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Michele Martinelli si avvale della commistione di due linguaggi, quello della pittura e della poesia, come due facce della stessa medaglia nell’esprimere se stesso: “per raccontare la vita | quella che spesso mi rode | in pittura e nella poesia | binomio esistenziale | della mia personalità.” I versi hanno una leggerezza che scivola disinvolta, mentre le immagini hanno un po’ il cromatismo acceso e la deformazione plastica dell’espressionismo, con quei volti sezionati, grotteschi, caricaturali, che ricordano lo stile di Picasso. Un timbro piuttosto originale dunque caratterizza i dipinti, con figure eccentriche, di non immediata decifrazione. Il titolo della raccolta poetica, Oltre l’infinito cielo, suggerisce la tensione verso il trascendente, alimentata dalla levità della poesia: “Passerò notti insonni | e il mio canto vibrare sentirò | sulla terra della Ninfe.” Attraverso la creazione artistica si supera la solitudine esistenziale: “Le isole sono | dentro di noi | a ognuno lo spazio | che spetta | con mura di case | affrescate | con segni e parole | di pittori e poeti | che soffrono | cose inutili.” Si snocciolano parole come per esorcizzare l’incertezza e la precarietà dell’essere: “Si dipanano le parole | prima che | il colore prenda | luce del giorno | ammesso che ci sia | la volontà | di rimanere integro | nell’essere solidale.” Tuttavia si riconosce anche il limite dell’evasione dell’arte: “il tempo della poesia | è sempre misera cosa | come breve è l’eros | che ci prende | e mai ci arricchisce.” Poi non sempre si ha la fecondità della primavera dell’anima, poiché non si può cogliere così spesso il kairòs, il momento propizio: “Rami spogli | i miei versi | di gemme | difficili a sbocciare | perché la mia stagione | non è ancora giunta.” Quando sarà pronta la messe, sarà il primo a goderne: “Se un giorno fioriranno | le gemme dei miei rami | recisi | nella prematura stagione | sarò io stesso | piantato | a seguire | il tempo utile | per mangiare | i frutti più succulenti.” Socraticamente esalta l’arte maieutica di dare alla luce l’anima altrui: “Datemi la vostra anima | collocata tra meandri ignoti | e sarò consono | a dipanare | il vostro culmine | ripido | oltre l’infinito cielo.”

