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Ora che tempo di sosta

La sosta una condizione metafisica, esistenziale, quell’indugiare sulla soglia della vita, per riposare dall’affanno dei giorni, per prendere le distanze dal tumulto dei sentimenti, per tentare di trattenere ci che per lo pi sfugge, quel deposito d’oro in fondo al calice degli istanti preziosi: “Nulla ostacola il cammino in questo tunnel / di seta e ombre, / pergolato di pensieri oltre / la curva tesa dell’arco, oltre lo spigolo lustro / del muro. Forse aprile dietro i vetri / o luglio o dicembre, forse turbine d’ali / o volo di pioggia, ma, vedi, sempre un cielo / sar a colmare un granello di luce / che t’alita dentro, pellegrino ignaro / di mete, viandante privo di strade. / Sosta per te questo spazio fugace, / invisibile trama d’un arazzo incompiuto. / Ricamo di geometrie ai tuoi passi offrono / marmi e lucenti penombre a indicare / qui una porta, l una soglia, forse / un’uscita non lontana in agguato / all’inverno o all’estate che sia. / Poco vale la stagione che fuori ti aspetta, / indolente in quest’aria ramata pare di sole. / Il sole promessa di lucernai inviolati / che s’annodano pi in l, oltre l’attesa, / in mosaici, scaglie, sterpi, nulla.” (Oltre il corridoio).

anche cercare di riannodare le fila di ci che, nel ruvido impatto col reale, nell’insostenibile urto del dolore, si ineluttabilmente lacerato: “Ecco che s’avvita alla sera il cuore / e improvvisa furia di tramontana / rabbuia e batte gomene ostinate / e non dissipati deliri, quelli / di sempre, di una vita, della morte / che ci rotola accanto famelica / e splendida nell’azzurra cortina / del mare che svagato va a mezz’aria / e nidi di spuma increspa alle chiglie / quasi a baciare il vento impassibile / quasi a lambire il volo verde nero / degli uccelli tra fumaioli e bitte / assorti nell’erta coltre del canto. / Poi annotta e divampa la cenere. / Non voltarti e ascolta il pianto che morde / d’ultima sirena il catrame al porto.” (All’imbrunire del porto). In questo caso, l’occasione data dalla scomparsa del padre, cui si d appuntamento idealmente ad un’indefinita attesa, in un amoroso invito ad accarezzarla mentre cos, sospesa tra cielo e mare, affacciata all’orizzonte delle terre amate: “Siediti pi in l, nell’ora che inclina / contro i fuochi del cuore e del ricordo / e d’infiniti echi infradicia attese, / dolori e inganni dal vano vento / della vita disciolti al tuo orizzonte / tra quelle terre e quei due cieli teso. / Siediti, ora che tempo di sosta / e scende canto di stelle in quest’aria / senza pi confini n storia, e chiaro, / pi chiaro ancora lo sguardo del mare. / Siediti pi in l, sotto quell’albero / che non c’ pi e saldo riparo offriva / alle tue corse a piedi scalzi a riva. / Ascolta, tra le alghe e il falasco l’urlo / lento del gabbiano e ritorna il tempo / del mito, lieto s’avanza alla mente / e al tuo corpo ormai troppo stanchi: siedi, / siediti pi in l e aspettami, padre.” (Canto a un esule). Travagliata la cosiddetta rielaborazione del lutto, come flutti indomiti che premono le pi intime fibre, un pianto che ti scava dentro e ti resta impietrito in petto: “Anima era in me / e sogno d’ampi azzurri / e vento ai sensi parlava / di boschi e rive quando / sussurravano gli anni nelle crepe / quiete del corpo che pena batteva / di lucenti marosi. / Guscio di stelle tenero incideva / rotte al mio andare / lento e un punto io mi fingo / ancora, un punto di diamante / in questo cielo che un tempo anch’io / temevo di fato gravido. / Perduta ormai traccia / d’ogni suo tepore e gelo, / ma non memoria delle carezze / loro, n bufera di quel dolore / che inconsumato annida / sotto il mio guscio duro, / ora che agli occhi io / pi lacrime non ho / e inabitato in sfida sto / sotto lo sguardo / imperscrutabile / di Dio.” (Memorie di un manichino).

