio. / (…) Ho sussurrato il tuo nome alle onde / e le onde ne hanno fatto un’ode / e l’ode ha cullato la luna / e la sua malinconia nella notte.” (Custode del ricordo). Noura, così, s’affaccia come un miraggio che balugina nello sterminato deserto della solitudine e del vuoto incolmabile della sua morte: “Tra me e il mio amore / c’è solo lo spazio del silenzio. / Tra le mie braccia e il tuo profilo / ci sono mari di solitudini e ricordi / dove anime in pena vagano / alla ricerca dei loro amori perduti. / Cerco te, cerco te nello spazio che ci divide, / cerco me nel riflesso dei tuoi occhi, / tra te e me, / dove ora abita la nostalgia, / maestosa e spietata regina dei miei giorni, / custode di quei sospiri carichi di non detto.” (Tra te e me). È visione onirica che schiude il cosiddetto “regno delle ombre” alle visite notturne: “Ti ho vista in sogno, / sorridevi bellissima / eri luce, tu che hai la luce nel tuo nome / e nella tua anima. / (…) Ho cercato di avvicinarmi / ma un fiume di tempo e di spazio / ci tiene lontane / e io vivrei e morirei / solo per poterti abbracciare, / un’ultima volta.” (Cosa vuoi dirmi, amore?).

Il dolore è così opprimente, che lo si vorrebbe eludere, nascondere a se stessi, ma come un macigno non si può rimuovere, e devi sbatterci addosso, ferirti, come le onde che s’infrangono su uno scoglio: “Ho chiesto al mio cuore di non tradirmi, / di non raccontare al mare, al cielo e al vento / il mio segreto. / Ho chiesto alla mia anima /di non svelarsi / in tutta la sua nuda fragilità / nel riflesso dei miei sguardi / ardenti di malinconia. / Ho chiesto ai miei sospiri / di tacere / di smettere quel canto / senza melodia / che scandisce i vuoti / del mio io, / perché io ero te e tu eri me / e ora, senza di te, / non so chi sono. / (…) Ora cerco il suono della mia voce, / ma assaporo il peso del mio silenzio. / Ho chiesto al mio cuore di non tradirmi, / di non raccontare delle tenebre in cui nuoto / cercando un riflesso di te.” (Non tradire). L’autrice reclama ancora l’amore che la sorella defunta tanto prodigava attorno a sé, specialmente verso i familiari e gli orfani siriani di cui si prendeva cura: “Sono una mendicante, / che ti chiede ancora amore, / tu che l’amore / lo spargevi come semi sulla terra arida / e facevi nascere fiori / e facevi nascere speranza. / Ora la terra avvolge il tuo corpo / e io sono gelosa delle sue carezze / perché ti cerco / e mi rispondono solo spine.” (Ti chiedo amore). Il canto assume il tono dell’elegia, per cui tutto il creato sembra partecipare di questo smarrimento cosmico: “Quando i rami di ciliegio / nevicano la loro poesia in petali / e gli sguardi si vestono / di note di un antico liuto / e i silenzi si riempiono / dei colori della memoria / e l’oblio si culla / nello sciabordio delle onde, / allora l’allodola / disegna il suo volo / e il mare restituisce / le anime vagabonde / e il cielo piange / le lacrime delle madri / e la terra si bagna / del segreto della vita.” (Il segreto della vita).

Il lutto della sorella scomparsa si fonde con quello della terra natìa perduta, delle “mie radici recise”, in questa orrida visione - eppur crudamente reale - di un inferno sospeso sull’abisso di questo mondo: “Immagina che dalla finestra / non entri più la luce del sole / né il chiarore della luna / che sparisca allo sguardo / la meraviglia del mondo. / Immagina che dalla finestra / tu veda solo polvere e tenebre. / Solo sangue e lacrime / di donne uomini e bambini. / Immagina che cada la finestra / immagina le macerie / immagina cos’è oggi la Siria.” Le due terre, l’alfa e l’omega - gli estremi da cui si è tessuta la sua vita - l’una ha cullato la sua nascita e l’altra la sua morte: “Si è schiuso il gelsomino di Aleppo / per farti omaggio del suo profumo / e le ginestre del Conero / ti hanno sfiorata / con la poesia dei loro colori / per celebrare te nella luce / o mia luce. / Figlia d Halab, la città delle rose / anima di Ancona, città dalle due anime / tu, come lei, sei il sole che sorge / tu, come lei, sei un tramonto struggente.” Alla scrittura si demanda di perpetuare il legame viscerale con la propria cara estinta: “Ti lascio frammenti del mio cuore / incastonati su fogli bianchi / spartito della mia nostalgia / testamento del nostro amore / parole sussurrate per te / nel vento del silenzio. / Tu vivrai.” (Tu vivrai).

Asmae Dachan consegna a questi versi l’intensa sofferenza della perdita dell’amata sorella Noura, attraverso un canto sommesso, sussurrato, composto nel pudore dei suoi accenti, riversando la piena delle lacrime nella terra impietrita da tanto strazio, come è figurato nel mito della poesia Niobe di Patrizia Garofano citata nel retro della copertina: “Crocifissa nella pietra / non cessò di piangere / nacquero fiumi e mari / avvolsero stelle e corpi cadenti / rocce coprirono / la tomba dei figli caduti a grappoli / appesi ai rami dei meleti in fiore / confuse mare, terra e voli ricadenti / di carne il canto / che Niobe musicò ai morenti. / Sorrise d’azzurrità e per essa pianse. / Ad ogni lacrima / morte e partorienza”. (Niobe).

Recensione
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