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Il titolo enigmatico e originale suggerisce già il tono della raccolta poetica, immersa in un’atmosfera fiabesca e surreale. È un mondo, quello di Alessandra Milanese, popolato di fate, streghe, zingari, bambini, ove tutto è sospeso in una dimensione altra, ovattata, che trascende i limiti del tempo e dello spazio. I “piccoli uccelli morti” sono emblemi di stagioni perdute, di archetipi ormai tramontati. È un viaggio dentro se stessa che l’autrice compie passando attraverso diverse stazioni. Innanzitutto è il risalire alle proprie radici, nel rievocare la figura della madre scomparsa, nella sezione Madre e Mare, in cui il principio vitale della maternità viene identificato con l’elemento ancestrale dell’acqua e in cui si profila un legame viscerale, straziato dalla morte: “Non avevo divinato | che perdendo te | avrei perso me stessa.” (Incongruo). Di notevole efficacia espressiva à la lirica Di notte, la morte, in cui l’ossessione della perdita materna la perseguita: “Tutta la notte | sono stata sfiorata | dalla morte: | era la tua”; “Mi corteggiava | con le sue grandi | ali, | palpebre | umbratili | di libellula, | stami di fiori, | polvere bianca | di farfalla | ferita, | tulle racchiuso | da cerchi | di ferro.” Struggente è questa quête in cui rincorre la mamma ritrovandola nella sua giovinezza, ancora ignara della futura figlia, in una delicata rêverie: “È mia madre | che non c’è più, | e io la vedo | nella sua foto preferita, | in bianco e nero, | quando è ancora | “signorina” | calzoncini bianchi | e maglietta a righe blu | da marinara, | al mare, | in quel “suo” settembre.” (Madre e Mare). Il forzato distacco è comunque all’insegna di un rapporto conflittuale, come quasi sempre lo è tra genitori e figli: “Allora ho capito | quanto mi sono allontanata | e avvicinata a lei, | staccata alfine dalla sua morte | come un battello | che un vento lievissimo, | ma persistente, | allontana dal golfo bluastro | dell’amore sviscerato | e viola del rancore.” (Lo specchio a cuore del bagno). La voglia della vita l’ha separata dall’ineluttabilità della sua morte: “Volevo vivere, | per questo | ti ho respinta.” (Il giardino di mia madre). Suggestiva è questa visione favolosa, che trae spunto da una fiaba di Andersen, in La regina delle nevi: “Ricama l’inverno | di fiori i vetri | costruisce pizzi | e trina, | rose e arabeschi, | variegati discorsi | da fata madrina.” La poetessa, sommersa dalla valanga dei ricordi, viene risucchiata da un vortice, preda della follia, come una Baccante invasata, identificandosi nell’illustre tradizione antica: “È allora che | divento pazza: | lady Mcbeth, | Medea, | Clitemnestra: | voglio fermare l’acqua.” (La pazzia della gora). In Strega, streghina si esprime tutto l’amaro rimpianto di non aver, in qualche modo, nell’illusione infantile dei suoi poteri incantatori, esorcizzato, neutralizzato la morte che come una gelida raffica invernale è penetrata, rapinosa, violando l’intimità delle stanze del focolare domestico: “Avrei dovuto, | avrei dovuto… | trovare il segreto | di pattinare, | per sempre, | su arabeschi  | di ghiaccio | ogni Natale; | seminare, ogni autunno, | il nocciolo | di foglie | di pioppo | per garantirvi, | se non vita, | almeno | giovinezza eterna.” Ma l’inesorabilità della sorte ha avuto tragicamente il sopravvento e tutto è stato sepolto in uno sterminato deserto: “È venuta, invece, | di colpo, | la vostra sera, | risate e chiacchere | di altre bimbe | – non mie – | vi hanno accompagnati via. | Sono rimasta | sola e carica | della mia sterile | magia.” Un’accorata supplica alla Madre celeste, in un’infinita tenerezza e compassione di se stessa è in Il roseto ardente: “Oh Maria | fragile, piccola madre, | dalle palpebre venate | d’azzurro, | anch’io sono | in solitudine | e il dolore mi intaglia | l’anima: | coltello | nel tubero di patata; | la chiamano | sofferenza, | altri follia.”