Ad ogni stagione che si promette ridente nella sua festa di luce e colori, nella sua ebbrezza di spume di mare, si rinnova lo strazio della perdita di chi ti era sempre accanto ed abitava il tempo e lo spazio, ormai confinato in una dimensione avulsa da ogni coordinata terrena: “Padre, tornata la stagione / che a fresca ombra invita / dalle alte torri del cielo / e sciabordio di profumi avvolge / nell’ala pallida del vento. / Tornata come ogni anno / che insieme ci vide a passo lento / andare, appoggiato tu ai tuoi bastoni, / verghe d’acciaio a sfidare / il tempo, quel che rimaneva / e quel che era stato, sbiadito / mai negli occhi tuoi lucenti. / Di nuovo sciabola la luce, / lampo d’eterno a inondare / queste giornate uguali eppur diverse, / appoggiati i tuoi bastoni alla parete / di una camera che non sappiamo / n tu n io scrigno ai ricordi. / Tace il tuo sguardo appeso / al sonno o acuminato indaga / nella veglia cruda del dolore / ed abisso, padre, il tempo / che ci rimane insieme, abisso / e scorza di vita. / Portami con te, padre, / portami di nuovo con te per mano, / ombra nell’ombra, come quando / bambina inseguivo felice / la crisalide obliqua che il sole / stampava al selciato / e i passi nostri lesti s’aprivano / al canto fidente del cuore.” (Tornata la stagione). Anche l’anticamera che precede la morte non priva di amarezza, l dove la vita langue in questa sorta di limbo opaco, tra le ragnatele del tempo che trascorre inesorabile, senza mai invertire la marcia: “E intorno garrire di grano / e note d’uccelli che scansa / il vento in sordina scrutando / orizzonti da trafiggere prima di sera. / il gioco di sempre: rincorsa l’orma, / d’infinito il finito si colma. / Ma non per noi. / S’addossa ai vetri la vita, / ai vetri di questa finestra di casa / per vecchi, residence oggi si chiama, / troppo greve qualche parola. / Dentro carezza di giugno fluisce / da tavolo a tavolo, da camice a camice, / bianche teste imperlando / senza nuove stagioni. / Inchiodato il tempo in questa / teca di vite vissute, taciute, / impigliate tra le spine / di tante passioni che pasqua / implorano strozzando paure / e gioie incolori. / Immota ruggine annaspa nell’indaco / gonfio di giugno, qua dentro, qui, / al di qua di questa finestra / la vedi, tu che passeggi l fuori, / di luce rapito, incredulo / che di vita si possa piano / morire.”

Struggente questa elegia funebre rivolta alla figura paterna: “Sterminata ti ha colto la morte. / Ingravidi spazi da queste colline / nel viola di primo autunno / il tuo sguardo risillaba / da queste colline che in strazio / d’esilio ti ghermirono al mare. / Onda d’azzurro di nuovo erompa / nel tuo sorriso di spine, / padre, / onda d’acque e di cieli, / a lavare tradimento e martirio / in silenzi d’amore / da te in grembo patiti / a trafiggerti gli ultimi giorni. / Non ti sia pi dubbio / e affilata lamiera l’attesa / del figlio, / n memoria rincorra / lunghe albe orlate d’infanzia. / Bisbiglio d’angeli sfogli / la tua voce d’addio, / padre, / voce bruna d’uccello di passo, / voce assidua d’ottobre marino, / intangibile lido per me, / qui rimasta / all’ancora in porto.” (Per te). Si ha la sensazione dilaniante di aver smarrito le proprie radici: “Tu eri la mia radice, padre, / la mia sola radice tardiva. / Non altra eco ho nel cuore, / n altri mari, nebbie, colline / o parole che possano da parte a parte / lacerare l’attesa d’un passato / e dolce esca si fa il tuo commiato / fra le mura di questa citt silente.“ (2 novembre 2015).