Diversi sono gli stati d’animo che suscitano la vena creativa per le due forme espressive complementari: alla pittura viene associata la nostalgia, mentre alla poesia l’euforia (“Il pittore e la malinconia | il poeta e il buon umore | così le virtù | degli uomini liberi | si integrano | rendono l’arte | nobile”). Inoltre, alla prima viene attribuito un valore gnoseologico in vita, mentre all’altra, per la chiave del mistero, si rimanda a dopo la morte: “Più che guardarmi | da vivo | osservate l’anima | dei miei dipinti | prima | dopo la morte | ammirerete la mia poesia.” Trapela l’ammirazione per lo scrittore Carlo Levi, auspicando un riscatto per la terra martoriata del Sud, la patria di cui l’autore è cantore: “Smettiamola! | Facciamo vedere | un Sud diverso | oltre Eboli | senza lamenti | senza frontiere | con la gente viva | piena d’amore | di figli ancora | a cui dare | sentimenti nuovi | di pace | di giustizia | di lavoro | e andar lontano | seppure piano.” Questa è la descrizione suggestiva della sua città: “Matera | di tufi corrosa | dai passeri ingordi | come me di poesia.” Come per ogni artista l’opera nasce da una visione che inaspettatamente si plasma in una sostanza autonoma: “Io vedo e dipingo | dentro | si forma l’opera | fuori | sulla tela | si compie l’opera | mirabile | giunta a sorpresa.” In questo modo enuncia la sua poetica: “La bellezza | è l’arma che seduce | io sedotto | dipingo | mondi prediletti | di cose solitarie | fatte di luce | e giochi verbali.” Le sfumature si delineano in fieri nell’evoluzione del pensiero, arpeggiando le note del silenzio: “Non musica per dipingere | ma silenzi per meditare | ore per creare | stemperare | i colori e affini.” Il ritratto dei poeti che ci viene offerto è calzante: “Pochi | felici | i poeti | che si arrampicano | ai muri vitali | spesso abbattuti | dissolti | dall’indifferenza altrui.” L’ironia è spesso il tratto distintivo dei suoi dipinti e l’arma con cui ci si difende dallo spavento dell’ignoto: “Divoro l’attimo | mangio il presente | ma sono sempre affamato | disgustato | della vita piena | di tragedie | che pure si colora | d’ironia.” Nell’inanità del dolore tuttavia si avverte vicina una presenza divina: “Dentro la mia isola | si susseguono gli angeli | a sanare le solitudini | che svuotano l’abisso del cuore.” L’autore si ritiene un messaggero d’ombra, che pure, con la sua intima contemplazione, tenta di penetrare il cielo: “Arcangelo d’ombra | mi cimenterò a dipingere | coi miei occhi | cole mie mani | dal colore grigio fumo | libero di giungere | al cielo | miraggio che inseguo | coi colori della fede.” Si sente tutta la stanchezza dell’uomo viator, affranto dalle disillusioni, dalle sconfitte e da un’endemica debolezza: “Più si curva il giorno | e l’uomo l’accompagna | nei silenzi mai saturi | d’infinite vessazioni | fragili anch’esse | a morire oltre | l’alba d’ombre | di passioni mai confessate.” A volte ci si abbandona alla delicata grazia delle reminiscenze infantili: “Soffioni utili | a volare | a far sognare luoghi | sconfinati | dal vento la fanciullezza | si beava sognando.” Un’inquietudine sotterranea è spesso sorgente nascosta della visione poetica: “Grido ma non sento | l’eco dei muri | graffiati dalla quiete | alta nel cuore | dura a debellarla | conta il respiro | dell’urlo che precede | la malinconia.” Ma è soprattutto la luce divina che ispira l’estasi creativa: “Se non c’è luce | riposano pennelli | e colori | solo tracce di china | riempiono i giorni | dell’assenza ogni volta | quando manca | il nesso angelico.”  Bastano poche pennellate per creare un’atmosfera suggestiva: “Pensieri accerchiati | vacillano | nell’aria senza versi | quando è mattina | tutto si profila | scarno.”

Tutto il vissuto dell’autore, nel coacervo delle emozioni e dei sentimenti, è alla fonte della sua arte: “L’invisibile | e il visibile | s’alternano | a primavera di profumi | nelle viscere dei Sassi | che mi porto dentro | a ricordarmi le cose morte | con le altre già rinate.” L’amore naturalmente è la pulsione intima più violenta: “Vivono gli amori | segreti | mai apparsi | eppure urlati | nelle notti segrete | io e ognuna di esse.” È la bellezza la Musa che ridesta l’anima a nuova meraviglia: “L’immortalità del bello | è la conquista dell’anima | utile a far vibrare | la vita e il suo destino | indispensabile per sentirsi nato.” Alla poesia ci si abbranca come all’unica speranza: “Se le arterie | un giorno perdessero | sangue e vigore | mi arrampicherei | al cuore | che nudo d’improvviso | ai attacca ai seni | turgidi di poesia.” Infine, consegna come un testamento perché il lievito del suo spirito non si disperda, ma sia seme per una stagione feconda, quale eredità per i posteri di foscoliana memoria: “Le ossa mie inquiete | vorrei | farle svolazzare | sulla terra incolta | sempiterna madre | che gravida | germinerà | novelli discendenti.”

La lapidarietà dei versi e la densità semantica concentrata in espressioni concise costituisce il tratto peculiare della poesia di Michele Martinelli.

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