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Poesie scelte

Queste poesie sono delicate rêveries sospese sull’incantesimo della memoria, che evoca un tempo lontano popolato di volti e paesaggi, che affiorano nel brivido di un'emozione e di un'intuizione interiore: “Che stringimento di anima / di fronte al tuo collage di noi ricordi / che di improvviso lì nella tua stanza / dipinge tutta la mia vita, la tua / e l'armistizio delle loro vite / delle madri e di ogni padre in padre. / Splendore triste alla parete / rischiarata e ferma / tra ricordo e mistero / e in fondo nulla più.” (Stanza della figlia). La dolorosa frattura tra passato e presente si avverte nel tornare nello stesso luogo dopo tanti anni e nel constatare come sia tutto desolatamente mutato: “Torno a Santiago / dieci anni dopo. / Finalmente eccomi. / Quante voci prima / sarai deluso / non si torna al passato / sarà tutto cambiato… / ma tutto, incredibilmente / è lì.” (E ne ho visto il futuro). Il tempo che trascorre nello stesso scenario vede avvicendarsi le generazioni, intessersi relazioni e accadimenti dell’umana stagione: “Sono già passati / diecimila anni, Federica / e sembra ieri prima degli Etruschi / quando incrociavano questi gabbiani. / Poi le generazioni – solo quattrocento – / qui si alternarono di problemi e sofferenze / e tante furberie (poi rivelatesi inutili). / Vedi io non credo che tutto questo / si regali a noi gratuitamente, / fine a se stesso.” (Memoria assoluta).

Vi sono meditazioni folgoranti che incidono significativamente i silenzi: “Sono inseguito / dall’assillo di sapere / se / farò in tempo / a vivere.”; “Soltanto / in visita alla vita, non mi farò / sorprendere.” (Soltanto); “La natura, o Signore / ha impressa la tua firma. E il mondo è analfabeta.” (Sguardo).

Il pudore del dolore di fronte ad un lutto inatteso sfiora questi versi: “Ora il mio fiore si apre / nel tuo lungo silenzio. / Ora che tutto tace / Ora, che le pagine / dai salotti / riposano negli archivi di polvere, / senza i profumi del ricino. / Ora, che gli elenchi telefonici / non danno più il tuo numero / inutile. / Non c'è più spazio / per chi muore, / né per il ricordo / o la poesia / né per nessuno. / (…) Com'è triste la tua morte! / Ho voluto fermare / l'impegno del giorno / per vedere passare / qualcosa di tuo, / ma il silenzio / della città rumorosa ha chiuso / questo / disperato omaggio tra i leoni.” (Per Lorenzo).

Gli anni sembrano trascorrere senza di te, senza chiederti il permesso, man mano che si chiude il sipario e tu esci lentamente di scena: “Ogni giorno ti sfiora / il regalo non tuo / di una scatola di Natale / e la giornata è di altri / che si alzano stanchi dai letti, / per andare in uffici e mugugni, / per poi finalmente palloni / visori, / consumi. / I vini e i sapori non sono più / tuoi / né l'amore per fantastiche donne / né il correre con i tuoi amici. / Né la splendida luna. / L'estate ritorna ma invano / e l'inverno che passa / è senza di te. / Tra gli amici non resta che polvere / anzi non resta. / Nemmeno la loro. / Quanto mi sono passati / gli ultimi trent’anni.” (Ogni giorno ti sfiora).

L'addio al vecchio continente, per chi, per il suo lavoro di imprenditore, è emigrato nel Sud America, si tinge di malinconia e disillusione: “Siamo una stirpe antica / ora che sto lasciandoti / malato di te. / Sei terra / vecchia e stanca, / ma rimpiangerò / le tue rughe / una sera. / Come i padri antichi / mi unisco ai pionieri / candidi di sole. / Qui anche il tuo sole / è stanco. Per questo / ti lascio, / per i figli che crescono / voglio trovare erba / e sorrisi. / Ti lascio / Europa. / Ingrato? Forse. / Ma così malata di uomo / devo / lasciarti.” (Prima di partire, Europa).

Duccio Castelli con la sua raffinata sensibilità, unita all’acutezza intellettuale, ci consegna, attraverso queste pagine, vibranti dell’elegia del ricordo e al contempo permeate di un lucido realismo, il suo vissuto intenso di emozioni e impressioni, solcato dalla nostalgia di ciò che - nella bufera degli inverni che si accaniscono sulla tenerezza dei germogli tesi alla trepidante promessa della primavera -, si è ineluttabilmente perduto.

Recensione
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