Alcuni testi sono vere e proprie cartoline, che si specchiano nelle immagini a latere di foto o dipinti di autori vari, come In piedi sulla riva, cui corrisponde icasticamente il quadro di Elena Ambrosini Antico lavoro: “Dipana velario di luce / dal mare, colori a mescere / tra cielo e sponde, tra sabbia e case, / povere case in barbaglio d’ocra / laggi, dall’isola scarna di scogli. / Scuote la donna torrente / di reti ad asciugare al sole, / lo sguardo del pescatore / attento a che squarci le maglie / non abbiano tra alghe e sassi, / di terra rossi. / Cos, oltre quel gesto che dura millenni, / dura fatiche e forse rimpianti, / ammonisce la mente altri destini / che mai, come il mio, ebbero mari, / n moli, n bitte cui bastimenti strappare / all’artiglio dell’acque, / e mi somiglia, s, quanto mi somiglia / questo brivido di vita / riversa alla salsedine aspra / d’un giorno qualunque / che lento inabissa / su specchi d’azzurro.” (In piedi sulla riva).

Anche la nostalgia della presenza materna, che aleggia in tenere rveries, affiora dai versi cos intensi di Angela Ambrosini: “Quei velieri di vento a disegnare / mattini immensi fino all’imbrunire / e boschi di cicale al mare tesi / come dardi in cuore sordo ai dolori: / era nicchia per noi quel grande cielo / e illimpidiva al tuo pennello affanni / nel soffio azzurro che maestrale arriccia / di aromi e attese in grembo all’anima, / prima che il passo suo volga alla resa. / Dove sono, dimmi, quei giorni nostri, / lucerna d’eterno in mille altri persi / a sbrogliare ferite, mamma, dove? / Ascolto: torna l’onda alla battigia, / tonfo ripetendo di schiuma in schiuma / e parola tua ritorna che dietro / colori e tele a marezzare, sempre / preme la vita in un pugno di sole.” (Dentro il quadro).

Vi spazio, in questa prima parte intitolata Altrove, per una coraggiosa Meditazione sulla sindone: “ questo l’Uomo? / Ma non taccia il Dio / nel calice tra dubbi e certezze / inestinguibile ci porge amore. / Ci appartiene da sempre questo rogo / di sangue e mistero: stimmate sia / anche la nostra, non breve dilemma / che screpoli a noi la fronte nel volo / d’un giorno. Infinito approdo sia il Vero.” Inoltre, la poesia si fa sconvolgente denuncia degli abomini della Storia, come dell’orrore delle foibe: “Quaggi, nelle suture della storia, / avvinghiati al filo sdrucito del ricordo, / noi esistiamo. / Quaggi, fango nel fango, sangue nel sangue, / tra radici di menzogne e silenzi custoditi / sotto i boschi che ci videro pulsare / lingua e cuore, noi viviamo. / (…) Noi, progenie sconosciuta, / taciuta, azzerata / nel limbo di terre di confine, / terre martirio, terre matrigne, / noi qui sotto, da questa profondissima, / inesausta verit, / noi, tralci di storia, della vostra storia, / noi, qui, sappiatelo, / silentes loquimur.”