Spesso l’inverno è protagonista, con il suo letargo incantato, nel suo isolamento fatato, “sotto una campana di vetro”, tra “rose cenere, fragili | di brina, | erba incastonata | in ragnatele lucenti | di diamanti”, in cui tutto è ibernato nell’attesa di un fremito di resurrezione, metaforico dello stato d’animo dell’autrice: “Ma sotto il terreno rigido | rose nuove e vere respiravano | con calore | i loro teneri bocci, | feti protetti, | nella serena attesa | del tempo giusto” (Solstizio). Il suo lievito di morte si sparge ovunque: “la nebbia si pone | come sudario | su ogni | pianta o cosa, | lapide o casolare.” (Lettera in novembre). Eppure anche in questa stagione la natura ha il suo fascino di nostalgia funerea: “Alberi | in novembre: | scheletri | aguzzi, | bianchi commedianti, | fantasmi affaccendati.” (Alberi in novembre). Si può assaporare tutto l’idillio del paesaggio invernale: “Fuori, stalattiti di gelo | siepi trasformate dal ghiaccio, | neve più alta di un braccio | e sulle conifere | festoni di bianco.” (Il padiglione d’inverno). Anche l’amore ha il sapore del fiabesco, nell’idealizzazione della propria persona e della realtà in cui è calata: “Amore, | tutta l’estate | ho ballato | tra fuochi fatui | con calzari d’argento.” (Lettera in settembre). Proprio perché contrastato alimenta il sacro fuoco della poesia: “Forse è giusto | ciò che dicono | sull’amore: | l’unico vero | è quello | non corrisposto.” (Lettera in novembre). L’attrito tra due mondi diversi è sempre cruento e ad esso segue, immancabile, lo squallore: “Quando te ne vai, | quando ci separiamo, furenti | e delusi, ciascuno sulla propria | isola di dolore, | non dico che il Gran Mar | dei Sargassi | mi ingoi. | No, o come credevo | da bambina |che il cuore mi si spacchi | in due. | Solo che la polvere | si deposita sui mobili | di casa | e gli ultimi moscerini | estivi | calano sull’immondizia | non gettata.” (L’amore secondo zia Emily). Altro tema dominante è il rimpianto della maternità perduta, il cui strazio viene ancora una volta esorcizzato con un’atmosfera di fiaba: “Ma ora infine | ti posso ridire | con voce di favola | con l’oro antico | dell’estremo sole: | “Non è più arrivata | Isabella!” | bambina con passo | di stella.” (Con voce di favola); “Io tacevo e sapevo | tu eri un tulipano nero | e raro | mia figlia, la mia bambina, | il mio splendore ribelle.” (Il tulipano nero). Tuttavia  questo spettro si affaccia ossessivamente come una dolorosa menomazione (“Sarebbero già ventenni i miei bambini? | Questa, sì, | è un’angoscia | persistente, tenace, | loquace | fiammella, | filamento | d’antico elettroshock”), mentre si guarda alle madri fortunate come a delle invidiabili figure mitiche: “Quelle che hanno la mano | sulla culla | governano davvero il mondo.” (La mano sulla culla). Anche l’ironia è un altro espediente con cui ci si difende dalla sofferenza ed è arma a doppio taglio che smaschera l’ipocrisia mentre rivela la verità: “Non c’è verità che non possa | essere adulterata | dalla farina d’avena | di un amercican chocolate | chips cookie.” (Le sorelle).

Ci viene poi consegnato un sapiente ritratto della grande poetessa Emily Dickinson: “Ma tu | hai forgiato | il silenzio, | hai trasformato il metallo. | Artista-alchimista | della parola, | tirando | giù dal cielo | l’angelo, | dai | corpo | all’Ape, | alla Farfalla, | alla Brezza.” (Emily Dickinson). Infine, di notevole spessore lirico, come tutte le confessioni sincere che sgorgano dal profondo del cuore, è l’ultima poesia che traccia il travagliato percorso esistenziale dell’autrice, segnato dalla solitudine e dal suo sentirsi una déracinée, “un tulipano | senza radici, | o se volete | ricordi, | affetti | e figli”, in un drammatico scacco della vita: “Mentre gli altri, | gli amici, i conoscenti, | son germinati in carriere, | sono sbocciati in | figli e affetti | e ora hanno padri | vecchietti, | io son rimasta bimba anziana e sola.” Ad un trauma subito tutto sembra essersi arrestato come in un inverno gelato: “Penso che tutti, | e la vita correndo | si sia scordata di me, | prigioniera del mio | azzurro e tigrato, | e disperato | bang.” Con intenso pathos grida tutta la sua angoscia: “Non è rimasto | nessuno, | delle zie | o delle amichette d’allora, | che m’accompagni | sul sentiero campestre | alla valle.” Alessandra Milanese ha il merito di raggiungere spiccati vertici di lirismo, di saper dosare in una sapiente alchimia fantasia, fiaba e ironia e soprattutto ha il coraggio di leggere fino in fondo la propria anima nuda.

Recensione
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