Nella sezione Stagioni fermentano colori, odori, sapori dei quattro spartiti che si avvicendano nel pentagramma dell’esistenza. Allora, l’esuberante esplosione dell’estate, figurata da un quadro di Mida e dal cromatismo che accende il testo: “Sirena d‘oro / quest’estate / tremula d’uccelli / e promesse / sorde al disincanto / del tempo che non riposa / e pressa / stillando rosse / trame di parole / e esausti / silenzi assopiti / nel celeste tramestio / di chi incredulo / sa che s’attorce / il giorno / alla lingua / bruna / della sera.” (Estate). O sono i bagliori fiammeggianti sull’orlo degli orizzonti nell’estenuato languore di quel calore che a poco poco muore: “Parlami di te, stagione arlecchina / su crepuscoli di cielo e di terra, / dimmi del tuo preludio in sinfonia / flautata che a poco a poco sfrigola / nel desolante assolo della sera.” (Autunno). O ancora l’incanto sovrumano della notte di Natale che illumina e riscalda l’inverno: “Infila l’inverno perle di brina / nell’attesa infuocata d’azzurro / che divino transito da secoli / narra del bambino e il suo mistero. / Torneranno a farci visita i Magi / nell’ombra insonni a un passo dal Vero.” (Il dono dei Magi). Infine, la trepidante rinascita della primavera nella sua luminosa promessa di bellezza: “Gemme di seta a sgranare la luce / tra folate d’azzurro che ovale / di cielo assottiglia in rossi crinali: / e primavera perenne s’avanza / e sgomitola ardori alla gerbida / zolla di nuovo ferita dal sogno / nostro caparbio d’incaute promesse.” (Mistero del risveglio di primavera).

In Parole di creta le ceramiche dell’artista Edi Magi risaltano in tutto il loro incandescente fulgore: “Adesso fuoco e lucida carezza / in smalto vivo che furtiva mano / sgomitola in reticoli di luce / e nella ciotola al tramonto sgrana / coralli di melagrane e pampini / e filo d’oro come ago inarca. / Adesso il guizzo che precorre l’onda / della creazione e infinite forme / tesser a sorseggiare altri colori.” (Sinfonia in smalto rosso screziato).

Poi, nell’ultima sezione, La mia citt in versi, si delineano i profili storici e artistici dei suggestivi scorci dei propri luoghi dell’anima: “Quando ti sporgerai a queste sere / della mia citt che a scogli di cielo / aggrappa giardini e mura di cinta / di dinastie perdute, vertigine / sar dall’ostia di luce che sale / e il tempo nostro immola all’infinito.” (Vista su Parco Vitelli a Sant’Egidio); “Cometa di pietra, vela issata / su ragnatele d’azzurro a irrompere / nell’androne tra alveari stremato / su fiati di lume, saltimbanco sei / e roncola insonne d’albe e tramonti.” (Torre civica); “Ti rapisca il cielo nella sua bava / di luce e con pietroso azzurro appanni / di curva tua perenne ogni ripido / muro e gronda e tetto che a frotte ammicchi / sotto lo stelo del tuo casto volo.” (Al campanile rotondo); “Prospettive d’aria annunciano cieli / d’eterne stagioni nell’affrescata / allegoria che salpa la strada / e sbriciola gli occhi ebbre memorie. / Slarga il silenzio sul filo del tempo.” (Loggetta su Corso Cavour); “eppure tra le virgole del tempo / vortica bellezza e ci grida in cuore.” (Salone dei fasti di palazzo Vitelli a Sant’Egidio); “Dov’ sempre azzurrare di graffiti / e sempre dall’altrove della storia / finestra sospesa a questo cielo / e s’innerva tra grappoli di luce / che recinto del tempo non consuma.” (Graffiti vasariani di Palazzo Vitelli alla Cannoniera).

Angela Ambrosini conferma in questa silloge il suo maestoso respiro lirico, in un dettato vibrante e raffinato, arricchito, in questo caso, da una poliedrica espressione artistica, la quale si avvale anche del linguaggio visivo, che rinforza il vigore dei testi, improntati ad un sublime pathos, nel cogliere il dramma della dialettica vita-morte, come nell’indugiare nell’estasi contemplativa degli incantevoli paesaggi: “Sono qui, in questo buio scheggiato / da grappoli d’albe dopo la furia / redenta dell’onda. Inesplorato / il giorno brulica oltre gli spazi / liquidi d’una pace che arsura / si fa al vento e degli anni nostri / custodia tenace d’infinito.” (Dopo la tempesta).

Recensione
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